
Sembra una favola per bambini, ma dietro al Bianconiglio e al Cappellaio Matto si nasconde un universo inquietante, assurdo e profondamente filosofico. Lewis Carroll ha scritto un’opera che sfida il tempo e il senso comune, e che oggi leggiamo con occhi nuovi.
Un viaggio nel nonsense (che non è affatto un gioco)
Quando pensiamo ad Alice nel Paese delle Meraviglie, immaginiamo un racconto incantato, un sogno popolato da creature bizzarre e ambientazioni stravaganti. Eppure, sotto la superficie del nonsense si cela una critica profonda alla società vittoriana, al linguaggio, e persino alla logica.
Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, era un matematico e logico di Oxford, e il suo amore per i paradossi e gli enigmi si riflette ovunque nel testo. La logica capovolta di Alice non è un capriccio infantile: è un modo per mettere in discussione l’autorità, la razionalità e i meccanismi del potere.
Il crollo dell’identità: chi è Alice?
“Alice cominciò a pensare se anche lei fosse cambiata: Sono la stessa di questa mattina? Mi sembra di ricordare di sentirmi un po’ diversa’”.
Alice, nel suo vagare nel Paese delle Meraviglie, si interroga costantemente su chi sia, su cosa debba fare, su quale sia il comportamento “giusto”. Il romanzo è una potente allegoria della crisi d’identità, dell’adolescenza, e del senso di spaesamento che accompagna ogni transizione.
Come Gregor Samsa ne La metamorfosi di Kafka si sveglia trasformato in insetto, anche Alice affronta mutamenti fisici e mentali che la destabilizzano. Entrambi i personaggi vivono un incubo camuffato da sogno.
Il potere è arbitrario: la Regina di Cuori e l’assurdo della giustizia
“Tagliatele la testa!” urla la Regina di Cuori con terrificante leggerezza. La giustizia nel Paese delle Meraviglie è ridotta a farsa. I processi sono parodie, le regole cambiano senza preavviso, e l’autorità si regge sull’assurdo.
Carroll mette in scena un mondo dove il potere è illogico e autoritario, una critica feroce alla giustizia britannica del tempo, e per estensione, a ogni sistema che si fonda sul controllo senza logica o empatia.
In questa giustizia cieca riecheggia il pensiero di Foucault su come il potere disciplini i corpi e le menti, imponendo norme che appaiono naturali solo perché siamo abituati a subirle.
Linguaggio e follia: l’arma del Cappellaio Matto
Il dialogo tra Alice e il Cappellaio Matto è uno dei più celebri esempi di linguaggio nonsense nella letteratura. Ma è solo un gioco? No: è una riflessione su quanto il linguaggio possa essere vuoto, manipolabile, privo di senso quando non è ancorato a un’etica.
“Per quanto tempo è per sempre?” “A volte, solo un secondo.”
Questa frase non è semplicemente poetica: è un cortocircuito logico che mette in crisi il nostro concetto di tempo e di assoluto.
Come nei sogni analizzati da Freud, anche nel mondo di Alice il linguaggio è deformato dal desiderio, dall’inconscio, dalla ribellione alla logica ordinaria.
In conclusione: è il libro per chi sa ancora stupirsi e spaventarsi
Alice nel Paese delle Meraviglie è molto più di una favola. È un racconto disturbante, filosofico, una critica mascherata da sogno. Non è un libro solo per bambini, ma per chi è disposto a guardare in faccia l’assurdità del mondo.
Come scrive Italo Calvino:
“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.”
E Alice non ha ancora smesso di parlarci.
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