C’è un momento preciso, un po’ malinconico, e tanto silenzioso, che ogni lettore conosce bene. È quello che arriva subito dopo l’ultima pagina. Quando il libro si chiude, letteralmente e simbolicamente, e con lui si chiude anche un pezzo di mondo che ci aveva accolti, avvolti, forse persino cambiati. È il vuoto che resta. Un vuoto che non fa rumore, ma pesa. Non si vede, ma si sente. Una specie di malinconia che non troviamo il coraggio di nominare ad alta voce.

Quel vuoto ha una forma ben precisa: ha il profumo delle parole sottolineate, dei personaggi diventati amici, delle notti passate a leggere con una luce fioca. Ha il suono dei respiri trattenuti nei momenti di tensione, delle risate inaspettate, dei sospiri d’amore. È la sensazione di aver lasciato qualcosa, o qualcuno, dietro di sé. Un addio senza cerimonia. Nessun saluto. Solo silenzio. E una copertina chiusa.

È lo stesso vuoto che si sente dopo il Salone del Libro. Quel brulichio di emozioni, voci, incontri, titoli, sguardi, code agli stand e occhi che si accendono davanti a una dedica scritta a mano… tutto si dissolve, come un sogno al risveglio. Torni a casa con la borsa piena, e il cuore ancora di più. Ma qualcosa manca già. L’adrenalina dei corridoi affollati, le parole scambiate con sconosciuti che sembrano amici da sempre, gli abbracci tra le pagine dei libri nuovi.

Anche il Salone si chiude. Si spengono le luci, si smontano gli allestimenti, si abbassano le saracinesche. E dentro, resta quel vuoto. Un vuoto bello, intenso, che sa di gratitudine e nostalgia. Lo stesso che provi dopo un romanzo che ti ha sconvolto, o dopo una storia che non volevi lasciare andare.

Finire un libro o uscire dall’ultima porta del Lingotto sono esperienze simili. Entrambe ti ricordano che qualcosa di bello è successo, e che è finito. Ma ti lasciano anche la consapevolezza di aver vissuto. Di essere stati altrove, in altre vite, in altri tempi, per un po’. Di aver toccato con mano l’anima della letteratura.

E allora forse non è davvero vuoto quello che resta. Forse è uno spazio da custodire. Una pausa sacra prima di ricominciare. Una ferita dolce, come tutte quelle inflitte dall’arte. È in quello spazio che nascerà la voglia di un altro libro, di un altro Salone, di un’altra emozione da rincorrere.

Perché i lettori sanno aspettare. E nel frattempo, ricordano.

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