
Luca Tosi è nato a Cesena nel 1990 e attualmente vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi su «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), su minima&moralia, sulla rivista «’tina» diretta da Matteo B. Bianchi e nelle antologie Matti di guerra (Morellini Editore), curata da Andrea Tarabbia, e Cuore di Pietra (Skinnerboox), curata da Federico Clavarino e Wu Ming 2. Ragazza senza prefazione è il suo romanzo d’esordio.
1. Gent.mo Luca,grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog. La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?
A questa domanda, mi rendo conto, potrei cambiar risposta a seconda del tipo di momento o di giornata in cui mi trovo. Adesso come adesso, però, non hodubbi. Ti dico Parise. Durante questa estate ho letto molto di Parise, ci sono tornato sopra a qualche anno di distanza e come spesso mi succede rileggendo libri e autori che ho già letto, si sono aperti nuovi spiragli. Mi interessa molto il tiro che la scrittura di Parise ha nei “Sillabari”, in particolare l’effetto che crea, almeno su di me: mi sembra che riesca, in modo sorprendente, a cavalcare un ritmo che riflette lo scorrere del tempo di momento in momento, di parola in parola, pur raccontando sentimenti, la lente d’ingrandimento è sempre posta sui sentimenti. Mi piacerebbe chiedergli cosa lo ha portato a scrivere con questo ritmo “andante”, che cosa c’è sotto.

2. Il titolo “Ragazza senza prefazione” è fortemente evocativo. In che modo l’assenza di una ‘prefazione’ dell’altro, incide oggi sulle nostre vite? Le piacerebbe se ci fosse?
No. Sarebbe distopica, una prefazione intesa come didascalia svelata di ogni persona. In realtà però è evidente che ognuno di noi lavora tanto mentalmenteprefigurando sulle persone, in modo anche istintivo, basandosi su apparenze di ogni tipo, reali o virtuali. Ecco, forse, se c’è una prefazione di ognuno di noi oggi, è proprio dentro un profilo online. Il titolo “Ragazza senza prefazione” è anche, in qualche modo, una speranza, un antidoto che si finisce per auto-augurarsi, dato che come dicevo è forse impossibile non crearsi una prefazione una per ogni persona con cui si entra in contatto, anche solo da un telefono. Ma fa parte delle cose, fa parte dello stare al mondo oggi, non ci vedo per forza un difetto in questo, a me piaceva il contrasto che il titolo crea a livello di immaginario e di aspettative, per questo poi l’ho scelto.
3. La sua scrittura ha un ritmo che ricorda il montaggio cinematografico: tagli netti, silenzi, sguardi. Il cinema ha influenzato il suo modo di raccontare?
In una qualche misura sì. Mi piace molto lavorare sul ritmo, anche se mi costa tanto in termini di limatura e tempo, e per farlo lavoro soprattutto di sottrazione. Fa parte del mio gusto arrivare a un risultato che per me sia decente, sulla pagina, dove ogni parola o frase conferisca al testo, nell’economia di un paragrafo, tanti cambi di ritmo: per me il ritmo si riesce a creare solo così, quando di frase in frase ci sono battiti alternanti di sentimento ed effetto, idee e svolte una dietro l’altra, anche a livello di senso e logica. È una qualità che ricerco anche da lettore, nella poesia la ritrovo e in generale nelle narrazioni brevi, dove anche i non detti e gli spazi vuoti “parlano”, o almeno suggeriscono. Suggerire è l’effetto che preferisco, in narrativa. Mai spiegare. Le mie prime stesure sono spesso più discorsive, c’è una prosa più folta, ma poi è proprio il mio gusto che mi costringe a stare appiccicato alla pagina e a non sprecare una parola che sia una. Non ho ancora capito se è anche un limite, questo, nel mio caso, perché comunque mi ritrovo a tagliare tantissimo.
4. La sua opera, pubblicata da TerraRossa Edizioni nel 2022, si inserisce in un panorama narrativo in cui la figura femminile viene spesso raccontata dallavoce di un protagonista maschile. Secondo lei oggi c’è ancora spazio perl’editoria maschile?
