• Michele Ruol

    Gent.mo Michele,
    grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog. 

    1. La nostra rubrica, come sa, s’intitola appunto Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza, in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o presente, prenderebbe un tè oggi?

    Lo prenderei con Philip K. Dick, un autore incredibile e visionario, e gli chiederei qualche altra storia di fantascienza che ci aiuti a capire questo assurdo presente.

    2. La scrittura è sempre stata sua compagna di vita o è una passione che ha sviluppato recentemente? 

    Mi accompagna da sempre: il primo ricordo che ho legato alla scrittura risale alle elementari. Dovevo descrivere il percorso che facevo per tornare a casa da scuola: a un certo punto ho aggiunto un drago a sbarrare la strada, e allora l’astuccio è diventato uno scudo, il righello spada. È stato in quel momento che ho cominciato a scoprire che esisteva uno spazio dove poter inventare, ed esplorandolo ho poi realizzato che si trattava di un territorio senza confini. Ho continuato scrivendo racconti, partecipando alla redazione del giornale e al gruppo di drammaturgia della scuola: mi buttavo in qualsiasi cosa avesse a che fare con la scrittura. Mi sono poi interrogato a lungo sul percorso di studi da fare, e alla fine ho deciso di fare qualcosa di completamente diverso, sono diventato medico. 

    Mi è sempre stato chiaro però che non avrei voluto rinunciare alla scrittura, solo che ci ho messo anni a capire che ruolo, che spazio e che energie avrei potuto dedicarci. Il rapporto con la scrittura per me è stato ed è in continua evoluzione: è un equilibrio fragile che ho costruito nel tempo, e che vive di fisiologici alti e bassi, di periodi di piena e altri di siccità. All’inizio ne soffrivo, ora sto imparando a proteggere gli spazi dedicati alla scrittura e a capire che anche i momenti in cui non posso o non riesco a scrivere sono importanti, sia come vuoti che rendono preziosi i pieni, sia come momenti di riflessione e di immersione nel mondo reale, che sarà poi linfa per quello immaginato e letterario.

    3. Lei esordisce con un romanzo delicato, sensibile e a suo modo anche spietato perché tratta il dolore più atroce: la perdita di un figlio. In questo caso due. La sua resa di questo dolore e la tangibilità nel raccontarlo l’hanno portata oggi ad essere un autore candidato al Premio Strega. Come ci si sente a esordire “col botto”?

    Sinceramente quando è uscito il libro ero soddisfatto che uscisse con una casa editrice che stimavo, e non mi aspettavo nulla di più. Quando è stato proposto per lo Strega da Walter Veltroni non immaginavo assolutamente che sarebbe poi entrato in cinquina, soprattutto considerando la qualità e la quantità delle opere proposte. Ho quindi vissuto il premio Strega con grande gioia e gratitudine nei confronti di chi si è preso e continua a prendersi tanto a cuore questo romanzo.

    4. L’intera narrazione della sua storia avviene per “voce” dei ricordi materiali presenti nella casa dei protagonisti. Come le è venuta l’idea di affidare la sua narrazione a degli oggetti?

    In quanto inanimati, gli oggetti sono destinati a sopravviverci, e in un certo senso il romanzo è una sorta di scavo archeologico: un inventario di reperti, a partire dai quali si potrà cercare di ricostruire la storia di chi li possedeva. Alle cose restano attaccati ricordi, frammenti di vita, emozioni, che danno loro un valore sentimentale tanto più prezioso quanto è inaccessibile dall’esterno. Hanno, gli oggetti, il potere di riportarci in altri luoghi e in altri tempi accedendo direttamente alla nostra memoria, e questa è la loro maledizione e la loro magia, perché permette loro di causare dolore e lenirlo insieme. Mentre ragionavo su come raccontare questa storia ho realizzato che questa contraddizione e ambivalenza poteva essere il punto di vista giusto per raccontarla: quanta vita e quanta umanità c’è in questi esseri inanimati?

    5. Da medico scrivere della morte forse le ha reso più “facile” il distacco emotivo, ma da padre come ha vissuto la scrittura di due genitori che perdono i loro figli? 

    È stata dura, e in questo la struttura frammentaria del romanzo, e l’utilizzo degli oggetti come filtro per raccontare la perdita da una distanza di sicurezza mi hanno aiutato. C’erano momenti di profonda immersione nel dolore, dai quali però potevo riemergere raccontando episodi più leggeri, o più lontani del tempo, lasciando che le ferite cicatrizzassero, come accade anche nella vita.

    6. Cosa spera che i lettori portino con sé dopo aver letto il suo libro? 

    Un po’ di luce.

    7. Se la sua vita fosse un film o una serie TV, quale sarebbe? E perché? 

    Sarebbe La stanza del figlio, di Nanni Moretti, perché è un film che affronta la stessa tematica con grande delicatezza.

