
Briciole
di Alessandro Pozzolo
Ensemble, marzo 2026
pp. 122
€15
Il romanzo inizia con una frattura molto forte: un figlio fugge di casa a seguito di un litigio coi genitori, soprattutto col padre, perché la madre non fa nulla, piange, e quindi è complice. Volano parole forti dal padre, «Dove credi di andare, stronzetto» (p. 10) e volano pugni in pancia da parte del figlio in risposta a quella rabbia che emerge forte e implacabile fin dalle prime righe. Il ragazzo scappa da casa perché in quella cazzo di casa non ci vuole stare se non lo vogliono.
La mia visuale si allarga, come entrare in una lente fisheye. Sui corpi dei suoi amici intorno brillano gocce di sudore. Sono lì con loro ma sto anche correndo giù per quelle scale, sto correndo e quello che mi insegue è l’urlo di mio padre che si manifesta come un drago enorme che gli esce dalle labbra e viene scagliato giù contro di me […] (p. 102)
L’adolescente, che scopriremo chiamarsi Pietro e avere diciassette anni, si precipita giù dalle scale e come in un incubo distopico viene assorbito da esse, dai ricordi e dall’altalenarsi tra realtà narrata e realtà percepita. Fuori, c’è un’altra grande protagonista ad accoglierlo: c’è la città di Roma, imponente e caotica, che come un vulcano fa esplodere le sue fragilità.
Becco Sandro in fermata, a Ponte Lungo, busta di spray alla mano. […] Dove mi sta portando? Sandro io non la conosco questa parte della città, i miei non mi vogliono qui. Sandro io vengo da via Nazionale e questi posti non giusti per uno come me. Sandro mi senti? Io devo andare bene a scuola, prendere buoni voti perché così posso andare all’università. (p. 15)
Roma assorbe tutto. Roma è viva, una divoratrice che, insaziabile e golosa, assimila i desideri e le paure della città, di giovani e di adulti, di chiunque sia schiacciato dal peso delle responsabilità, delle aspettative che la società e la vita stessa impongono. Ma quanto impattano le ambizioni dei grandi sui figli? Quanto le scelte sono dettate dal senso ingombrante del dover sempre essere all’altezza, senza mai deludere nessuno?
«Tutto questo per arrivare a te. Tu che di problemi ne hai zero. Ti abbiamo dato tutto, tutti gli strumenti per fare bene nella vita. Parli inglese, hai un padre che ti può spiegare la matematica quando non la capisci… e tu cosa fai? Al tuo ultimo anno di liceo, al primo compito in classe di matematica, con i professori che già ti hanno detto che sei a rischio dall’anno scorso, metti i risultati a caso. Io penso a mio padre e mi vergogno». I miei pugni fremono al lato del piatto. (p. 23 )
Come sopravvivere a un’età così delicata, così difficile da far capire agli adulti ma così dannatamente bella proprio per le sue insidie che sembrano insormontabili? Con l’evasione dalla realtà. Rifugiarsi nel proprio mondo è uno strumento comune non soltanto ai giovanissimi, ma anche agli artisti, che comunicano attraverso il corpo. Pietro lo fa anche tramite le scritte sui muri, infatti, perché non sa come gestire le sue emozioni, ma non può tenere tutto dentro di sé.
L’esordio di Alessandro Pozzolo è potente e delicato allo stesso tempo. La storia narrata non è raccontata attraverso gli occhi dei genitori ma è filtrata dalla percezione del giovane protagonista, un ragazzo che non sa ancora quale sia la sua identità e ha un disperato bisogno di trovarla e di comprendere il suo ruolo nel mondo. Leggendolo mi sono venuti in mente altri giovani protagonisti come Chiara di Antonella Lattanzi (Einaudi) o la rabbiosa Lucia di Col buio me la vedo io (sempre edito Einaudi). Il fardello che devono portare i giovani non è visibile a tutti gli adulti, e, cosa ancor più grave non è compreso e riconosciuto dai grandi. Ma Pozzolo, da docente umano, ben tratteggia i suoi personaggi, dimostrando di capirli davvero.
L’uso ben miscelato dei dialettismi alla lingua italiana suscita in me, da sempre, un grande fascino e non è semplice amalgamare bene i due registri linguistici, ma l’autore ci riesce abilmente, regalandoci un romanzo breve caratterizzato da innumerevoli sfumature. La sua stratificazione delle scene e del protagonista restituisce una chiave di lettura fortemente identitaria: seppure suoni paradossale perché il giovane della storia è, come detto, alla ricerca della propria identità, il lettore, se adulto, si ritroverà con facilità in quel vortice di pensieri e di insicurezze che costellano la mente di un adolescente. Lo siamo stati tutti e tutti abbiamo, talvolta, smarrito la retta via per ritrovarci dinanzi a un grande dilemma: chi siamo noi veramente? La risposta, è tra le pagine.
Mi sono allontanato solo per poter mettere insieme con più consapevolezza i pezzi di quello che mi hai donato. Quindi fammi andare via, fammi dimenticare chi sono ancora una volta. Sono abituato a cercarmi nelle crepe. (p. 120)
Carlotta Lini
Lascia un commento