“Scrivere è questo, per me: prendere la parola nel silenzio.” (Lalla Romano)

Ci sono libri che parlano sottovoce, che non alzano mai la voce, ma che riescono a risuonare dentro come un’eco profonda. Le parole tra noi leggere di Lalla Romano è uno di questi. Pubblicato nel 1969 e vincitore del Premio Strega, è un romanzo che si muove come un passo lieve sul ghiaccio sottile delle relazioni umane, e in particolare su quel legame insondabile e fragile che unisce una madre a suo figlio.

Non è una storia da seguire con la tensione della trama, ma un movimento interiore, un diario senza date, fatto di appunti emotivi, ricordi spezzati, interrogativi sospesi. Lalla Romano non descrive, osserva. Non giudica, registra. La protagonista – alter ego dichiarato dell’autrice – racconta il proprio essere madre con una lucidità disarmante, scavando in quella zona grigia in cui amore e incomunicabilità si intrecciano.

Il figlio è distante, ribelle, inafferrabile. Eppure amato. Ma l’amore, qui, non ha nulla di epico o consolatorio: è un sentimento che graffia, che lascia dubbi, che non sempre salva.

Rileggere oggi Le parole tra noi leggere significa fare i conti con la parte più vera e più nuda dei legami familiari. In un Salone del Libro 2025 che riflette sul potere della parola, questo romanzo ci ricorda che anche le parole più leggere possono pesare quanto pietre. O salvarci, a volte.

E proprio questo è il paradosso su cui si regge tutto il romanzo: la leggerezza delle parole e la densità del loro significato. Quelle parole tra madre e figlio – a volte appena accennate, altre non dette – costruiscono una geografia dell’intimità che è fatta più di omissioni che di dichiarazioni. La parola non è mai scontata, mai gratuita: è una scelta, una responsabilità, una forma di amore che cerca la sua espressione senza rumore.

Lalla Romano scrive con una penna che sembra quasi trasparente, ma che scava con precisione chirurgica nella psiche, nel quotidiano, nell’affettività. Ogni dettaglio – uno sguardo mancato, un gesto appena accennato, una stanza chiusa – acquista un valore simbolico che si riflette nel lettore, costringendolo a interrogarsi sulla propria esperienza di relazione, sulle proprie mancanze, sul linguaggio che usa (o non usa) per amare.

Il rapporto madre-figlio raccontato in queste pagine non è idealizzato, né reso universale a forza. È invece profondamente reale, individuale, e per questo ancora più vero. È un rapporto che non si risolve, non trova pacificazione, ma si accetta per quello che è: umano, imperfetto, necessario.

In un’epoca come la nostra, che tende a semplificare ogni cosa – anche i sentimenti – questo romanzo ci obbliga a restare nel dubbio, nella sfumatura, nell’ambiguità. È una lettura che richiede pazienza e ascolto, ma che, proprio per questo, riesce a restare dentro. Lunga, come una risonanza.E forse il suo messaggio più potente è proprio questo: che le parole, quando sono vere, non devono essere molte. Basta che siano giuste. E leggere, sì. Ma solo in apparenza.

E forse il suo messaggio più potente è proprio questo: che le parole, quando sono vere, non devono essere molte. Basta che siano giuste. E leggere, sì. Ma solo in apparenza.

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