La tua bellezza

di Sahar Mustafah

Marcos y Marcos, maggio 2020

Traduzione di Francesca Conte

pp. 384

€18 (cartaceo)

€11.99 (ebook)

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Per voi stroncati dall’odio, le vostre storie vi tengono con noi.

In La tua bellezza Sahar Mustafah colloca la narrazione in un tempo ridotto all’essenziale. Afaf Rahman, direttrice della Nurrideen, una scuola islamica femminile negli Stati Uniti, sta pregando nel confessionale mentre nell’edificio si sta consumando un attacco armato.Un uomo americano e bianco entra con un fucile e inizia il suo sterminio ai danni di ragazze innocenti.

Quando sente echeggiare gli spari attraverso la ventola, il primo pensiero di Afaf è per Azmia. Che materia ha adesso? In che aula è? A quale piano? Ma non riesce a concentrarsi. Va tutto così veloce. Un attimo prima sta pregando, poi sente gli spari, che all’inizio sente per petardi. Poi dalla ventola arrivano le urla. Le cedono le gambe, si accascia contro il muro. Porva a richiamare Lou, ma non risponde. È sola. Con le dita che tremano compone il 911 sul cellulare. (p. 329)

Il romanzo diventa improvvisamente claustrofobico e ogni singolo respiro diventa irrimediabilmente pesante e pericoloso. Tutto il resto, la vita, le scelte, le contraddizioni, emerge da lì, senza un preciso ordine e senza la pretesa di ricomporsi. Il romanzo procede così, per ritorni improvvisi e per scarti. Il presente non viene mai davvero abbandonato, ma continuamente interrotto dai ricordi di Afaf: l’infanzia in una famiglia palestinese emigrata, il rapporto con la madre, il matrimonio, la fede, il lavoro. Non c’è un fil rouge nitido che tenga insieme tutto. E non sembra nemmeno esserci la volontà di costruirlo. La memoria entra in scena come entra nella mente di chi è sotto pressione: in modo diseguale e mai omogeneo.

Afaf è un personaggio sicuro, autonomo, forte. È una donna che ha imparato a stare in equilibrio tra contesti che l’hanno sempre messa sotto pressione e sotto giudizio. La sua forza non è mai dichiarata, non è dettata da grandi gesti, ma si calibra, pagina dopo pagina, nel portare avanti responsabilità che non lasciano spazio all’esibizione. Afaf non viene resa esemplare, né addolcita. Non è un’eroina, ma non è nemmeno passiva. È a tratti rigida, a tratti stanca, spesso sola. Ed è proprio questa resistenza quotidiana, non eroica, a darle spessore.

L’attacco armato che fa da cornice alla storia non viene trattato come un evento eccezionale. Non c’è suspense costruita, né compiacimento narrativo. La violenza entra nella scuola come qualcosa che, per quanto assurdo, non è del tutto imprevedibile. È il risultato di un clima fatto di semplificazioni, di paure coltivate e di identità ridotte a immagini fisse. L’uomo armato resta ai margini della narrazione, ma la sua presenza basta a mostrare quanto l’odio possa diventare un gesto quasi amministrativo, come svuotato di ogni pensiero razionalmente logico.

Il titolo del romanzo accompagna il testo in modo ambiguo, più che altro polivalente. La tua bellezza non rimanda a qualcosa di celebrativo. È una bellezza osservata dall’esterno, interpretata, e, spesso, deformata. Una bellezza che non coincide con ciò che viene considerato accettabile. Eppure, esiste anche un’altra forma di bellezza, più interna e meno esposta: quella che passa attraverso i legami tra donne, attraverso lo spazio della scuola, attraverso un’idea di cura che non ha nulla di sentimentale o di estetico.

La scelta di ambientare la vicenda in una scuola femminile è centrale. L’educazione non è solo uno sfondo, ma un luogo fragile, continuamente sotto pressione.

Afaf annuiva e sorrideva, auspicando che ognuna delle sue alunne arrivasse a esprimere pienamente il suo potenziale. Non sognaavano pèiù matrimoni principeschi, una dote da fiaba; carriere da avvocato, da medico, da leader politico scintillavano adesso all’orizzonte di quelle giovani vite, più luminose di un anello di diamanti. (p. 19)

Le ragazze che Afaf guida rappresentano ciò che può ancora crescere e, allo stesso tempo, ciò che è più vulnerabile. C’è una dimensione materna che attraversa il romanzo senza mai essere apertamente esplicitata: una forma di protezione che in qualche modo rassicura, nonostante la paura.

La scrittura di Mustafah è controllata e selettiva. Non cerca né l’effetto scenico né fa leva sull’emozione. Anzi, talvolta può apparire fin troppo essenziale e ridotta al minimo, ma credo sia una scelta voluta, e il lettore si cala completamente nella storia cercando di mantenere anche lui come Afaf, contegno e lucidità, senza farsi sopraffare dal turbinio di emozioni che rischiano di tradirla. C’è un fortissimo senso di responsabilità, dettato da una tensione che a tratti sembra vacillare, perché in fondo siamo esseri umani e per quanto si reprimano i sentimenti, in situazioni di panico, tendono sempre a farsi avanti.

Il legame con il vissuto dell’autrice si avverte senza mai trasformarsi in sovrapposizione diretta. Sahar Mustafah, cresciuta negli Stati Uniti in una famiglia palestinese, conosce dall’interno la condizione di chi vive costantemente sotto uno sguardo che giudica. Questa esperienza non diventa mai rivendicazione, né chiave di lettura esplicita. Resta sullo sfondo, come una consapevolezza che informa il testo ma senza prenderne il controllo.

Chiudo il libro con la sensazione di aver ascoltato qualcuno a lungo, senza poter intervenire. Non tutto mi è stato chiaro, non tutto mi è risultato vicino. Ma quella voce non si può liquidare in fretta, e questo, per me, è quello che conta.

Carlotta Lini

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