
Il senso della fuga
di Hajar Azell
Marcos y Marcos, febbraio 2026
Traduzione di Sara Giuliani
pp. 224
€18 (cartaceo)
Ciò che amo di questa casa editrice è il suo andare sempre contro corrente, o meglio, secondo la propria corrente. In un periodo editoriale in cui i contenuti sembrano tutti uguali, ciò che contraddistingue Marcos y Marcos è la voglia di essere diversi. Lo si percepisce già dalle copertine che sono sempre accattivanti, mai banali, e grazie al cielo non propongono sempre e solo il volto di una donna (basta, davvero, ne siamo pienamente saturi). Lode ad Andrea Cavallini , in arte Dr Bestia, che col suo tratto rende sempre riconoscibile e suggestivo guardare un Marcos. Ma ora veniamo al contenuto. Questa storia racconta di una fuga nella speranza di ritrovare se stessi. E forse anche qualcosa di più.
Città dopo città si era abituata al gioco del viaggio e della casualità. Perché era partita la prima volta? Per chi? (p. 81)
Con Il senso della fuga di Hajar Azell seguiamo il percorso di Alice, giovane giornalista freelance che viaggia per il mondo. La sua carriera inizia a Beirut nel 2010, poi si ritrova nel cuore della rivoluzione egiziana del 2011, in piazza Tahrir, e segue la caduta del dittatore Mubarak. Attraverso gli occhi di Alice, (ri)scopriamo tutti i fermenti di quel periodo: i giovani militanti, gli attivisti in favore della democrazia e i giornalisti dell’opposizione, le loro contraddizioni, quelle della società egiziana e, molto più tardi, la ripresa del controllo da parte dell’esercito.
Alice è sempre all’erta e abbraccia il caos del mondo per comprendere meglio il proprio. La giovane si dedica anima e corpo a un giornalismo crudo e il suo incontro con Bassem, giornalista egiziano tanto appassionato quanto disilluso, scatena un amore dettato dal bisogno di colmare le proprie solitudini e dalla necessità di affrontare i fantasmi del proprio passato. Alice nei suoi viaggi si scontra con la violenza del mondo è la relazione col collega diventa un concentrato di tensioni e incomprensioni culturali che non la fanno avanzare ma esplodere: uno specchio di ciò che succede nel mondo. Alice si ritrova poi ad Aleppo, bloccata sotto le bombe di Bashar Al-Assad. Di fronte alle violenze di quest’ultimo, perde gran parte delle sue illusioni sulla possibilità di cambiare il mondo.
Alice cammina verso casa, con un nodo allo stomaco. […] ogni giorno pensa al sole di Aleppo. Era arrivata in città in una calda mattina del luglio 2012 per seguire l’avanzata dei ribelli a nord. Il suo sguardo si era posato sulle parabole color oro arruginito, alla ricerca di punti in comune con i suoi viaggi precedenti. Con le sue pietre slavate, Aleppo sembrava Amman. I balconi squadrati con le lunghe tende colorate ricordavano vagamente quelli di Beirut. Al suo ritorno, l’avevano messa a riposo forzato. Lei avrebbe preferito continuare, ripartire, fuggire, avrebbe preferito dimenticare. Avrebbe preferito svegliarsi un giorno dicendosi che quei morti non erano morti e che la vita poteva continuare. (p. 99-100)
Al suo ritorno a Parigi nel 2013, la giovane giornalista sente la necessità di riconnettersi alle sue radici soprattutto con la città di Orano, la città di suo padre, scomparso anni prima. La svolta è l’incontro con Ilyes, un giovane algerino, anche lui originario di lì. A Orano, in Algeria, Alice indaga in particolare sugli harragas, cosiddetti “bruciatori di frontiere”, pronti a tutto pur di attraversare il Mediterraneo e raggiungere il sogno D’Europa in cui potranno vivere meglio. Lì Alice cerca anche se stessa, le proprie tracce, per riprendersi dopo aver assistito e vissuto l’orrore della “Storia” che si sta compiendo, ma inaspettatamente qui ci saranno anche l’amore e una nuova maturità ad aspettarla.
L’autrice ci regala il ritratto di una giovane donna vivace, affamata di vita e profondamente attenta alle tensioni del mondo. Il romanzo esplora con passione i temi della fuga e dell’esilio e ci fa immergere nel cuore di un Libano crepitante di energia, della rivoluzione che scuote l’Egitto e di un’Algeria ancora piena di speranza. Con la sua scrittura precisa e magnetica, ci cattura fin dall’incipit, presentandoci una protagonista che non è affatto un’eroina quanto una figura realmente umana, immersa nei propri ideali, combattiva e fragile allo stesso tempo.
L’universo descritto da Azell è infatti un organismo pulsante di tensioni violente ma anche di speranze deluse, una mappa di luoghi che tremano al ritmo degli sconvolgimenti della Storia. Gli scenari delle città visitate da Alice non hanno nulla di confortevole perchè sono presentate nella loro cruda essenza. L’autrice sviluppa una narrazione quasi sensoriale e talvolta frammentata, che cattura sensazioni e impressioni fugaci. Il ritmo è certamente incalzante e la storia si legge d’un fiato eppure la voglia di andare avanti è inevitabilmente rallentata dal piacere di soffermarsi a riflettere.
Le grandi questioni sollevate da Il senso della fuga non si riducono alla ricerca di un senso: Alice in realtà vuole trovare un posto nel mondo, ma non conosce davvero il mondo. L’impegno giornalistico, quindi, perde la sua missione primaria e si riduce a una cornice in cui tentare di dare forma al caos, di trovare un punto in cui aggrapparsi a un un mondo che le sfugge continuamente. L’identità, appare quindi come una costruzione precaria, continuamente plasmata dai traumi della storia. Questo romanzo, in modo implicito, ci parla di quel vuoto interiore che ci spinge a cerca una vera pace, anche e soprattutto interiore. L’Algeria stessa, vista come speranza di risoluzione e chiarimento sulle sue origini, si rivela un enigma difficile da decifrare, perché non ci sono veri punti di riferimento, ma pezzetti di una storia famigliare dalle ferite ancora aperte. La ricerca identitaria in questa accezione offre più domande che risposte e ci spinge a interrogarci su quale sia il vero senso della ricerca stessa.
Questa magnifica opera trova una forte risonanza nella nostra epoca disorientata, fatta di poche certezze e troppe fragilità. Alice incarna con forza questa generazione incerta e in balia del mondo che ha ereditato. Divisa tra le sue radici francesi e algerine, simboleggia questa identità composita, questo nomadismo contemporaneo che sembra essere il destino di una parte crescente delle nostre esistenze. Il romanzo di Hajar Azell trova la sua vera forza nella bellissima costruzione dei personaggi, nella capacità di rievocare la Storia con minuzia, facendo trapelare l’orrore senza mai nascondere quel velo di speranza che lo rende così intimo e delicato, e imponendosi come un’opera significativa per il nostro tempo. Con il suo sguardo sul mondo, ci dà la possibilità di dare un senso più sincero alla nostra esistenza, sia come singoli individui che come insieme di un’unica realtà.
Carlotta Lini
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