La fame del cigno

di Luca Mercadante 

Sellerio, 2025

pp. 416 

Libro cartaceo €17.00 

E-book €11.99 

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Decadenza e solitudine. Queste, le prime sensazioni che provo nell’addentrarmi in questa lettura. In mezzo ai rifiuti volutamente abbandonati di una Napoli che da scenario si fa protagonista, troviamo il cadavere di una giovane influencer torinese. O meglio, a trovarlo è Domenico Cigno. Fatalità o sciagura, questo improbabile protagonista cinquantenne, perennemente schiacciato dal peso della fame, indaga con passione e quasi ossessione, come solo un bravo giornalista sa fare. 

Ma questo è solo l’inizio della storia. La verità scava molto più a fondo, e pagina dopo pagina ci ritroviamo sommersi da un profondo senso di disperazione e desolazione per un’Italia che forse non conosciamo veramente. L’intera storia, però, è abilmente sorretta da un’ironia tanto sottile quanto stonata e da un senso di vuoto che pervade il lettore al trovarsi dinanzi alla fragilità umana. Quanto è autentica la nostra realtà? Cosa sta succedendo realmente? Esiste davvero il bene, o ce lo raccontano soltanto? 

Queste sono le vere domande che ci poniamo, insieme al nostro Cigno. Giornalista sportivo che si aggrappa a questa storia come ci si aggrappa a un appiglio per evitare di cadere giù. 

La sua indagine non lo porta solo alla scoperta di sé, ma lo porta proprio alla scoperta del male vero, quello di cui ci viene solo narrato, ma che noi (se siamo fortunati), dalla superficie della nostra agiatezza e patinatura non vedremo mai. 

E Mercadante ci racconta il male attraverso i suoi personaggi, attraverso i paesaggi, gli odori, le perversioni, i poliziotti ambigui, le prostitute che cambiano turno. Ci sono tanti richiami, tante eco profonde nel sottosuolo di questa trama, ma io non voglio svelarvi troppo, perché questa storia è bella se la si vive insieme a Domenico. Ci si affeziona a lui, perché si percepisce il suo bisogno di umanità, in perfetto contrasto con il suo mestiere. Domenico Cigno è una contraddizione vivente, e come la sua bella Napoli, è come scavatrice che non può fare a meno di trovare la realtà, ma questa lo sovrasta, lo scuote e lo delude portandolo a trovare nel cibo, la sola consolazione che la vita, quella amara, gli offre. 

L’ironia pungente dell’autore ci accompagna però anche verso una dimensione di forte critica al giornalismo, odierno e remoto. Una critica amara, sui confini tangibili, sulla soglia varcabile tra lecito e legittimo. In questo mondo di forte vanità e apparenza, la sete, o in questo caso, la fame, di notizia e di non far emergere lo scomodo è più forte della ricerca stessa della verità. 

“La fame del cigno” è un romanzo spietato e umano. Con un linguaggio incisivo e una struttura che scava nel lettore, ci restituisce non solo una storia, ma anche e soprattutto una condizione. Un’Italia ferita, disfatta, che parla attraverso i suoi silenzi, i suoi mostri e le sue ironie. Un libro che, come certi cigni neri, si muove elegante e silenzioso nella palude delle nostre imperfezioni.  

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