• L’oratorio di Natale

    di Göran Tunström

    Iperborea, 2011

    pp. 400

    €18.50 (cartaceo)

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    Questa estate ho iniziato uno dei miei viaggi alla scoperta di autori, sensazioni, luoghi e…un po’ di magia. Mi sono imbattuta in Tunström quasi per caso, leggendo il suo breve ma intenso Un prosatore a New York, sempre edito da Iperborea.

    In sole 50 pagine l’autore riesce ad attirare il lettore a sé in un modo tanto autentico quanto magnetico: così è cominciato questo viaggio, che non è ancora terminato ma che mi ha portato oggi a consigliare questa sua opera, decisamente più lunga, e ancora più lirica.

    Ma di cosa parla?

    Un giovane e famoso musicista di nome Victor, una sera d’inverno torna a Sunne, la cittadina dov’è nato, persa nelle foreste svedesi, per dirigere l’Oratorio di Natale di Bach, alla ricerca di se stesso e delle fonti più profonde della sua arte. L’intera narrazione rimane come sospesa in un lunghissimo flash-back, fino a concludersi circolarmente nella scena della corale. È insieme la storia di un amore immenso, un amore vissuto in modo diversificato e corale da tutti i protagonisti, e del lavoro di preparazione del concerto dell’Oratorio da parte di una corale di una piccola cittadina svedese, che dà il via alla narrazione, l’accompagna via via, e la chiude.

    Una lettura delicata, sensibile e profonda sul senso della vita e delle proprie radici. Consigliato a chiunque voglia fermarsi un po’ per rigenerarsi, con calma e un pizzico di malinconia, tipica del periodo natalizio.

  • Natale a Thompson Hall

    di Anthony Trollope

    Marcos y Marcos, dicembre 2024

    pp. 56

    €5.99 (ebook)

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    Benvenuto Dicembre, di solito sei il mio mese preferito, quest’anno però sono un po’ sottotono…ma per fortuna i libri sanno sempre come farci stare meglio!

    Il mio consiglio di lettura di oggi è Natale a Thompson Hall dal maestro degli equivoci natalizi, il britannico Anthony Trollope.

    Io non sono solita ascoltare audiolibri perché perdo di concentrazione, mentre amo profondamente sfogliare le pagine del cartaceo e lasciarmi assorbire dalla lettura. Tuttavia, questa versione, pubblicata da Marcos y Marcos, esiste solo ed esclusivamente in versione audiolibro. Quindi o così, i niente. In realtà esiste una versione cartacea di Sellerio, ma pare introvabile.

    Ma di cosa parla?

    Da anni, i coniugi Brown trascorrono il Natale in Francia. Ma quell’anno, la Signora Brown vuole tornare a Thompson Hall per ricongiungersi col suo passato. Thompson Hall è infatti la dimora di famiglia di lei. Quando convince finalmente il marito, la coppia incontra per caso in un Hotel di Parigi il futuro cognato di lei. Un incontro davvero strano, che cambia tutto. Una splendida e farsesca commedia degli errori vittoriana che ruota attorno agli equivoci e al giorno più atteso dell’anno.

    Una lettura breve e spensierata per iniziare la stagione natalizia nel migliore dei modi.

  • Ady e io. ADHD io funziono così.

    di Rich e Rox Pink

    Illustrazioni di Sara Rhys

    Ape Junior-Salani, 2025

    Traduzione di Francesca Manzoni

    pp. 48

    €14.90

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    Cosa significa parlare di ADHD oggi?

    Nel panorama dei libri illustrati dedicati ai temi del neurosviluppo, Ady e io occupa un posto speciale. Non si limita a spiegare l’ADHD in termini tecnici, né a elencarne i sintomi come farebbe un manuale. Sceglie invece la strada più insidiosa: raccontare l’ADHD attraverso gli occhi di una bambina che convive con questo modo di funzionare. Prima di inoltrarci nella mia recensione vorrei spiegare brevemente il significato di questo acronimo, facendo anche una piccola introduzione al tema. L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che riguarda la capacità di mantenere l’attenzione, controllare l’impulsività e regolare il livello di attività. Non dipende dalla volontà o dall’educazione: è un diverso modo di funzionare. Io non sono un’esperta del settore, ma il tema mi ha affascinata perché tratta un argomento ampiamente dibattuto al giorno d’oggi e per cui innumerevoli professionisti hanno pareri nettamente contrastanti. Parlando con psicologi e insegnanti è emerso come non sia sempre facile riconoscerla e trattarla tempestivamente.

