Il mio cuore libero

di Majd Al-Assar

Garzanti, novembre 2025

Traduzione di Simona Garavelli

pp. 256

€17 (cartaceo)

€9.99 (e-book)

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Per Salah e Nay.

Possiate avere sempre la certezza che l’amore di vostra madre è stato più forte di qualunque guerra che abbia mai provato a spezzarlo.

E per ogni madre di Gaza che ha portato il peso dei propri figli, della fame e della paura tra le fiamme e le macerie senza mai smettere di credere nel domani.

Dare alla luce il proprio figlio è un atto così fortemente doloroso che è quasi impossibile descriverlo. La sofferenza fisica che si prova nel farlo affacciare a questo mondo è lacerante per la maggior parte delle donne che decidono di compiere questo gesto d’amore estremo. Eppure, nonostante non sia vero che ci si dimentichi tutto, nel momento in cui quella piccola creatura è tra le tue braccia, tutto il dolore scompare e la gioia di sentirti madre è così avvolgente ed immensa da farti sentire leggera, sollevata e profondamente grata. Decidere di mettere al mondo un bambino è una grande responsabilità perché significa che per i prossimi anni della tua vita dovrai sacrificare la tua per la sua. Non sarai più indipendente, non sarai più solo tu. Ecco perché è una scelta così importante, delicata ed intima che va rispettata sia che la si abbracci sia che la si rifiuti. La scrittrice e giornalista palestinese Majd Al-Assar ha scelto di essere madre due volte. Non poteva sapere quanta forza immensa avrebbe dovuto trovare in se stessa, come donna e come madre, per rassicurare i suoi figli durante la guerra, ma l’ha trovata e la sta trovando ogni giorno, a Gaza, la sua città. Oltre a questo, ha anche deciso di regalare prima a sé stessa e poi all’intero mondo la sua storia, i suoi orrori e raccontarci che nonostante lo sterminio insaziabile della sua città, c’è ancora speranza per l’umanità.

Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima sera prima che il cielo crollasse. Prima che le strade si riempissero di fumo invece che di risate. Prima che i bambini imparassero a distinguere il fischio di un missile dal ronzio di un aereo da ricognizione. Prima che lasciassimo casa nostra portandoci solo dietro ciò che potevamo trasportare da soli, senza mai più tornare a essere gli stessi. Quella sera andammo a dormire credendo nel mattino dopo.

Ma il mattino ci stava già aspettando con il fuoco tra le mani. (p. 34)

Leggendo le sue parole, capiamo quanto questo libro nasca dalla forte esigenza di divulgazione. Majd, di capitolo in capitolo, condivide con noi il suo dolore di donna, le sue paure di madre e la frustrazione di dover sempre ricominciare da capo senza mai sapere se un giorno potrà mettere la parola fine e ricostruirsi definitivamente.

La giornalista inizia a raccontarsi partendo dalla nascita dei suoi due figli, Salah e Nay, cui ha dedicato questo romanzo. Prima del 7 ottobre 2023 la vita di Majd, di suo marito Rashad e dei suoi figli era una vita ordinaria, costellata di tanta meravigliosa normalità. Gaza era la loro casa, fatta di piccole routine, di ricordi, di speranze e di sogni. Salah è venuto al mondo il 17 settembre del 2015 , Nay è nata il 5 settembre del 2018. Nessuno ti spiega come essere madre, tantomeno come essere una madre forte e coraggiosa. Majd infatti racconta di come comprese che essere madre consisteva non soltanto nel proteggere i suoi bambini, ma anche nel farsi carico di tutte le loro paure, per infonder loro un barlume di speranza di sopravvivenza. Ma i bambini in preda al terrore e ai propri demoni erano anche altri, li incontrava per le strade, spersi e senza più una famiglia a cui appartenere.

[…] compresi un’altra cruda verità della maternità in tempo di guerra: non si tratta solo di tenere stretti i propri figli, ma di estendere quella protezione, quell’amore feroce, a ogni piccola mano che il destino ha posto nella tua, anche se appartiene a un estraneo. Non vivevamo più in una città fatta di abitudini e risate. Eravamo frammenti di esistenze sparse per le strade, uniti dalla paura, dalla speranza e da una volontà di sopravvivenza che non si lascia spezzare. (p. 42)

L’amore è la forza portante dell’intero racconto dell’autrice che affida a noi lettori il compito di testimoniare l’importanza delle sue parole per far sì che nessuno si dimentichi della verità. E la verità arriva come uno strappo violento e ci ricorda che non stiamo leggendo un libro di fantasia ma di triste realtà. Come l’episodio in cui Rashad, il marito, racconta di aver trovato i pezzi di Yusuf, un bambino che fino a qualche giorno prima giocava spensierato con la sua nonna.

Majd ha lasciato il suo quartiere per mettersi in salvo. Ha dovuto accettare l’incertezza di una vita nomade, il peso delle domande di Salah a cui non sempre sa rispondere, soprattutto quando la guarda con gli occhi sgranati e pieni di orrore, e le notti trascorse stringendo Nay per proteggerla dal buio, mentre le bacia i capelli. Eppure, lungo quel cammino di privazioni, ha imparato a riconoscere il valore di istanti minuscoli e preziosi. Ricordi di vita che la fanno sentire ancora un essere umano. Perché questa è la storia di una donna palestinese che cerca di rimanere in piedi attraverso la sua voce. Con la casa editrice italiana Garzanti ha scelto di offrire una testimonianza umana e autentica di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Le sue parole sono un inno alla vita e alla voglia di lottare per essa. Dietro le rovine dello sterminio ci sono persone, famiglie, storie che hanno bisogno di essere ascoltate e protette. Non possiamo e non dobbiamo esserne indifferenti. Majd Al-Assar crede in un futuro migliore, e noi dobbiamo credere in lei.

Porta le nostre voci con te. Raccontale dove regna il silenzio. Ricordale anche quando il mondo vuole dimenticasene. Perchè le storie da sole non possono fermare una guerra, ma se vengono ricordate, raccontate e onorate possono diventare semi di un domani diverso.

Carlotta Lini

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