Oddio, spero di sì. In generale, spero che ci sia sempre spazio per chi scrive cose belle, il più possibile slegate dalle tendenze, dalla politica in senso largoe dalla censura, fra cui inserirei soprattutto l’autocensura. In questo senso, di questi tempi, è probabile che certi autori miei coetanei, anche inconsciamente, stiano facendo i conti con un’autocensura legata a pensieri e idee che potrebbero essere recepiti come inadatti, sotto varie logiche. A volte ho questa sensazione: che sia facile, oggi, incorrere nel limitarsi nella spontaneità dello scrivere per paura di pestare delle merde. E fare compromessi, ripeto, anche inconsci. Non è facile averne il polso, questo è sicuro. Comunque, il mio unico parametro quando leggo o scrivo è cercare di capire, sempre secondo il filtro del mio gusto, che ormai è l’unico filtro che uso, se quello che sto leggendo è bello e non solo bello “adesso”, ma se lo potrà essere anche fra venti, trenta, cinquant’anni. Sicuramente il mercato editoriale è gonfio di libri che, trascorsi i tempi attuali (a i tempi attuali durano sempre meno, in termini di anni) finiranno nel dimenticatoio e menomale che sia così. Bisogna provarea scorgere la qualità e la bellezza di un testo, secondo me, oltre i parametri utili a un dato periodo o l’altro.
5. Diventare scrittore era il suo sogno di bambino o si immaginava diversamente?
Non sognavo di fare lo scrittore da piccolo, zero proprio. Mi ricordo però che mi venivan delle idee, idee di frasi, di parole accostate insieme. È un meccanismo che si è conservato, in me, nel tempo e che è rimasto sempre uguale, c’è sempre un momento della giornata dove un’idea di frase, di personaggio, di libro si presenta e io magari me la segno, oppure può anche essere che non me la segno e me la scordo. Mi capitava da bambino come mi capita oggi, la radice è la stessa. È cambiato sicuramente l’approccio. Scrivere richiede tanta pratica, familiarità col fallimento sulla pagina, soprattutto sulla lunghezza, tempo, pazienza. A me è la pazienza che manca. Molte volte mi tiro i colpi perché non mi sono segnato idee di cose da scrivere che sul momento mi erano sembrate decisive, è che sorgono sempre mentre sto facendo altro. Ho imparato a tenerle in testa immaginando puntine su un atlante bianco, fisso le idee in un ridicolo modo che definirei “geografico” sul vuoto, ma non funziona sempre, a volte le dimentico lo stesso. Da bambino ovviamente erano passeggere, momentanee queste idee, non le conservavo in nessuna maniera e non mi interessava neanche farlo, però ricordo bene lo stesso tipo di sensazione di adesso.
6. L’elemento ironico è predominante in tutta la sua narrazione, ma oggi, diciamolo, fare dell’umorismo è cosa assai ardua perché la denuncia è sempre dietro l’angolo. Lei cosa ne pensa del “politically correct”: era giusto correggere il tiro di certe battute o siamo solo più permalosi?
In parte l’ho detto sopra. In generale a me sembra che sia più quello che si perde, che quello che si guadagna col timore di pestare delle merde scrivendo. Però dev’esserci anche coerenza. Se una battuta scorretta, amara, offensiva la dice un personaggio scapestrato, che ne so, semi-analfabeta, insomma un tipoche può permettersi di dire quella battuta in termini di credibilità interna al testo, allora è sacrosanto che la dica, non ci dovrebbe proprio essere alternativa o compromesso. L’importante è che la battuta non sia gratuita, ma messa in bocca al personaggio secondo i suoi connotati e la sua voce. Mi viene in mente una poesia di Nino Pedretti che s’intitola “Orgasmo”, è in dialetto romagnolo con annessa traduzione dello stesso Pedretti. Comincia col verso “Adès i cieva tótt”, che in dialetto significa “Adesso chiavano tutti” e lodice (la poesia è una sorta di brevissimo monologo) una vecchia appostata alla porta di casa che ragiona su come le ragazze di oggi abbiano più libertà di quanta ne avesse avuta lei da giovane. Pedretti però si traduce così: “Adesso fanno tutti sesso”, o addirittura, mi pare di aver letto da qualche parte, che in una versione precedente avesse tradotto: “Adesso c’è libertà di coito”. Èevidente che entrambe queste sue traduzioni non stanno in bocca a una vecchia irrancidita, non è più lo stesso personaggio di prima, perde la sua pelle. Questo penso valga per ogni tipo di battuta, se c’è una coerenza narrativa non bisogna preoccuparsi del politicamente corretto, ma solo seguire ciò che i personaggi ti chiedono.