    Il punto di forza del libro è la personificazione dell’ADHD in “Ady”, un’ombra-amica (che nelle bellissime e suggestive illustrazioni di Sara Rhys appare come una creatura luminosa) che vive insieme alla protagonista, una bambina di nome Sophie.

    Dare un nome al disturbo significa renderlo accettabile e quindi meno spaventoso. Ma soprattutto consente a Sophie di distinguere la propria identità dalle proprie difficoltà: io sono io, Ady è una parte di me, ma non sono solo lei. È un passaggio pedagogico cruciale, che aiuta a proteggere l’autostima e a ridurre il senso di colpa che spesso accompagna i bambini con ADHD. Qui, vedremo infatti come in maniera volutamente espasperante venga sottolineato esplicitamente il senso di colpa che un’insegnante scarica sulla protagonista, non sforzandosi di capirla. O meglio, non provando nemmeno a instaurare un dialogo con lei per cercare di capirla.

    La narrazione è realistica e facilmente comprensibile sia per gli adulti che i giovani lettori (dai 5 anni in su).

    Ci sono molteplici esempi in cui Ady prende il sopravvento scatenando distrazioni improvvise, guai disastrosi e fatica a stare nei tempi. Ma questi momenti non vengono presentati come esempi di “maleducazione”, bensì come il risultato di un modo di funzionare in maniera completamente differente, e questo è sicuramente una svolta che può fare la differenza per molti insegnanti e genitori, ma anche per gli stessi bambini e futuri adulti. Attraverso le immagini e il ritmo scandito da rime scopriamo il caos interno di Sophie, e la difficoltà a incanalare energia e attenzione.

    Accanto alle difficoltà, però, emergono anche risorse: creatività, entusiasmo, capacità di osservare il mondo in modo non convenzionale. Questa visione equilibrata aiuta il lettore, bambino o adulto, a cogliere la complessità dell’ADHD. Il valore del libro sta anche nella sua funzione comunicativa. Letto a casa, può diventare un modo per un genitore di accogliere le emozioni del proprio figlio e di dare parole a ciò che spesso resta confuso. In una classe, può aprire un dialogo sull’inclusione e sull’empatia, aiutando gli altri bambini a capire il comportamento del compagno. Per un insegnante, significa spostare il proprio sguardo: dall’idea di un comportamento scorretto a quella di un bisogno da comprendere.

    Qui apro una parentesi e spezzo una lancia in favore degli insegnanti: non sempre si hanno i mezzi e le energie per poter trattare con la dovuta tutela queste situazioni, perchè sugli insegnanti ricadono una serie di responsabilità inimmaginabili a chi è fuori da questo mondo. A questo proposito sarebbe utile far leggere questo testo nelle aule e nelle famiglie per normalizzare l’ADHD, e dare il giusto supporto sia a chi insegna sia a chi riceve l’insegnamento.

    A mio avviso Ady e Io non è soltanto un libro per bambini: è uno strumento narrativo che restituisce dignità e voce a chi vive l’ADHD, e al tempo stesso educa gli adulti a una lettura più rispettosa e informata della diversità neuropsicologica. Con il suo linguaggio semplice e diretto riesce a raggiungere facilmente tutti, così da rendere Ady non un problema ma un qualcosa da abbracciare e accogliere nella propria vita, che sia la nostra o di chi ci sta accanto.

    Carlotta Lini

  • Il mio cuore libero

    di Majd Al-Assar

    Garzanti, novembre 2025

    Traduzione di Simona Garavelli

    pp. 256

    €17 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

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    Per Salah e Nay.

