Montale non è un autore a cui avvicinarsi con leggerezza. Ti accoglie con la sua voce roca e riservata, lo sguardo altrove, come se avesse sempre già visto tutto. Ma quando ti siedi con lui – per un tè o per qualche verso – scopri che quell’apparente freddezza è solo un modo per dire la verità senza farla sanguinare.

Eugenio Montale ha attraversato il Novecento come un sismografo: registrando ogni scossa dell’anima e della storia. Le sue poesie sono pietre levigate dalla disillusione, ma ogni tanto, tra un’immagine secca e una negazione, si apre un varco. Un’occasione. Una rivelazione.

Nel suo mondo poetico, le piccole cose – un muro, un limone, una persiana chiusa – diventano frammenti del senso, indizi di bellezza possibile, epifanie silenziose. La sua è una poesia dell’essenziale, del non detto, del non essere.

In questo nostro tè del mercoledì, Montale ci invita a non fidarci delle certezze, a trovare la verità nelle crepe, nei vuoti, nel gesto minimo. Non è un poeta che consola, ma uno che risveglia. E questo, in tempi rumorosi come i nostri, è già tanto.

Montale ci insegna che la poesia può abitare il silenzio, può essere frammento e scissione. La sua scrittura non offre mai appigli immediati: è spoglia, asciutta, quasi scabra. Ma proprio in questa essenzialità si nasconde la sua forza. In un mondo che ci chiede continuamente di apparire, di raccontarci, di spiegare tutto, Montale preferisce togliere. Privare. Far spazio al dubbio.

Eppure, in questo scavo nel buio, sa trovare parole che illuminano. Le sue immagini sono verticali, taglienti: parlano di mare, di pietra, di vento, di stanze chiuse e gesti appena accennati. Parlano, soprattutto, di quella tensione verso qualcosa che resta sempre un po’ oltre – “l’anello che non tiene”, la “maglia rotta nella rete”, il famoso “varco” che forse si aprirà, forse no.

Durante un tè con lui, Montale resterebbe in silenzio per lunghi tratti. Ma poi direbbe qualcosa di inatteso, di obliquo, che ti obbligherebbe a guardare il mondo con occhi diversi. Come i suoi versi: mai gridati, eppure indimenticabili.

Oggi più che mai, rileggere Montale significa imparare l’arte dell’ascolto e del margine. Significa accettare che la poesia – quella vera – non è mai risposta, ma apertura. E che nel non detto si nasconde spesso la più profonda verità.

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