C’è un momento, quando leggi Aspettando Godot, in cui ti accorgi che nulla accade. Eppure non riesci a smettere di leggere. È un vuoto che parla, un silenzio che pesa. Come quando aspetti una telefonata che non arriva, o ti trovi in una sala d’attesa e il tempo sembra cristallizzarsi. Samuel Beckett non racconta, non spiega: espone. Spoglia l’essere umano di tutte le illusioni e lo lascia lì, in piedi su una scena spoglia, a chiedersi: “E adesso?”

È in quel momento che capisci che Aspettando Godot parla anche di te.

Il teatro che ha cambiato tutto

Il teatro dell’assurdo nasce da un tempo ferito. Dopo la seconda guerra mondiale, l’umanità si ritrova svuotata di senso. I grandi sistemi filosofici, le religioni, le ideologie politiche non bastano più. Il mondo ha assistito all’indicibile. E cosa resta, allora?

Restano due uomini, Vladimir ed Estragon, sotto un albero spoglio, che parlano per riempire il vuoto. Parlano per non impazzire, per non cedere al silenzio. E aspettano Godot. Un’entità misteriosa, che forse arriverà, forse no. Non si sa chi sia, cosa rappresenti. Dio? Il senso della vita? Un datore di lavoro, un salvatore, una speranza?

È proprio questo il punto: non importa. Perché Godot, come il senso dell’esistenza, è sempre altrove. Sempre in ritardo. Sempre inaccessibile.

Una commedia tragica

Il genio di Beckett sta nel giocare con il paradosso. Aspettando Godot è una tragedia travestita da commedia. I dialoghi sono comici, le ripetizioni grottesche, le situazioni quasi slapstick. Ma dietro la risata c’è il baratro. Ogni battuta, ogni gesto rimanda a un’assenza più profonda.

E nonostante tutto, Vladimir ed Estragon continuano ad aspettare. Ogni sera si dicono che forse domani andranno via. Ma non lo fanno mai. Resta il ciclo, la stasi, l’eterno ritorno dell’inazione.

Io, personalmente, ho sempre trovato Aspettando Godot disturbante e al tempo stesso consolante. È come se Beckett dicesse: “Vedi? Anche loro non sanno che fare. Anche loro sono spaesati, fragili, ridicoli. Eppure vanno avanti.”

Un vuoto che ci assomiglia

C’è qualcosa di profondamente vero in questa assurdità. Perché chi di noi non ha mai aspettato qualcosa che non arriva? Un cambiamento, una risposta, un amore, una conferma? A volte passiamo anni a inseguire l’idea che domani andrà meglio, che qualcosa o qualcuno verrà a salvarci. Intanto viviamo in sospensione. In quella “zona grigia” dell’anima in cui si abita l’attesa.

Beckett ci obbliga a guardare in faccia questa verità. A riconoscere che forse il senso non c’è. O se c’è, non è là fuori ad aspettarci. Forse si trova proprio nell’atto stesso dell’attendere. Nella relazione tra due esseri umani che, pur non capendo nulla del mondo, si tengono compagnia.

Aspettare insieme

È questo che mi ha sempre commosso di più: la complicità tra Vladimir ed Estragon. Nonostante l’assurdità della loro condizione, non si lasciano. Litigano, si annoiano, si accusano. Ma restano insieme. E in quell’essere “insieme”, in quella compagnia fragile e imperfetta, c’è forse l’unica forma possibile di salvezza.

Perché se il mondo è assurdo, allora l’unico gesto autentico è continuare ad esserci. A parlare. A cercare. Anche senza sapere cosa cerchiamo.

In conclusione

Aspettando Godot non è un’opera da comprendere: è un’esperienza da attraversare. Un invito a stare dentro al vuoto senza riempirlo subito. A sopportare l’incertezza. A ridere anche quando non c’è nulla da ridere. A sperare, anche quando la speranza è assurda.

Beckett non ci offre risposte. Ma ci offre una verità scomoda e luminosa: che il senso della vita, se esiste, forse è nascosto proprio nel non sapere. E che aspettare non è sempre un fallimento. A volte, è l’unica cosa che possiamo fare.

E allora sì, anche noi — come Vladimir ed Estragon — continueremo ad aspettare. Ma non da soli.

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