    Possiate avere sempre la certezza che l’amore di vostra madre è stato più forte di qualunque guerra che abbia mai provato a spezzarlo.

    E per ogni madre di Gaza che ha portato il peso dei propri figli, della fame e della paura tra le fiamme e le macerie senza mai smettere di credere nel domani.

    Dare alla luce il proprio figlio è un atto così fortemente doloroso che è quasi impossibile descriverlo. La sofferenza fisica che si prova nel farlo affacciare a questo mondo è lacerante per la maggior parte delle donne che decidono di compiere questo gesto d’amore estremo. Eppure, nonostante non sia vero che ci si dimentichi tutto, nel momento in cui quella piccola creatura è tra le tue braccia, tutto il dolore scompare e la gioia di sentirti madre è così avvolgente ed immensa da farti sentire leggera, sollevata e profondamente grata. Decidere di mettere al mondo un bambino è una grande responsabilità perché significa che per i prossimi anni della tua vita dovrai sacrificare la tua per la sua. Non sarai più indipendente, non sarai più solo tu. Ecco perché è una scelta così importante, delicata ed intima che va rispettata sia che la si abbracci sia che la si rifiuti. La scrittrice e giornalista palestinese Majd Al-Assar ha scelto di essere madre due volte. Non poteva sapere quanta forza immensa avrebbe dovuto trovare in se stessa, come donna e come madre, per rassicurare i suoi figli durante la guerra, ma l’ha trovata e la sta trovando ogni giorno, a Gaza, la sua città. Oltre a questo, ha anche deciso di regalare prima a sé stessa e poi all’intero mondo la sua storia, i suoi orrori e raccontarci che nonostante lo sterminio insaziabile della sua città, c’è ancora speranza per l’umanità.

    Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima sera prima che il cielo crollasse. Prima che le strade si riempissero di fumo invece che di risate. Prima che i bambini imparassero a distinguere il fischio di un missile dal ronzio di un aereo da ricognizione. Prima che lasciassimo casa nostra portandoci solo dietro ciò che potevamo trasportare da soli, senza mai più tornare a essere gli stessi. Quella sera andammo a dormire credendo nel mattino dopo.

    Ma il mattino ci stava già aspettando con il fuoco tra le mani. (p. 34)

    Leggendo le sue parole, capiamo quanto questo libro nasca dalla forte esigenza di divulgazione. Majd, di capitolo in capitolo, condivide con noi il suo dolore di donna, le sue paure di madre e la frustrazione di dover sempre ricominciare da capo senza mai sapere se un giorno potrà mettere la parola fine e ricostruirsi definitivamente.

    La giornalista inizia a raccontarsi partendo dalla nascita dei suoi due figli, Salah e Nay, cui ha dedicato questo romanzo. Prima del 7 ottobre 2023 la vita di Majd, di suo marito Rashad e dei suoi figli era una vita ordinaria, costellata di tanta meravigliosa normalità. Gaza era la loro casa, fatta di piccole routine, di ricordi, di speranze e di sogni. Salah è venuto al mondo il 17 settembre del 2015 , Nay è nata il 5 settembre del 2018. Nessuno ti spiega come essere madre, tantomeno come essere una madre forte e coraggiosa. Majd infatti racconta di come comprese che essere madre consisteva non soltanto nel proteggere i suoi bambini, ma anche nel farsi carico di tutte le loro paure, per infonder loro un barlume di speranza di sopravvivenza. Ma i bambini in preda al terrore e ai propri demoni erano anche altri, li incontrava per le strade, spersi e senza più una famiglia a cui appartenere.

