Giulia Lombezzi

Giulia Lombezzi, nasce a Milano nel 1987, ed è oltre che scrittrice, anche sceneggiatrice e drammaturga. È stata finalista al premio Calvino col suo primo romanzo intitolato La sostanza instabile (Giulio Perrone editore, 2021), e oggi con L’estate che ho ucciso mio nonno (Bollati Boringhieri, 2025), attraverso gli occhi della sedicenne Alice, ci racconta cosa si nasconda dietro la parola “amore” nelle relazioni famigliari.

1. Gentilissima Giulia, grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog. La nostra rubrica, come sa, s’intitola appunto Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza, in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

Probabilmente Mircea Cărtărescu, per vedere come parla, pensa e si muove qualcuno che scrive con un linguaggio così pittorico e chiaroscurale. 
E anche perché non sono riuscita a beccarlo al Salone del libro.

2.Il suo romanzo L’estate che ho ucciso mio nonno tratta il delicato tema dell’accudimento famigliare, ponendo appunto la famiglia come priorità assoluta laddove i veri protagonisti sono i sentimenti umani. Alice, infatti, la giovane adolescente protagonista, si sente sopraffatta dall’arrivo dell’anziano e burbero nonno in quella che è la sua routine. Ma anche la mamma viene completamente schiacciata da questo personaggio ingombrante e scomodo. Il nonno frantuma gli equilibri delle due donne.Cosa l’ha ispirata a ricreare una situazione così scomoda ma presentandola da un punto di vista nuovo, innovativo, fresco?

Ci tenevo che il punto di vista fosse fresco e prevalentemente umoristico perché per me la comicità è sacra, è una forma di elevazione, così come il riso è una forma raffinatissima di pensiero. Solo attaverso una voce sferzante e comica come quella di Alice ho potuto parlare di dinamiche così poco confortevoli come la cura di un anziano, la progressiva rinuncia a sé stessi e i vuoti d’aria che si creano dentro una famiglia quando vengono tenuti dentro troppi segreti.

3.Alice si pone molte domande e, pagina dopo pagina, appare sempre più sola e disarmata di fronte a una realtà che le sfugge.Secondo lei, i giovani di oggi si sentono altrettanto impotenti davanti alle scelte familiari, oppure hanno conquistato maggiore indipendenza?

Credo che dipenda da quanto in famiglia si è abituati a parlarsi, a non temere il confronto, a non procedere ognuno sul proprio binario. Uno dei fattori che fa esplodere Alice è proprio l’incapacità, da parte dei membri della famiglia, di vedere la difficoltà di Marta e il suo progressivo indebolimento. Questa storia parla anche dell’impossibilità di chiedere aiuto e della mancanza di una rete che ti porti a farlo.

4.Il titolo del suo romanzo è volutamente provocatorio. È di quelli che colpiscono al primo sguardo.È nato prima della storia o è arrivato dopo?

È arrivato dopo, a seguito di un breve brainstorming con la mia editrice, Daniela Guglielmino.
Il titolo di lavorazione di questo romanzo era “Il drago”, ma l’ho sempre vissuto per l’appunto come un titolo di lavorazione che serviva a me per orientarmi rispetto all’archetipo distorto Drago – Principessa – Principe su cui fa perno tutta la dinamica tra Alice, Marta e Andrea.
Era troppo vago e troppo associabile al fantasy per essere il titolo vero.
Questo invece funziona perché viene detto proprio dalla voce – anche volutamente sgrammaticata e colloquiale – di Alice.

5.Nel romanzo l’ironia sembra strisciare sotto la pelle, anche nei momenti più drammatici. Quanto conta per lei l’umorismo nella scrittura? È un istinto, una strategia o un modo per difendersi dalla realtà?

Decisamente un istinto. Non saprei scrivere senza umorismo, neanche le storie più tristi.

6.La Giulia sedicenne, se potesse, cosa direbbe alla Giulia autrice di successo, di oggi?

“Tutto bello, ma i soldi?”

7. Qual è il romanzo che avrebbe voluto scrivere? E perché?

Ho letto tanto Ellroy, Mosley, Cornwell, Lansdale, Ellis, Carrisi, Carlotto e vorrei proprio scrivere un thriller, un giorno, perché ammiro tantissimo come questo genere si struttura: la precisione degli incastri, la gestione del timing, il saper seminare i dettagli e infondere di tensione ogni pagina. Amo i libri che sanno far paura e spero prima o poi di realizzarne uno anche io.

8. Ha mai pensato a una trasposizione cinematografica o teatrale del suo romanzo? Che volto avrebbe, secondo lei, Alice?

Pierfrancesco Favino, ovviamente. 
O forse una giovane Danielle Mc Donald, o Shannon Berry. 
Ho visto tante ragazze in giro per Milano che sono lei, tante Alici che mi hanno ispirata, le ho viste scivolare in metro, appoggiarsi sui banchi di scuola, gironzolare nelle fumetterie. 
E sì, mi piacerebbe moltissimo, ovviamente, che diventasse un film. 
Se c’è qualche produttore che sta leggendo l’intervista, io sono qua.

9. Scrivere questa storia l’ha cambiata in qualche modo? Ha scoperto qualcosa di inaspettato durante la stesura?

Credo che il percorso di questo romanzo mi abbia reso più solida, ma so anche che certe dinamiche sono come nei videogiochi: più si sale di livello, più grosso, brutto e cattivo è il mostro finale.
Io in ogni caso sto pronta. 

10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

Sto scrivendo la storia di un orfano che vive con gli zii e il cugino bullo, dorme in un sottoscala e ha una strana cicatrice sulla fronte. La sua vita sembra procedere nella più completa infelicità.
Un giorno, però, riceve una lettera…

di Carlotta Lini

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