Non ancora 101

di Irene Salvatori

Marcos y Marcos, gennaio 2026

pp. 256

€18 (cartaceo)

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La Rosa, la bellissima elegantissima Rosa, non è del tutto un cane nemmeno lei, del resto qui pare che il gene del cane manchi un po’ in generale. Comunque sia, ogni mattina quando mi sveglio e la guardo che dorme beata con la testa adagiata sulla mia pancia, la vedo così elegante e delicata che potrebbe essere una statuina di porcellana cinese antica di quelle del museo di Dresda e penso che forse è la reincarnazione di una principessa. Imperiale, naturalmente. (p. 53)

Precauzioni prima della lettura: guardare almeno una volta “La carica dei 101”, il cartone disneyano con Crudelia De Mon (allerta spoiler: i dalmata non li vuole tenere tutti per sé per coccolarli).

Modalità d’uso: mettersi comodi e controllare che non ci siano borse incustodite. Aprire il volume e leggerlo. Le risate non sono da considerarsi un effetto indesiderato.

Avvertenze: avere un cane, o meglio, più di uno, facilita la lettura ma garantisce la lacrima.

Se Non ancora 101 di Irene Salvatori fosse una medicina, la sua posologia me la immaginerei esattamente così. Amo i cani, ma odio tutti i film con gli animali parlanti, perciò approcciarmi a questa lettura è stata una vera novità. Non avevo mai letto, infatti, libri con protagonisti “cani parlanti”, mentre di libri scritti da cani

Questo romanzo corale tra l’autrice e i suoi sei bracchi ungheresi, racconta innanzitutto del bellissimo rapporto tra cani e umani. Il testo non si limita a proporre una visione di umano-padrone e cane-amico fedele e succube del primo. L’innovazione di Salvatori, sta proprio nel far confluire il pensiero umano a quello canino facendo perdere ogni distinzione e ogni confine realistico, seppur mantenendo questa bolla di magico universo parallelo in una Berlino sempre in movimento, multilingue e cosmopolita. Il rapporto tra la protagonista e i suoi amici pelosi è fatto di estrema complicità e comprensione: uno scambio di sguardi, lettura delle menti e di tanti piccoli gesti dolci o snervanti (e questi ultimi spesso ai danni di un letto o di una borsa). Gli stessi amici pelosi e protagonisti del componimento, hanno una loro marcata personalità che li porta a diventare fin da subito come sei personaggi in cerca d’autrice. Fortuna che che hanno trovato lei, ma son certa che la fortuna sia anche tutta sua (della scrittrice, intendo).

Ma chi sono questi tanto menzionati magnifici sei? Aaron, l’uomo perfetto (ah, no è un cane), Ibi, la ragazza che è sopravvissuta, Gabor, il perennemente affamato, Rosa, la boss, Aziz, il tirabaci. Ah sì, e anche Bernardo (una presenza silenziosa e discreta, che c’è, ma non te ne accorgi). Questo libro è dedicato alla Signora Lorenz, l’addestratrice, ma io direi più l’interprete canina, ovvero colei che ha permesso all’autrice di tradurli, capirli e forse amarli ancora di più.

– O Berna’, ma pure te, sei il doppio di tutti e ti fai mordere da questo scemo?
– Io?
– Eh, te. Mica ha morso me.
Ma io che c’entro, se quello è scemo e morde gli altri è un problema suo, mica mio.
Eggia. (p. 76)

Ciò che risalta immediatamente è l’irriverenza della scrittura, quella comicità un po’ amara, o meglio agrodolce, che rende la lettura un groviglio di emozioni, difficili da sbrogliare perché avere un cane (o un gatto) è molto più di avere un semplice compagno o un amico. Significa prendersene cura, dedicargli tempo, attenzione. Sembra scontato ma non lo è e se si sceglie di accudirlo, allora non si sarà mai davvero soli. Nemmeno quando si è in doccia. È come se i cani riuscissero a leggere l’anima e soprattutto quando percepiscono la tristezza, il dolore e la fatica, sanno comunicare il loro sostegno e la loro totale devozione.

Convivere con un cane tiene raggomitolati i fili e poi, proprio al di là di metafora, me mi tiene in equilibrio. Che se non fosse per loro finirei a gambe all’aria e chissà in quanti frantumi mi romperei.
Non che non succeda comunque, ma almeno loro intervengono preoccupati e io ho un motivo per rialzarmi. (p. 196)

I cani di questa storia parlano, ma forse quelli della nostra non li abbiamo ancora mai davvero ascoltati.

Carlotta Lini

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