
Non serve che un personaggio voli, o che una città scompaia o che un animale parli perché la letteratura diventi fantastica. A volte bastano un dettaglio che stoni o un gesto fuori sincrono.
La forza del fantastico sta proprio qui: non tanto nel creare mondi impossibili, quanto nel deformare appena quello che conosciamo, fino a renderlo instabile.
È una sensazione sottile, quella che lascia la grande letteratura fantastica.
Come un turbamento leggero, che stordisce e affascina contemporaneamente. Il pavimento delle certezze svanisce. Si continua a camminare, ma si sa — con chiarezza — che qualcosa è cambiato.
Con Calvino (ve ne ho già parlato qui ) si impara presto che la realtà può essere solo una delle tante possibilità narrative.
Le sue Città invisibili si fondano su strutture logiche perfette eppure sfuggenti: non ci chiedono di crederci, ma di pensarle.
Nel Cavaliere inesistente, la finzione diventa filosofia: un’armatura vuota combatte nel nome di un ideale, ma il corpo manca, e l’identità si disfa tra dovere e assurdo.
Borges, invece, scrive come se stesse sognando in una lingua antica.
Nei suoi racconti, l’universo è un archivio di possibilità, i libri contengono infiniti altri libri, e le biblioteche diventano simboli viventi del desiderio umano di comprendere ciò che è, ma anche ciò che potrebbe essere.
Nel suo mondo, i confini tra sogno e veglia sono labili, e la verità si frammenta in prospettive divergenti, portando il lettore a un piacevole quanto riflessivo disorientamento.
Cortázar, poi ancora, prende il lettore per mano e lo porta in una casa che si chiude da sola, in una stanza che si sposta di notte, in una realtà che si sfilaccia senza mai spezzarsi.
I suoi racconti non gridano, non spiegano: insinuano. E in questo, sta la loro forza.
In Casa occupata, la minaccia non ha volto, ma avanza in silenzio; in Le bave del diavolo, il tempo si sgretola tra una fotografia e un’intuizione.
Cortázar ci insegna che il fantastico non sempre abita l’eccezionale. Spesso si nasconde nelle pieghe del quotidiano.
García Márquez ha raccontato Macondo con la naturalezza con cui si descrive un villaggio della propria infanzia.
Ma in quel villaggio piove per anni, le ragazze volano, i morti parlano e la storia si ripete come una maledizione ciclica.
Il suo realismo magico non è un effetto stilistico: è un modo di abitare il mondo, accettandone i misteri come parte del quotidiano.
Isabel Allende, con La casa degli spiriti, ha fatto della memoria il vero luogo del fantastico.
La linea tra presente e passato, tra vivi e morti, tra eventi e visioni, si dissolve nel racconto.
Ma ciò che resta è un senso profondo di continuità: come se il dolore e la gioia, la storia e la leggenda, appartenessero allo stesso flusso.
In tutti questi autori, il fantastico non è un travestimento. Ma è denominatore comune: è una chiave.
Una chiave che apre stanze nuove nel nostro modo di guardare.
Ci ricorda che anche ciò che consideriamo solido può flettersi, e che nelle crepe del reale si annidano domande, intuizioni, e verità inafferrabili.
Non si tratta di fuggire dal mondo, ma di rileggerlo. Si tratta di accettare che la verità non sia mai una, e che spesso, la più autentica, si riveli proprio dove smettiamo di cercarla.
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