    […] compresi un’altra cruda verità della maternità in tempo di guerra: non si tratta solo di tenere stretti i propri figli, ma di estendere quella protezione, quell’amore feroce, a ogni piccola mano che il destino ha posto nella tua, anche se appartiene a un estraneo. Non vivevamo più in una città fatta di abitudini e risate. Eravamo frammenti di esistenze sparse per le strade, uniti dalla paura, dalla speranza e da una volontà di sopravvivenza che non si lascia spezzare. (p. 42)

    L’amore è la forza portante dell’intero racconto dell’autrice che affida a noi lettori il compito di testimoniare l’importanza delle sue parole per far sì che nessuno si dimentichi della verità. E la verità arriva come uno strappo violento e ci ricorda che non stiamo leggendo un libro di fantasia ma di triste realtà. Come l’episodio in cui Rashad, il marito, racconta di aver trovato i pezzi di Yusuf, un bambino che fino a qualche giorno prima giocava spensierato con la sua nonna.

    Majd ha lasciato il suo quartiere per mettersi in salvo. Ha dovuto accettare l’incertezza di una vita nomade, il peso delle domande di Salah a cui non sempre sa rispondere, soprattutto quando la guarda con gli occhi sgranati e pieni di orrore, e le notti trascorse stringendo Nay per proteggerla dal buio, mentre le bacia i capelli. Eppure, lungo quel cammino di privazioni, ha imparato a riconoscere il valore di istanti minuscoli e preziosi. Ricordi di vita che la fanno sentire ancora un essere umano. Perché questa è la storia di una donna palestinese che cerca di rimanere in piedi attraverso la sua voce. Con la casa editrice italiana Garzanti ha scelto di offrire una testimonianza umana e autentica di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Le sue parole sono un inno alla vita e alla voglia di lottare per essa. Dietro le rovine dello sterminio ci sono persone, famiglie, storie che hanno bisogno di essere ascoltate e protette. Non possiamo e non dobbiamo esserne indifferenti. Majd Al-Assar crede in un futuro migliore, e noi dobbiamo credere in lei.

    Porta le nostre voci con te. Raccontale dove regna il silenzio. Ricordale anche quando il mondo vuole dimenticasene. Perchè le storie da sole non possono fermare una guerra, ma se vengono ricordate, raccontate e onorate possono diventare semi di un domani diverso.

    Carlotta Lini

  • Né introversi né estroversi

    di Rami Kaminski

    Corbaccio, ottobre 2025

    Traduzione di Maria Elisabetta De Medio

    pp. 208

    €18.90 (cartaceo)

    €10.99 (e-book)

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    Otroverso

    [agg. e s. m. (f. -a)] Persona tra i cui tratti della personalità figura quello di «non appartenenza», che consiste nel non partecipare dell’esperienza comunitaria, restando un eterno outsider. A differenza di chi soffre di disturbi relazionali, gli otroversi sono empatici e affabili, ma faticano a sentirsi parte integrante di un gruppo, pur non mostrando comportamenti diversi dalle persone ben integrate. (p. 23)

    Questa è la definizione con cui lo psichiatra e scrittore Rami Kaminski ci introduce all’oggetto dei suoi studi. Il fondatore dell’Institute for Integrative Psychiatry di New York, si definisce egli stesso un otroverso, e ha dedicato la maggior parte della sua ricerca all’analisi dei disturbi dell’umore, dei disturbi d’ansia, da stress e tutto ciò che riguarda la sfera neuro-cognitiva. La teoria secondo cui o siamo introversi o siamo estroversi è, secondo Kaminski, inesatta perchè non include coloro che pur essendo a loro agio nella relazione uno a uno con gli altri, non sentono alcun bisogno di appartenenza ad un gruppo per sentirsi bene. A tal proposito l’autore ci fornisce questo chiaro esempio:

    Proprio come essere mancini, essere otroversi è una caratteristica cognitiva, profondamente radicata nel cervello. Come oggi consideriamo sbagliato costringere i bambini mancini a «cambiare mano» (era pratica comune di genitori e insegnanti fino all’inizio dello scorso secolo), lo stesso vale per i tentativi di far «cambiare verso» agli otroversi, insistendo affinché si inseriscano e si sentano parte di un gruppo. (p. 30)

    Ma in cosa si distingue un otroverso?

