
I convitati di pietra
di Michele Mari
Einaudi, novembre 2025
pp. 168
€17.50 (cartaceo)
Il titolo non è un semplice vezzo erudito. I convitati di pietra di Michele Mari, pubblicato da Einaudi nel novembre 2025, porta con sé una memoria teatrale antica: quella statua che, in Tirso de Molina e in Molière, accetta l’invito a cena e presenta il conto. Non occorre nominare il Don Giovanni per avvertire la vibrazione di quella scena: il banchetto, l’arroganza della giovinezza, l’illusione di poter restare impuniti. Nel romanzo di Mari nessuna statua tende la mano gelida. Eppure qualcosa siede al tavolo, anno dopo anno. Non è soltanto il compagno che manca, non è solo la fotografia mentale di chi non tornerà mai più. È la parte di noi che credeva di essere eterna: il tempo che si compatta e prende forma. Se in Tirso de Molina e in Molière il convitato incarna una giustizia verticale, qui la resa dei conti ha un andamento più terreno, quasi burocratico: un bonifico annuale, un investimento, una percentuale. La punizione non scende dall’alto, cresce con gli interessi. E l’attesa non è quella dell’inferno, ma della statistica.
Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa del nesci, e Brodo indicasse prima la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, piú che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. (p. 3)
La cena diventa così un teatro vivente e vorace. A ogni brindisi si fa spazio una crepa, quella dell’avidità, e dietro ogni falso sorriso si nasconde una previsione: chi sarà il prossimo a morire? Non serve il soprannaturale: basta la competizione, basta l’idea che sopravvivere equivalga a vincere e così, quando qualcuno si alza per l’ultima volta, il tavolo si restringe, come se la pietra avesse fatto il suo lavoro.
Mari sembra suggerire che il vero convitato non sia tanto il morto, quanto piuttosto l’irrisolutezza che resta tra i vivi.
I convitati di pietra è un romanzo che comincia con un brindisi e si chiude con un conto aperto con il tempo. Il 22 luglio 1975, la classe di maturandi della III A del Liceo Ginnasio di Berchet di Milano decide di legarsi a un patto che ha i sapori del rischio e dell’inganno. Le regole sono semplici: ogni anno una somma versata, un capitale che cresce, un premio destinato ai tre superstiti. All’inizio pare quasi un gioco adolescenziale, ma solo in apparenza perché negli anni diventa un meccanismo che rivela una spietata e distruttiva maschera di insaziabilità omicida. Quel potere quasi divino di stabilire chi deve vivere e chi no.
Mari orchestra la vicenda con grande maestria, come fosse un burattinaio con le sue marionette: da un lato gioca con la vita dei suoi stessi personaggi, dall’altro offre una veduta spiazzante della perfidia umana. Non mancano i nostalgici riferimenti al cinema e, in particolare, a Gene Hackman, che qui, più che un richiamo al grande attore, pare quasi un’evocazione a un ‘entità superiore, dotata di fascino e maliziosa ironia.
Non si è mai saputo chi avesse contattato chi: verrebbe da pensare che Hackman fosse stato contattato dal più esperto Kirk e Reynolds dal meno esperto Michael, sta di fatto che quando Hackman scoprì di essere l’alternativa di Reynolds rifiutò senza nemmeno dare uno sguardo di sceneggiatura. Ecco, su questa serie di equivoci si tormentava Semprini. C’era un altro ruolo che il suo idolo avena rifiutato, ma in questo caso Semprini non solo non soffriva ma anzi approvava. Si trattava della parte di Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti, un film che non lo aveva mai entusiasmato e che secondo lui era adattissimo a ruotare attorno agli occhi acquosi di un attore sopravvalutato come Anthony Hopkins. (p. 103-104)
In un certo senso è un’opera ciclica, che si ripete continuamente. Ogni 22 luglio infatti i compagni si ritrovano, si studiano, misurano rughe, diagnosi, e, cadute. L’amicizia assume la forma di una partita a scacchi in cui la pedina da sacrificare è sempre un volto conosciuto. Lì, tra un brindisi e un sorriso forzato, l’affetto si intreccia con il calcolo, e la memoria con l’invidia. Indovinare chi sarà il prossimo equivale a desiderarlo. E il desiderio diventa ancora più feroce quando si è avidi di denaro e la bramosia di vincere offusca ogni ragione.
Il romanzo procede lungo i decenni fino al 2050 e oltre, seguendo le traiettorie dei trenta ex alunni come se fossero linee su un grafico che si assottiglia anno dopo anno. L’adolescenza, il periodo della vita in cui ci si sente invincibili, ritorna come un’eco beffarda mentre la vecchiaia avanza con la sua contabilità maligna. Mari osserva entrambe con un doppio registro: commozione e sarcasmo, in una sorta di macabra malinconia che va a braccetto con un prelibato gusto per il paradosso.
La forza del libro sta nell’ambiguità che tutti conosciamo: la cena di classe come capsula temporale. Per qualche ora riaffiora la versione migliore di noi stessi, quella che abitava i corridoi del liceo. Poi basta una crepa per rivelare frustrazioni, atti insoluti e competizioni mai sopite. In questo spazio ambiguo prende forma la vera posta in gioco: non il denaro, ma il confronto ineludibile con chi eravamo e con chi siamo diventati.
Stizzita, frustrata, si chiese poi, come le era già capitato in precedenti occasioni, che senso avesse rivedersi ogni anno a cena, dato che nulla legava le loro vite al di là del fatto casuale e ormai superatissimo di aver fatto parte della stessa classe per un pugno di anni scolastici: certo, c’era la riffa della morte, che però, una volta impostata, poteva prescindere dallo stanco rituale dei simposi, anzi lo doveva, se non altro, per una questione di eleganza. (p. 13-14)
Mari si diverte. Lo si avverte nelle invenzioni narrative, nelle deviazioni improvvise, nelle scommesse clandestine e nei tentativi maldestri di piegare “il Fato”. Ma soprattutto lo si percepisce dall’affetto che nutre per i suoi personaggi e per la difficoltà, mano a mano, a lasciarli andare. Eppure sotto la superficie ludica vibra una domanda più cupa: quanto del nostro destino dipende da una decisione presa con leggerezza? E quanto, invece, da quella parte opaca che è dentro di noi e che preferiamo non guardare?
I convitati di pietra ci dimostra come «il passato (o meglio, la Morte) non resti dietro di noi, ma dentro di noi»: prende posto accanto a noi, ci versa da bere, e attende il momento giusto per fotterci.
Carlotta Lini
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