La Canaria

di Mara Fortuna

Les Flâneurs Edizioni, maggio 2025

pp. 292

€19 (cartaceo)

https://amzn.to/4tOntXb

La Canaria di Mara Fortuna è un romanzo familiare, un genere che oggi più che mai, in Italia, sembra trovare un forte consenso di pubblico. Dopo averne letti diversi, l’impressione è di essere saturi delle stesse identiche dinamiche narrative. Per fortuna, questo non è il caso.

La storia è ambientata nella Napoli che va dall’inizio del Novecento agli anni Sessanta e racconta delle sorelle Ida e Gilda (originariamente Giulietta) Gennarelli, concentrandosi principalmente sul rapporto che intercorre tra le due. La narrazione comincia con Ida, ormai anziana e in preda a una demenza senile, nell’intento di disfarsi dei pesi della vita: tutto ciò che le appartiene, ogni oggetto che le capiti a tiro viene scaraventato fuori da casa. Suo malgrado, Gilda, si vede costretta a trasferirsi nella dimora della sorella, con cui non ha un buon legame, ma lo fa unicamente per il dovere morale di accudirla. Le due donne, sono così costrette a vivere forzatamente sotto lo stesso tetto. Ciò che le accomuna però, è l’amore per l’arte: Ida voleva fare la cantante, Gilda l’attrice. I loro sogni di bambine, nonostante il talento e le possibilità (appartengono infatti a una ricca famiglia che lavora nel campo artistico-musicale) vengono continuamente ostacolati e scoraggiati dai tempi, dalla figura materna (Maria) e dalla vita stessa.

Un tema centrale di tutto il romanzo è proprio la difficoltà di essere donna: il desiderio di indipendenza e intraprendenza era mal visto infatti, e a una donna non era quasi permesso ambire a un’esistenza che fosse diversa da quella di essere madre e moglie devota. In questo mezzo secolo storico, l’autrice descrive con maestria e attenzione l’Italia del sud, le due guerre, i desideri infranti e la consapevolezza di essere impotenti dinanzi al tempo che avanza.

Ida lo prese, guardava il ragazzo senza sapere che dire «Levate il panno, vedete se vi piace». La ragazza svelò il regalo. Era una gabbia e dentro, col capo sotto l’ala, riposava un canarino. Arrossì di piacere. «Ma perché?» cercò di protestare. «Voi cantate come un usignolo. Questa è una canaria, spero che vi piace». Ida lo guardò imbarazzata e contenta. «La prossima volta che avete bisogno di accordare il pianoforte chiamatemi, per voi ci sarò sempre». Rimase sola a fissare l’uccellino, che nel frattempo si era svegliato e saltellava. Non era di quelli gialli. Aveva il petto e la faccia color oro, ma il capo e il dorso erano grigi, screziati da piume bianche, nere e verde rame, con due occhietti color nocciola e la pancia chiara e tonda. «Ciuciuciù» disse infilando l’indice tra le sbarre. Lo portò a casa e lo appese vicino alla finestra della sua stanza. Le scaldò subito il cuore, sentiva che tra loro c’era affinità: tutti e due cantavano rinchiusi in gabbia. «Ma dove l’hai pigliato?» chiese Maria appena lo vide. Ida le disse una mezza verità, che nelle sue passeggiate andava spesso a Monteoliveto e che stavolta aveva incontrato Nunzio e lui le aveva regalato il canarino. La madre sospirò e la figlia intese: l’accordatore era un partito da niente. (p. 217)

La prospettiva del doppio punto di vista aiuta a immergersi facilmente nella storia e a vivere come spettatori attivi le ferite e i rimpianti di due donne ormai giunte alla resa dei conti, in cui ciò che è stato non si può più cambiare. Le vicende individuali dei personaggi si inseriscono infatti in un contesto storico e sociale preciso, e il romanzo riesce a restituire con grande efficacia il modo in cui la Storia s’infiltra nelle vite quotidiane, modificandone traiettorie e destini.

