Immaginate una stanza luminosa, affacciata sull’Atlantico, nell’isola di Lanzarote. Lì, con una tazza di tè tra le mani, ci accoglie José Saramago. Lo sguardo è severo, ma non manca mai un sorriso ironico, quasi beffardo, come chi ha imparato a leggere il mondo tra le pieghe dell’assurdo. Parla lentamente, con parole che sembrano pesate una ad una. Eppure, anche nel silenzio, dice tanto.

José Saramago non è stato solo un autore; è stato una coscienza. Conquistò il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998 con la motivazione che riconosceva la sua “capacità di farci capire che la realtà è un’illusione, e che dietro l’apparenza esiste sempre un’altra verità”. E proprio questo sembra essere il filo rosso che attraversa la sua produzione: lo svelamento.

L’arte di decostruire la realtà

Leggere Saramago è come entrare in un labirinto senza fretta di uscirne. I suoi romanzi non cercano risposte, ma pongono domande. In Cecità, ci racconta di un mondo in cui l’intera popolazione perde la vista, trascinandoci in una riflessione disarmante sull’umanità, la fragilità delle istituzioni e il sottile confine tra civiltà e barbarie. Ma non c’è mai moralismo nei suoi testi: solo l’invito a guardare, con occhi nuovi.

Un linguaggio tutto suo

Dialogare con Saramago significherebbe abbandonare ogni certezza grammaticale. Niente virgolette, pochi punti, frasi che si allungano come pensieri a voce alta. Eppure, in quella apparente anarchia stilistica, esiste un ordine preciso, una coerenza profonda. Scrivere così è un atto di libertà e ribellione, un rifiuto delle convenzioni che imbrigliano il pensiero.

Un autore che interroga il potere

Politicamente impegnato, dichiaratamente comunista e anticlericale, Saramago non ha mai avuto timore di confrontarsi con i poteri forti. In Il Vangelo secondo Gesù Cristo, immagina un Cristo profondamente umano, debole e dubbioso, tanto da scatenare la censura e l’esilio volontario dalle istituzioni culturali portoghesi. Eppure, anche nelle sue provocazioni, c’è sempre rispetto per la complessità dell’uomo.

L’anima di un narratore-filosofo

Nel corso del nostro ipotetico tè, José parlerebbe poco di sé e molto del mondo. Racconterebbe la storia di Blimunda, capace di vedere l’anima delle persone, o del vecchio Ricardo Reis, personaggio “rubato” a Pessoa e riportato in vita. Per lui, la letteratura è un modo per ridare voce ai dimenticati, per interrogare il tempo, per affermare che scrivere è un gesto profondamente etico.

Un’eredità che continua

Anche dopo la sua morte, nel 2010, Saramago continua a parlarci. La sua Fondazione, la casa-museo di Lanzarote, le sue interviste e i suoi diari ci restituiscono un uomo coerente, ironico, inquieto. Un autore che ci ha insegnato a dubitare, a leggere tra le righe, a non arrenderci all’evidenza.

Quando l’ora del tè finisce, ci alziamo con la sensazione che qualcosa sia cambiato. José non ci ha offerto risposte, ma ci ha insegnato a porre domande giuste. In un’epoca affamata di verità semplici, il suo pensiero resta una bussola preziosa capace di orientare anche l’anima più burrascosa.

Consigli di lettura – Scopri Saramago

1. Cecità (1995)

Un capolavoro disturbante e attualissimo. Un’intera città perde la vista senza motivo apparente. Un’allegoria potente sull’animo umano, la paura e la perdita di civiltà.

2. Il vangelo secondo Gesù Cristo (1991)

Un romanzo controverso che reinterpreta la figura di Cristo in chiave profondamente umana. Un’opera provocatoria, filosofica, intensa.

3. Saggio sulla lucidità (2004)

Il “seguito spirituale” di Cecità. In un Paese senza nome, il popolo vota in massa scheda bianca. Una riflessione sul potere, la democrazia e la disobbedienza.

4. L’anno della morte di Ricardo Reis (1984)

Un gioco letterario raffinato: Saramago ridà vita a uno degli eteronimi di Pessoa, esplorando il Portogallo degli anni ‘30. Tra storia, poesia e metafisica.

5. Le intermittenze della morte (2005)

E se la morte smettesse di fare il suo lavoro? Una narrazione surreale e brillante su mortalità, burocrazia e amore.

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