7. Se la sua vita fosse una sit-com, quale pensa che sarebbe?
Non ne ho idea. Non per fare lo snob ma giuro, non le ho mai guardate.
8. Nel romanzo si avverte un senso di disorientamento, come se il lettore fosse invitato a perdersi nella storia. Quanto è voluto questo spaesamento narrativo?Ha mai avuto paura che i lettori potessero fraintendere il senso del libro?
Mi vien da dire che lo spaesamento che può percepire il lettore è circa quello che vive Marcello, il protagonista del libro, che cammina a passo stanco per il paese in cui è cresciuto senza ritrovarsi, e senza ritrovare il paese in sé. C’è di sicuro un senso di straniamento in lui, ecco, più che di disorientamento. Marcello cerca di snebbiarsi, vorrebbe far ritorno a casa dopo la passeggiata con le idee più chiare rispetto a quando è uscito per camminare poche ore prima, ma non riesce assolutamente nel suo intento, o se ci riesce è solo in una piccola parte. Non penso che il lettore possa perdersi o fraintendere, cioè, non più di questo, perché la voce di Marcello (sì, in certi momenti rimugina e tende all’accumulo di pensieri e situazioni) si scandaglia da sola, pretende chiarezza, proprio perché lui ha un bisogno interiore di mettere ordine. In questo senso, penso che i due estremi si compensino. Invece, alcuni lettori che conoscono bene Santarcangelo e i suoi luoghi più simbolici mi hanno detto che si sono disorientati, e questo lo capisco e in un certo senso volevo che accadesse: ho affastellato i luoghi del paese secondo una mia mappa che non segue quella vera del territorio, e quindi i nomi di piazze, vie, bar sono quasi tutti veri, ma li ho disposti come pareva a me. Volevo costruire una mia Santarcangelo “mentale” e della memoria, un po’, ma non è un paragone,come ha fatto Fellini con la Rimini di “Amarcord”.
9. Qual è stata la scena o il passaggio più difficile da scrivere, e perché?
Quando provo a scrivere un romanzo parto quasi sempre stracarico di idee,ma spesso arrivo scarico al finale. Tirare i fili alla fine è stata la parte più complicata, se ricordo bene, in termini di tenuta narrativa: questo perché allo stesso tempo volevo, nella seconda parte, che il libro si aprisse anche a temi accessori che sono rimasti solo suggeriti, accennati, sottosviluppati rispetto a quelli principali. Il rapporto infantile e raffazzonato che ha Marcello con la fede, per dirne uno. Questo “scivolo” verso il basso nella seconda parte delle storie fa parte del mio gusto, mi piacciono i romanzi e anche i film che si concedono una quota lirica quando possono, dove i punti fissi a un certo momento si diradano, passano in secondo piano per liberare altro, e magari confluire poi in un finale aperto, come appunto succede in “Ragazza senza prefazione”. Non è facile, sia come effetto da creare, sia come materia da scrivere, ti rendi presto conto di aver lavorato su certe sfaccettature primarieche dai per assodate, poi però è bello metterle in discussione, mostrare risvolti minori, ombre e luci laterali, ma appunto ti può risultare più complicato tenerle insieme e c’è da scervellarsi. Resta comunque una dimensione che mi piace, sento la mancanza della lirica nei testi che leggo e che scrivo quando non la riscontro, quindi tanto vale faticare un po’ di più pur di arrivare a contemplarla nell’insieme di una storia.
10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?
Sì. A novembre di quest’anno uscirà “Oppure il diavolo”, il mio secondo libro, sempre per TerraRossa Edizioni. Non posso dire molto, dico solo che si tratta di un romanzo che, secondo me, ha una sua continuità con “Ragazza senza prefazione” per lingua, ironia, ambientazione, ritmo, ma contiene varie sorprese ed elementi della mia scrittura che ho voluto sperimentare e che sonodel tutto nuovi. Di sicuro è una storia meno scanzonata, cambia l’atmosferagenerale e ci sono sapori diversi legati alla voce narrante. Nel frattempo continuo a scrivere racconti, periodicamente appaiono su riviste, come faccio ormai da parecchi anni a questa parte.
di Carlotta Lini
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