Ciò che dà ritmo alla storia è anche l’alternarsi dei due piani narrativi: da un lato abbiamo le due sorelle ormai anziane negli anni Sessanta, che la notte non dormono perché il buio porta pensieri e tormenti. Fortuna fa emergere i conflitti irrisolti che aleggiano tra le due donne, e ben delinea come queste, a distanza di anni abbiano ricordi diversi dello stesso vissuto. Bellissimo come l’autrice porta sulla pagina il tema della memoria e di come il tempo, possa inevitabilmente ingannarla. Dall’altro, abbiamo invece le due sorelle da bambine, e l’autrice approfondisce questo legame conflittuale sia artistico che familiare, che è come una slittamento continuo.

Gli attraversamenti storici, a partire dall’assasinio di Re Umberto I (che porta sconforto nel padre più a livello economico che di suddito, per la mancanza di celebrare la festa del paese), passando per le due Guerre mondiali, la spagnola e il colera. Questi elementi forniscono al lettore un preciso quadro storico della città di Napoli. Questa, è parte viva della storia, non resta mai secondaria alle vicende. Una storia che porta in scena la canzone sia come tradizione sia come riscatto e fonte di guadagno. Lo zio Emilio è un editore musicale, ma in realtà l’intera famiglia Gennarelli è pregna di arte. Tra pittori, scultori e artisti è come se l’espressione artistica venisse infusa inconsapevolmente nelle vite delle due sorelle. Ma le gabbie che imprigionano Ida e Gilda, sono quelle del tempo e del costume: seppure questa sia una narrazione di finzione, s’intreccia con quello che era il retaggio culturale dell’epoca. Fare arte, fare musica, diventare cantante o diventare attrice, rendeva la donna una poco di buono. Una donna facile.

Le tematiche affrontate sono tantissime, ma una piccola menzione va fatta al personaggio ben costruito di Immacolatella, una Madonna bambina (lo spirito della sorella morta prematuramente) che si manifesta a Ida in una visione che la accompagnerà per la sua intera esistenza. Quando però questa lo rivela alla sua famiglia, il risultato è che di essere portata dall’esorcista. Anche Gilda la vede, ma la reazione alla sua presenza è ben diversa da quella della sorella.

Ore 3:00, fantasmi.

Ida si raggomitola sul bordo del materasso, più lontana che può dal corpo di Gilda. La sorella dorme nel letto suo e vuole vivere la vita sua. Sempre uguale da quando erano piccerelle. L’unica cosa bella che teneva era Immacolatella, e lei gliela voleva levare. Gilda non le voleva lo stesso bene che le voleva lei: non c’era nella sagrestia quando don Ciro le faceva l’esame, c’era all’interrogatorio. Lanciava la pietra e poi se ne scappava. (p. 129)

Un aspetto che secondo me arricchisce piacevolmente l’intera lettura è l’uso vivo del dialetto napoletano, che rimane come impastato tra le pagine facendo percepire ai lettori tutto il fascino della cultura partenopea. Questa scelta contribuisce a creare un forte senso di autenticità. Le conversazioni, le dinamiche familiari, persino i conflitti acquistano una densità particolare proprio grazie a questa lingua che conserva il ritmo e il suono della realtà.

La Canaria è un romanzo che si muove con grande naturalezza tra desiderio e privazione, riportando la memoria ai rimpianti d un tempo. La sua forza non risiede soltanto nella storia che racconta, ma nè un intreccio di ricordi, testimonianze, figure realmente esistite e vicende rielaborate dalla scrittura fino a diventare letteratura. Uno degli aspetti più affascinanti è il ruolo stesso delle figure femminili, che emergono con una forza narrativa particolare. Sono donne che diventano il vero motore emotivo della storia. Fortuna costruisce tutti i suoi personaggi con grande attenzione psicologica. Molti di loro hanno una base reale, ma attraverso la scrittura vengono trasformati in personaggi letterari autonomi, capaci di vivere sulla pagina con una forte identità. Una finzione che non risulta mai artificiosa: convince e rimane ingabbiata nella mente e nel cuore dei lettori.

Proposto da Antonella Cilento per il Premio Strega 2026, questo romanzo merita davvero di essere letto. Questa bellissima opera mi ha lasciato una piacevole sensazione di nostalgia e la consiglio vivamente, perché fa amaramente capire, pagina dopo pagina, quanto sia bello e duro, essere donna: ieri, come oggi.

Carlotta Lini

Posted in , , ,

Lascia un commento