
Le perfezioni
di Vincenzo Latronico
Bompiani, luglio 2025
pp. 144
€12 (cartaceo)
€7.99 (ebook)
Avevo aspettative alte per Le perfezioni. Il rumore che lo ha preceduto, i premi, le candidature (finalista all’International Booker Prize 2025), l’entusiasmo diffuso: tutto lasciava presagire un romanzo capace di lasciare un segno profondo. E invece, arrivata all’ultima pagina, mi sono accorta di essere rimasta indietro. Mi mancava qualcosa, questo viaggio, seppure breve, non mi aveva portata dove avevo immaginato.
Il libro mi è piaciuto, sia chiaro, ma non quanto speravo. Le descrizioni della magnetica città di Berlino, con i suoi ritmi, le sue luci, i suoi rumori, sono la parte della narrazione che più mi ha affascinato. Ecco, l’emozione, però, quella non l’ho proprio sentita.
Latronico racconta perfettamente la vita di Tom e Anna, una coppia di giovani che è emigrata a Berlino, tra lavori creativi, coworking, appartamenti arredati con gusto, amicizie internazionali, relazioni curate come profili Instagram. Un’esistenza mobile, elegante, apparentemente libera, costruita su scelte consapevoli e su una costante ricerca di equilibrio. Tutto è in apparenza perfetto e la loro esistenza potrebbe essere fonte di benevola invidia, poiché i due non solo rappresentano una generazione in fuga che ce l’ha fatta, ma che continua a farcela e anche quando il costo della vita aumenta o quando dai vent’anni si passa ai trenta, e gli amici figliano e ritornano a “casa” in patria (ma è davvero poi quella la vera casa?), loro, i due protagonisti, Tom e Anna, non mollano. Resistono. Ci sono.
Il romanzo osserva questo mondo con uno sguardo preciso, quasi geometrico. Gli spazi, gli oggetti, i rituali quotidiani diventano parte integrante del racconto. Tutto è calibrato, misurato e pulito. Il che non ha nulla di negativo di per sé perché la scrittura riflette perfettamente l’universo che descrive: è infatti controllata, precisa e senza sbavature.
Ed è proprio qui che, per me, ne è nata una mancanza. Mancanza di sentimento. Quel trasporto emotivo che spinge a sentire ciò che si sta leggendo fin sotto la pelle, oltre la pagina. Una sorta di assorbimento involontario del lettore all’interno della narrazione, anche se è distante, inverosimile o disturbante. Quel trasporto è quel pepe che vivacizza e stimola la lettura.
La storia procede per frammenti, scorci di vita, momenti condivisi, traslochi, viaggi, relazioni che cambiano lentamente forma. Più che una vera traiettoria narrativa, sembra un lungo movimento circolare, in cui i personaggi restano sospesi in una bolla di apparente armonia.
Tom e Anna incarnano una generazione colta, mobile, cosmopolita, che ha tutto per sentirsi realizzata e che invece convive con una sottile inquietudine di fondo. Una generazione che sa scegliere con cura dove vivere, cosa comprare, come lavorare, ma fatica a costruire radici, legami profondi, una direzione definitiva. E qui Latronico si è dimostrato abilissimo nel restituirci un quadro quanto mai fedele alla realtà. Il romanzo coglie bene questa condizione. La restituisce con intelligenza, con ironia sottile, con uno sguardo che non giudica davvero ma osserva, analizza ed elabora. Eppure, più proseguivo la lettura e più avevo la sensazione di restare fuori dal libro. Di guardare i personaggi attraverso una vetrina. La loro inquietudine rimane trattenuta, composta, quasi estetizzata. Rimane lì sulla pagina. Non esplode mai davvero. Non sporca la superficie. E questa perfezione formale, così coerente con il mondo che racconta, finisce per raffreddare anche il coinvolgimento emotivo.
Ho ammirato la costruzione del romanzo. Ho riconosciuto la qualità della scrittura. Ho apprezzato l’intelligenza dello sguardo. Ma mi è mancata quella crepa capace di far entrare il lettore fino in fondo. Quel punto di rottura che trasforma un ritratto riuscito, in un’esperienza che travolga e trascini dentro le pagine della narrazione.
Le perfezioni è un romanzo che racconta molto bene un mondo ma che, almeno per me, lo fa più con la testa che con lo stomaco. Più con l’osservazione che con l’emozione. E forse, parlando di vite così curate, così levigate, così costruite sull’idea di equilibrio, continuo a cercare una frattura più profonda. Qui l’ho intravista. Ma non l’ho sentita davvero.
Carlotta Lini
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