
Ma io quasi quasi
di Michele Bitossi
Accento, 2025
pp. 192
€16 (cartaceo)
€8.99 (e-book)
Pensavo che questo libro non potesse essere più distante da me, ma ne ero inevitabilmente attratta. A fine lettura ne sono stata completamente sedotta. Chi mi legge da un pochino sa che le mie letture sono quanto mai imprevedibili, perché spazio tantissimo tra i generi e se decido di scriverne è perché ho realmente qualcosa da dirne. Ebbene, questa storia è davvero ben scritta. Se poi pensiamo che l’autore non nasce come scrittore ma proviene dal mondo della musica (sì è famoso, lo-conoscete-tutti-lo-so), questo modo di usare le parole e trasformarle in immagini nitide, amare e grottesche allo stesso tempo, è sorprendente. Perché il linguaggio di Michele Bitossi ha un che di “crudo e sporco” da rendere la sua scrittura sexy.
Ma parliamo della storia, che se no sembra solo che mi sia partito l’ormone.
Consiglio: andate subito a leggere i “non-ringraziamenti” dell’autore, io lo faccio sempre, ma questa volta fatelo anche voi. Merita scoprire come è nata questa storia.
Ne devi fare almeno due alla settimana o ti sparo dritto affanculo, mi ha detto Anna quando ho iniziato con i test delle urine.
Va bene, le ho risposto. (p. 7)
Questo è l’incipit del romanzo. Subito capiamo che non siamo in una favola e nemmeno in una situazione per così dire di ordinaria normalità. Infatti l‘intera narrazione si svolge nell’arco di meno di una settimana (da sabato al fatidico giovedì del giudizio), e per lo più tra le mura della mente di Riccardo, un padre separato, un talent scout in ambito calcistico, ma soprattutto un uomo che sta cercando di disintossicarsi dalla droga, non solo per amore della figlia Nora, per poterla continuare a vedere, ma anche per un inconsapevole sentimento di riscatto verso se stesso.
Questa storia presenta sin da subito un quarantenne in bilico, un po’ tra i suoi demoni di vita, un po’ tra le sue insoddisfazioni e le sue sconfitte e un po’ perché porta sulle spalle il peso della sua generazione. Generazione che, soprattutto quella maschile, doveva sempre essere forte, ma a cui non era permesso mostrarsi nella sua fragilità. Con il risultato di crescere con l’incombenza di dover essere “sempre bravi”, visti i sacrifici fatti dai genitori. Un peso che schiaccia, senza perdono.
Suo padre è morto da poco, sua madre è un’instancabile giramondo e suo fratello appena ha potuto, se ne è andato via. Riccardo è l’emblema dell’antieroe: vive di piccole ossessioni come splamarsi costantemente la crema Nivea sulle mani e farsi la radiocronaca mentale delle sue sventure. Ha una giovane fidanzata di nome Anna che appunto lo controlla in video chiamata per verificare che sia pulito. Il protagonista si muove dunque in uno spazio tragicomico, in cui si alternano momenti di esilaranti disavventure a momenti di non troppo celate tristezza e malinconia. Ma in questo romanzo c’è molto di più: con una punteggiatura quasi inesistente nei dialoghi, si passa dai pensieri paranoici al viaggio alla scoperta di sé e delle proprie crepe.
L’attesa del verdetto della psicologa, la Dottoressa Fontaneto, che dovrà fornirgli una restituzione clinica sulla possibilità o meno di vedere Nora, scandisce bene l’angoscia che pervade il protagonista in questi sei giorni che precedono il famigerato giovedì. Infatti l’uomo, pur di sfuggire ai suoi demoni, intraprende un assurdo viaggio on the road che lo porterà dalla Liguria alle Marche.
E Genova è l’altra grande protagonista di quest’opera, una città che non fa solo da cornice alla storia, ma che ne diventa parte attiva, sia dal punto di vista calcistico in riferimento allo stadio Luigi Ferraris, sia alle sue piazze e ai suoi scorci meno gettonati. Questa città in qualche modo è come se assorbisse il flusso di pensieri del protagonista, che per non farsi soffocare da questa forte stretta sceglie la fuga, inconsapevole in realtà, di aver soltanto paura di fallire, un’altra volta.
Queste paure di Riccardo lo accompagnano per tutto il romanzo, ma nonostante la drammaticità delle tematiche trattate, l’intera opera è ricca di ironia e auto-ironia, tanto che il dramma degli eventi ha un ritmo talmente incalzante e scorrevole che la lettura risulta leggera e mai ridondante.
Ho apprezzato moltissimo questa storia perché è una storia vera, che potrebbe accadere a ognuno di noi. Credo che questo romanzo, oltre ad avermi regalato bellissimi sorrisi per le situazioni più imbarazzanti di cui è vittimamente protagonista il nostro Riccardo, mi abbia anche regalato una grande consapevolezza: la speranza, è la sola ancora che ci salvi dall’abisso dei nostri fantasmi.
Ti è crollata una diga dentro, le dico dopo che abbiamo provato per la terza volta, a fare l’amore.
Non mi risponde.
Sono due anni esatti che che ci conosciamo e forse questa è la prima volta che mi rendo conto di quanta sofferenza c’è in lei.
Chiudo gli occhi e vedo un piccolo paese di montagna, completamente inondato, distrutto, annientato, annullato da milioni di metri cubi d’acqua, mista a tutto lo schifo possibile e immaginabile.
Poi Anna mi abbraccia e stiamo in silenzio qualche minuto, completamente nudi, sotto le coperte della stanza dell’agriturismo che abbiamo trovato al volo su Booking.
Nonostante l’operaio che ci sta dando dentro col martello pneumatico sulla terrazza al pianoterra, m i sembra di sentire, dalle macerie del paese distrutto dentro di me, le urla disperate di qualcuno che evidentemente è riuscito a non morire ancora. (p. 95-96)
Grazie Michele per questo libro, non vedo l’ora di leggere il prossimo.
Carlotta Lini
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