Cosa succede quando una giornalista dal passato lacerato torna nella città in cui è cresciuta per indagare su un omicidio? In “Sharp Objects” – “Sulla pelle” in italiano – la risposta non è mai semplice, mai lineare, mai rassicurante. È un viaggio contorto dentro il dolore, la colpa e la memoria.

Pubblicato nel 2006 e diventato subito un cult nel panorama del thriller psicologico, il romanzo d’esordio di Gillian Flynn ha conquistato lettori e critica per la sua scrittura tagliente e viscerale. Ma è stato solo nel 2018, con l’uscita della miniserie HBO diretta da Jean-Marc Vallée (Big Little Lies) e interpretata da un’intensa Amy Adams, che questa storia ha raggiunto una nuova dimensione visiva – lenta, cupa, magnetica.

Il romanzo ci presenta Camille Preaker, giornalista di cronaca nera in una piccola redazione di Chicago, costretta a tornare nella sua cittadina natale, Wind Gap, Missouri, per seguire il caso di due bambine uccise e mutilate. Ma il vero mistero non è solo quello legato agli omicidi, quanto quello che si annida nella mente di Camille: il suo passato, la morte della sorella, il rapporto disturbato con la madre, le cicatrici – fisiche e psicologiche – che porta con sé e sul suo corpo, letteralmente.

Gillian Flynn, già autrice di Gone Girl, non fa sconti. Il suo è un thriller che scava, che inquieta, che non cerca eroine ma donne complesse, a volte sgradevoli, ma sempre umanissime. Camille è un personaggio che sfida i cliché femminili del genere: è fragile ma non vittima, autodistruttiva ma lucida, ironica e feroce allo stesso tempo. Il suo ritorno a casa è un pellegrinaggio tra i fantasmi della sua infanzia, tra le regole non dette delle piccole comunità e una femminilità tossica e opprimente.

La serie TV, con la fotografia lattiginosa e un ritmo ipnotico, riesce a rendere palpabile il senso di disagio del romanzo. Amy Adams offre un’interpretazione memorabile, fatta di silenzi, sguardi, tensione trattenuta. A fianco a lei, una perfetta Patricia Clarkson nel ruolo della madre – fredda, manipolatrice, ossessionata dall’apparenza. Il merito della serie è quello di non semplificare nulla: mantiene l’ambiguità, l’ambivalenza, il dolore.

“Sharp Objects” non è un thriller per chi cerca l’adrenalina a ogni pagina. È un romanzo di atmosfera, che costruisce il senso di minaccia più con ciò che tace che con ciò che dice. È il dolore che si insinua, il trauma che si fa carne. E quando si arriva al finale – disturbante, inatteso, perfetto – il lettore rimane con un senso di vertigine.

Consigliato a chi ama le storie cupe, i personaggi sfaccettati, e i thriller che non cercano solo il colpevole, ma ci chiedono di guardare dentro la mente di chi racconta. E a chi, dopo la lettura, vorrà perdersi nella visione lenta e magnetica della miniserie: otto episodi che non dimenticherete facilmente.

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