    L’autore ce lo spiega punto per punto, offrendoci innumerevoli spunti sia su celebri autori del passato come ad esempio Virginia Woolf con Una stanza tutta per sé , sia riportandoci gli stimolanti casi di alcuni suoi pazienti (chiaramente nominati solo con un’iniziale non riconducibile ad alcun individuo). Ecco dunque le principali caratteristiche:

    1. Mancanza di istinto gregario: l’otroverso non ha bisogno di sentirsi parte della comunità per vivere un’esistenza felice. L’otroverso sa perfettamente relazionarsi col gruppo, può essere anche molto popolare ma l’adesione alla comunità non è requisito di felicità.
    2. Osservazione, non partecipazione: quante volte alle feste vediamo i timidi che stanno in disparte senza farsi notare e gli estroversi che sono invece l’anima della festa? Ecco, in mezzo a questi due universi c’è l’otroverso che ha un ottimo rapporto one-to-one con tutti i presenti ma che in un contesto di raggruppamento si sente solo e a disagio ma non perché non accettato (come gli introversi) ma perché semplicemente non sente questa necessità di aggregazione.
    3. Mancanza di conformità: l’otroverso non disdegna la compagnia di un amico, ma non sente il bisogno di avere o fare come fanno “tutti” per sentirsi accettati. Crescendo questo atteggiamento spesso si attenua nell’adulto, ma se si pensa agli adolescenti quanto è fondamentale per loro avere il jeans che fa tendenza e fare contenuti social che diventino virali? Ecco, l’otroverso ha piacere di stare in compagnia di un suo amico, ma non sente il bisogno di emularlo.
    4. Pensiero indipendente e originale: il valore di una persona non dipende dalla sua abilità nel tessere una grande rete sociale e questo l’otroverso, una volta capito di esserlo, lo abbraccia come una regola fondamentale. Forzarlo non serve a niente, se non a creargli disagio. L’otroverso ha una sua identità che viaggia da sola. Non è un recluso, ma una persona consapevole di ciò che lo fa stare bene, e per questo non cerca di snaturarsi.

    E quindi come viene percepito dalla società un otroverso?

    Attraverso innumerevoli spunti riflessivi ed esempi pratici dei suoi pazienti vediamo come la società etichetti erroneamente gli otroversi come introversi, persone con disturbo di ansia sociale, emarginati e neuro divergenti. Ad esempio, una madre, paziente di Kaminski, durante una seduta lamenta la preoccupazione che il figlio adolescente non desideri partecipare a feste, andare in campeggio e passare le giornate coi suoi coetanei. Sostiene non sia “normale” e lo esorta (o meglio quasi lo costringe) a partecipare agli eventi precedentemente menzionati. Il risultato è negativo per entrambi: la madre si sente irrequieta perché non vede il figlio omologato, il figlio è frustrato perché non vuole omologarsi. La soluzione? Lasciare che il giovane faccia ciò che si sente di fare. Oggi infatti il figlio della paziente ha brillantemente portato a termine i propri studi, ha una fidanzata e una vita sociale appagante ma non forzata. Sarebbe facile etichettare la madre come insensibile, ma la verità è che è semplicemente mossa dal desiderio di sapere suo figlio felice, senza però soffermarsi sul fatto che il concetto di felicità non sia un fenomeno standard e uguale per tutti. Per un giovane otroverso, infatti, felicità è preferire una partita alla play con il suo migliore amico piuttosto che andare alla festa dell’ultimo anno di liceo con altri cinquanta coetanei.

    L’intera opera è volta quindi alla scopo di far accettare gli esseri umani per quello che sono e in qualche modo anche di rincuorare coloro che si son sempre sentiti fuori posto e continuamente spinti a essere qualcosa che non sono, a non sentirsi alieni ma umani. Questo libro è una lettura interessante non soltanto per il suo contenuto informativo e divulgativo, ma è un forte toccasana in contrasto con l’esigenza innata della società di voler controllare ogni ricciolo fuori posto.

    Una chicca? A fine testo c’è un utile test per valutare la propria otroversia.

    Carlotta Lini