Né introversi né estroversi

di Rami Kaminski

Corbaccio, ottobre 2025

Traduzione di Maria Elisabetta De Medio

pp. 208

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Otroverso

[agg. e s. m. (f. -a)] Persona tra i cui tratti della personalità figura quello di «non appartenenza», che consiste nel non partecipare dell’esperienza comunitaria, restando un eterno outsider. A differenza di chi soffre di disturbi relazionali, gli otroversi sono empatici e affabili, ma faticano a sentirsi parte integrante di un gruppo, pur non mostrando comportamenti diversi dalle persone ben integrate. (p. 23)

Questa è la definizione con cui lo psichiatra e scrittore Rami Kaminski ci introduce all’oggetto dei suoi studi. Il fondatore dell’Institute for Integrative Psychiatry di New York, si definisce egli stesso un otroverso, e ha dedicato la maggior parte della sua ricerca all’analisi dei disturbi dell’umore, dei disturbi d’ansia, da stress e tutto ciò che riguarda la sfera neuro-cognitiva. La teoria secondo cui o siamo introversi o siamo estroversi è, secondo Kaminski, inesatta perchè non include coloro che pur essendo a loro agio nella relazione uno a uno con gli altri, non sentono alcun bisogno di appartenenza ad un gruppo per sentirsi bene. A tal proposito l’autore ci fornisce questo chiaro esempio:

Proprio come essere mancini, essere otroversi è una caratteristica cognitiva, profondamente radicata nel cervello. Come oggi consideriamo sbagliato costringere i bambini mancini a «cambiare mano» (era pratica comune di genitori e insegnanti fino all’inizio dello scorso secolo), lo stesso vale per i tentativi di far «cambiare verso» agli otroversi, insistendo affinché si inseriscano e si sentano parte di un gruppo. (p. 30)

Ma in cosa si distingue un otroverso?

L’autore ce lo spiega punto per punto, offrendoci innumerevoli spunti sia su celebri autori del passato come ad esempio Virginia Woolf con Una stanza tutta per sé , sia riportandoci gli stimolanti casi di alcuni suoi pazienti (chiaramente nominati solo con un’iniziale non riconducibile ad alcun individuo). Ecco dunque le principali caratteristiche:

  1. Mancanza di istinto gregario: l’otroverso non ha bisogno di sentirsi parte della comunità per vivere un’esistenza felice. L’otroverso sa perfettamente relazionarsi col gruppo, può essere anche molto popolare ma l’adesione alla comunità non è requisito di felicità.
  2. Osservazione, non partecipazione: quante volte alle feste vediamo i timidi che stanno in disparte senza farsi notare e gli estroversi che sono invece l’anima della festa? Ecco, in mezzo a questi due universi c’è l’otroverso che ha un ottimo rapporto one-to-one con tutti i presenti ma che in un contesto di raggruppamento si sente solo e a disagio ma non perché non accettato (come gli introversi) ma perché semplicemente non sente questa necessità di aggregazione.
  3. Mancanza di conformità: l’otroverso non disdegna la compagnia di un amico, ma non sente il bisogno di avere o fare come fanno “tutti” per sentirsi accettati. Crescendo questo atteggiamento spesso si attenua nell’adulto, ma se si pensa agli adolescenti quanto è fondamentale per loro avere il jeans che fa tendenza e fare contenuti social che diventino virali? Ecco, l’otroverso ha piacere di stare in compagnia di un suo amico, ma non sente il bisogno di emularlo.
  4. Pensiero indipendente e originale: il valore di una persona non dipende dalla sua abilità nel tessere una grande rete sociale e questo l’otroverso, una volta capito di esserlo, lo abbraccia come una regola fondamentale. Forzarlo non serve a niente, se non a creargli disagio. L’otroverso ha una sua identità che viaggia da sola. Non è un recluso, ma una persona consapevole di ciò che lo fa stare bene, e per questo non cerca di snaturarsi.

E quindi come viene percepito dalla società un otroverso?

Attraverso innumerevoli spunti riflessivi ed esempi pratici dei suoi pazienti vediamo come la società etichetti erroneamente gli otroversi come introversi, persone con disturbo di ansia sociale, emarginati e neuro divergenti. Ad esempio, una madre, paziente di Kaminski, durante una seduta lamenta la preoccupazione che il figlio adolescente non desideri partecipare a feste, andare in campeggio e passare le giornate coi suoi coetanei. Sostiene non sia “normale” e lo esorta (o meglio quasi lo costringe) a partecipare agli eventi precedentemente menzionati. Il risultato è negativo per entrambi: la madre si sente irrequieta perché non vede il figlio omologato, il figlio è frustrato perché non vuole omologarsi. La soluzione? Lasciare che il giovane faccia ciò che si sente di fare. Oggi infatti il figlio della paziente ha brillantemente portato a termine i propri studi, ha una fidanzata e una vita sociale appagante ma non forzata. Sarebbe facile etichettare la madre come insensibile, ma la verità è che è semplicemente mossa dal desiderio di sapere suo figlio felice, senza però soffermarsi sul fatto che il concetto di felicità non sia un fenomeno standard e uguale per tutti. Per un giovane otroverso, infatti, felicità è preferire una partita alla play con il suo migliore amico piuttosto che andare alla festa dell’ultimo anno di liceo con altri cinquanta coetanei.

L’intera opera è volta quindi alla scopo di far accettare gli esseri umani per quello che sono e in qualche modo anche di rincuorare coloro che si son sempre sentiti fuori posto e continuamente spinti a essere qualcosa che non sono, a non sentirsi alieni ma umani. Questo libro è una lettura interessante non soltanto per il suo contenuto informativo e divulgativo, ma è un forte toccasana in contrasto con l’esigenza innata della società di voler controllare ogni ricciolo fuori posto.

Una chicca? A fine testo c’è un utile test per valutare la propria otroversia.

Carlotta Lini

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2 risposte a “Fuori dal gregge. “Né introversi né estroversi” di Rami Kaminski. Come vivere felici e non omologati.”

  1. Avatar Topper Harley

    Non so se la lettura potrebbe piacermi, ma credo come minimo di avere un lato otroverso.

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    1. Avatar I need a book | The Thrill of Literature

      Credo che in realtà sia un tratto comune a molti (l’ho pensato anche io) solo che non si è mai indagato sul come ci si senta ma, come spiega l’autore, più sul doversi per forza costringere a essere come gli altri.

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