    8. Qual è stato il momento più difficile e quello più gratificante del suo percorso da scrittore? 

    Il più gratificante è senza dubbio il percorso fatto con il premio Strega. Il più difficile invece non è un momento, ma il lungo limbo che precede la pubblicazione. Con Inventario ho avuto la fortuna di incontrare presto TerraRossa Edizioni, e con il direttore Giovanni Turi si è creata fin da subito un’ottima sintonia. Prima però ci sono stati lunghi anni di scrittura senza approdo, di manoscritti inviati senza ottenere risposta, di silenzi che apparivano impenetrabili. Da quel limbo, esordire mi pareva una meta quasi irraggiungibile.

    9. Che rapporto ha con la fama? 

    Non credo che la fama sia un qualcosa che mi riguardi, però inevitabilmente l’attenzione che si è generata con questo libro avrà un riflesso sul prossimo che scriverò, almeno in termini di aspettative: per quanto mi riguarda ripartirò da zero, come se fosse un secondo primo libro.

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo? 

    Ho delle idee, ma ci vorrà del tempo. Per ora vorrei concentrarmi su Inventario e continuare ad accompagnarlo nel suo percorso.

    di Carlotta Lini

  • Fuga dal Natale

    di John Grisham

    Mondadori, gennaio 2002

    Traduzione di Tullio Dobner

    pp. 153

    €15 (cartaceo)

    https://amzn.to/3Mg7obv

    Premessa 1: esiste in un’edizione anche più economica, con copertina flessibile e non rigida. Io le ho entrambe, ma sono ormai libri fuori catalogo quindi difficilmente reperibili.

    Premessa 2: se proprio non doveste trovare la versione cartacea o ebook, sappiate che esiste la versione cinematografica (forse più reperibile). Poi fatemi sapere com’è, perché io non l’ho ancora vista.

    Tolte le dovute premesse, vi consiglio, se ci riuscite, la lettura di questo romanzo perché è bello poter leggere uno tra i più grandi romanzieri di thriller nelle vesti di narratore di una commedia natalizia. Non è il suo capolavoro, ma si ride, ci si commuove e si trascorrono delle piacevoli ore in compagnia di una storia famigliare che scalda il cuore. A me questo è bastato.

    Ma di cosa parla?

    Si avvicina il Natale, e con esso tutto ciò che comporta: una bella festa, certo, forse la più bella di tutto l’anno, ma nel mondo consumista è anche sinonimo di grosse spese per acquistare i regali, gli addobbi, le beneficenze e imbandire le tavole delle famiglie. L’anno precedente, per questo, la famiglia Krank ha subito un esborso di 6100 dollari. Quest’anno però la figlia Blair, neolaureata, parte per una missione umanitaria in Perù, quindi senza di lei festeggiare il Natale perde di significato. Il signor Luther Krank allora decide di investire più o meno la somma spesa l’anno precedente per una crociera ai Caraibi. Questo significa niente addobbi, niente festa con tutti i vicini, niente beneficenza, niente tacchino, niente regali, niente pupazzo Frosty sul tetto. L’impresa però non è facile: il Natale è una festa troppo invadente, spinta soprattutto dal consumismo e dall’ipocrisia della gente, con i suoi falsi moralismi.

    Se volete uno spoiler, ne ho parlato più ampiamente qui.

  • Cose spiegate bene. A Natale tutti insieme.

    di Il Post e Iperborea

    Iperborea, novembre 2023

    pp. 224

    €19 (cartaceo)

    https://amzn.to/3KENaHO

    Questa collana, da me scoperta solo recentemente, non solo è spiegata veramente “bene” ma è davvero un manuale utile e sempre intrigante sulle “cose” che ci circondano. Questa edizione ruota tutta attorno al Natale e ci permette di scoprire quanto (forse) poco ne sappiamo non soltanto sulle sue origini ma anche sul perché lo amiamo (o odiamo) tanto. Un modo carino e originale per scoprirci più elfi o Grinch.

    Ma di cosa parla?

