
Raffaella Case è nata nel 1977 in pianura, a Bad Schwalbach, Germania, ma cresce sul ripido, a Belluno, ai piedi delle Dolomiti. Da vent’anni vive e lavora a Milano come giornalista. Sogna di rivedere la neve in città.
Una testa piena di ricci è il suo primo romanzo.
1. Gent.ma Raffaella, grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog.La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?
«Senza alcun dubbio con Truman Capote. Sul comodino, in camera da letto, ho una sua raccolta antologica (Capote. Romanzi e racconti, collezione I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore). Mi è stata regalata 20 anni fa da unaspirante fidanzato ed è la mia Bibbia. Ogni volta che sono in crisi, svogliata nella lettura o nella scrittura, sfoglio quelle pagine, rileggo l’incipit folgorante di A Sangue Freddo, i perfidi dialoghi tra le signore benissimo di La Côte Basque, spizzico un racconto giovanile e mi riconcilio con il mondo. Ma tornando al nostro tè: inviterei Capote in un albergo elegante del centro di Milano, perché è un tipo esigente, stando bene attenta a cosa mettermi, che una sua squadrata da capo a piedi non me la leva nessuno. Sceglieremmo un tavolino appartato, per praticare lo sport preferito di ogni autore: osservare senza essere visto. Lui al suo tè aggiungerebbe del rum e, a lingua sciolta, commenteremmo tutto: texture dei tovaglioli, biscottini di accompagnamento, colore dei fiori, la piega inesistente sulla blusa di quella cliente».

2. Il personaggio di Zhenga con la “h” si ispira a qualcuno che fa parte della sua vita o è puro frutto della sua penna? Come le è venuta l’idea di darle questo nome?
«Il personaggio di Zhenga è legato alla mia biografia per tre motivi. Il primo è che vivo in una grassa, grossa e colorata famiglia mista. Il secondo è che il mio stesso background è multiculturale: figlia e nipote di migranti veneti, ho trascorso l’infanzia tra Italia e Germania. Il terzo è che il mio quartiere, Bovisa, a Milano, è forse il più internazionale d’Italia. Inevitabile che porgessi l’orecchio a una storia come quella di Zhenga, di cui avevo, da subito, visualizzato il cespuglio afro, gli occhi grandi e pensosi, la fisicità ossuta e la cocciutaggine. Per renderla viva, reale, avevo però bisogno di chiamarla per nome. Già, ma quale? Ho interrogato l’oracolo Google e ha sputato fuori Zhenga, con l’acca, nome che non ha un’origine etimologica precisa. Da qualche parte, in Africa, pare significhi Regina, ma non è questo il punto: a me ha fatto subito scattare l’assonanza con il portiere italiano Zenga, campionissimo di parate. E in certe vite e contesti, si sa, bisogna imparare a parare i colpi dei pregiudizi».
3. I personaggi che ruotano intorno alla protagonista hanno tutti una fortissima identità che supera ogni pregiudizio sociale. Zhenga è come un’eroina che deve affrontare diverse sfide da sola, ma la gente intorno a lei tende (inaspettatamente) ad aiutarla. Lei pensa che nella vita reale sarebbe andata allo stesso modo?
«Zhenga ha quasi 13 anni, è in un una fase della vita magica e irripetibile. Una fase in cui – ci siamo passati tutti, solo che ce ne dimentichiamo – la volontà non è annacquata dagli è impossibile!, dalle delusioni, e da un certo realismo che fa rima con pessimismo di noi adulti. Sono convinta che un’energia così limpida non possa che attirare figure positive e portarti dritto dove vuoi. Quando credi fermamente in qualcosa – senza calcolo, senza paura – il mondo risponde e ti accompagna. O almeno ti lascia passare».
4. Il tema dell’identità, “sempre a metà”, è centrale: che cosa significa per lei oggi raccontare la ricerca di appartenenza in un’Italia multiculturale ma ancora spesso chiusa?
«Non sono da sola a raccontare quest’Italia multiculturale: lo raccontano i visi dei ragazzini in metropolitana, dei nostri colleghi al lavoro, degli attori negli spot di marchi “italianissimi”. Non ci può essere un’Italia chiusa, le porte sono spalancate, l’aria fresca circola. Io non ho fatto altro che mettermi in ascolto».
5. Lei nasce come giornalista e proviene principalmente dal mondo della moda, ma nel 2024 ha partecipato ad un torneo letterario. Che esperienza è stata per lei? La consiglierebbe?
«Partecipare a IoScrittore è stato come frequentare un master accelerato in scrittura creativa, editing e gestione dell’ansia. Lo consiglio caldamente a tutti gli aspiranti autori. Perché è vero che scrivere, da giornalista, è il mio pane quotidiano. Ma approcciare un romanzo è un altro campionato. In questo torneo mi sono confrontata con altri dilettanti allo sbaraglio come me: leggere i lavori altrui mi ha aiutata a capire i miei errori di scrittura, mentre ricevere i feedback sul mio romanzo mi è servito per aggiustare il tiro in fase di editing. Per l’ansia invece ci sto ancora lavorando».
6. Se il suo libro diventasse un film cinematografico, chi vorrebbe come cast e come regista?
«Senza citare un regista specifico, posso dire che amo un certo cinema ironicoe irriverente. Quei film in cui ridi ma ragioni, per capirci. Quanto al cast ho una sola certezza: Idris Elba nel ruolo di Solomon. Anche se qui a parlare è il mio io da groupie quindicenne».
7. Il suo romanzo è stato molto apprezzato anche in ambito scolastico. Lei volutamente desiderava rivolgersi anche a un pubblico di più giovani o il fatto che la protagonista sia così giovane non dovrebbe influire sull’età dei lettori?
«Mentre scrivevo non ho mai pensato a un target preciso, mi sono semplicemente messa al servizio della storia, che spero parli a più generazioni».
8. Solomon, il padre, appare come segnato dal silenzio e dalla rimozione: che cosa significa per lei, come autrice, dare voce a un personaggio che sceglie di non raccontarsi?
«Il silenzio è una forma di comunicazione eloquente: trovo che Solomon dica moltissimo proprio nel suo sottrarsi alle spiegazioni. Ho scelto di non forzarlo a raccontarsi: il suo dolore custodisce un mistero che merita rispetto».
9. Se potesse racchiudere in una sola frase l’eredità che desidera lasciare ai lettori con Una testa piena di ricci, quale sarebbe?
«L’ironia salverà il mondo».
10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?
«Il mio progetto futuro più immediato è riuscire a fare un detox serio dal cellulare. La scrittura, così come la lettura, impongono silenzio e calma, in antitesi con la frenesia da social».
di Carlotta Lini
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