    A Natale tutti insieme è l’ottavo numero di COSE Spiegate bene, la rivista di carta del Post realizzata in collaborazione con Iperborea. Comunque lo chiamiamo è il periodo dell’anno che assorbe più pensieri, affetti, tormenti, e spazio sugli scaffali dei supermercati e delle librerie: e ci offre (o ci impone) occasioni di stare insieme a parenti e amici adorati o tollerati. Questo numero di COSE Spiegate bene ci fa arrivare preparati, con argomenti di cui parlare o con un regalo da regalare, spiegando per esempio come mai un santo turco vissuto fra il III e il IV secolo d.C. sia diventato un uomo vestito di rosso con una gran barba che porta regali con una slitta trainata da renne. O perché una festa che sembra avere un’origine religiosa ben definita fosse già altro prima e sia diventata una festa per tutti dopo. Tenendo conto anche di chi borbotta, a Natale, e perché lo fa. E di quali regali funzionano di più. E senza dimenticare che, mentre l’iconografia classica usata per rappresentare il Natale è sempre legata all’immagine della neve e degli abeti, in realtà in molti paesi dell’emisfero australe quella del Natale è una stagione calda. E raccontando perché Natale è quel giorno lì, e le cose grosse che sono successe nel mondo nei giorni delle feste. E poi storie avvincenti di Natale, Natali non cristiani, risposte sui re magi, i film di Natale al cinema e in televisione (non è Natale senza guardare Una poltrona per due), e le canzoni di Natale più belle, e cosa si mangia a Natale e cosa non si mangia. Tutto in mezzo a tintinnii, partite di Trivial Pursuit e letterine. Con testi di Arianna Cavallo, Daniela Collu, Fossombroni e Torrigiani, Pietro Minto, Michele Serra e della redazione del Post.

  • Sogno di Natale

    di Luigi Pirandello

    Garzanti, novembre 2021

    pp. 96

    €5.90

    https://amzn.to/48pn8QI

    Il mio amore incondizionato per Luigi Pirandello credo risalga alle medie, se non addirittura alle elementari. In queste vesti un po’ saramaghesche devo dire che non lo conoscevo ancora, ma ne sono rimasta piacevolmente molto molto sorpresa.

    Ma di cosa parla?

    È festa ovunque: nelle chiese, nelle case, intorno alle tavole imbandite, nell’aria che risuona dei sacri canti natalizi. Ma ecco che nella fredda notte della vigilia, lungo le vie del paese ormai deserte, improvvisamente appare Gesù. Come un fantasma bianco splendente, simile a una piuma sospinta dal vento, tende l’orecchio alle porte delle dimore più umili: cerca un’anima in cui rivivere. Riuscirà a trovarla nel corso del suo viaggio? Oltre a Sogno di Natale, quest’antologia contiene alcuni degli altri racconti che Luigi Pirandello ha dedicato al giorno più amato dell’anno: Natale sul Reno, La messa di quest’anno, Un goj, I galletti del bottaio e L’uccello impagliato.

  • Natale con i fantasmi

    di AA. VV.

    Neri Pozza, novembre 2022

    Traduzione di Simona Fefè

    pp. 240

    €22 (cartaceo)

    https://amzn.to/3XZgnAi

    Non ci sono solo i fantasmi di Dickens a far da protagonisti del Natale, ma anche quelli narrati in questa raccolta di racconti, pubblicata da Neri Pozza per la collana I narratori delle tavole. Dalle menti di Bridget Collins, Imogen Hermes Gowar, Kiran Millwood Hargrave, Andrew Michael Hurley, Jess Kidd, Elizabeth Macneal, Natasha Pulley e Laura Purcell, otto racconti all’insegna del macabro, del grottesco, del paranormale e del tenebroso. Per tutti i Grinch che odiano le storie dai buoni sentimenti e prediligono il lato oscuro dell’animo umano.

    Ma di cosa parla?

    Le storie dei fantasmi sono ricorrenti nella letteratura fin dall’antichità e sono tradizionalmente legate alle feste natalizie. In questa raccolta alcuni dei più grandi scrittori contemporanei – tutti maestri del terrore – riportano in vita questa antica tradizione con una serie di racconti che fanno venire i brividi.

    C’è un uomo ossessionato dal gioco degli scacchi che decide di prendere in affitto una singolare casa bianca e nera, con un sobrio giardino all’italiana in cui, disposti su due file, vi sono alberi potati in forme elaborate e familiari: torri, cavalli, alfieri, re e regine, con davanti i lunghi ranghi dei pedoni. Ma, se di giorno quel luogo è pervaso da una pacata quiete, di notte si trasforma nel più spaventoso degli incubi.
    Una donna in fuga da un marito violento sceglie, come rifugio per sé e suo figlio, la vecchia dimora di famiglia. Dovrebbe sentirsi protetta, tra quelle mura, ma fin dalla prima notte appare chiaro che qualcun altro abita quelle stanze polverose. 
    Il giovane Walter Pemble, fotografo commemorativo di prim’ordine, si presenta nella residenza dei coniugi Wilt per il ritratto della defunta Lily, unica figlia di Rumold e Guinevere Wilt. La casa è sprofondata nel lutto, gli specchi oscurati, gli orologi fermi e le persiane alle finestre chiuse con il batacchio trattenuto con del crespo. Solo Lily Wilt, adagiata nel suo feretro, appare più viva che mai.
    La giovane Catherine Elizabeth Mary Blake, fresca sposa e signora di Blake Manor, nella campagna dello Shropshire, viene messa al corrente di una storia agghiacciante accaduta a pochi passi dalla sua tenuta. Una storia tanto torbida da lasciarle addosso un segno indelebile.