• Oppure il diavolo

    di Luca Tosi

    TerraRossa edizioni, novembre 2025

    pp. 100

    €13

    €7.50

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    Sul mio conto dicevan finocchio, o anche succhiacazzi, dicevan. Ma non le ho mica combinate, io, le porcaggini che dicevan loro. Ignoranti sopraffini che non sono altro.

    È che loro, se si convincon di una roba, dopo non gli scappa più dalla zucca. Gli fa i cunicoli dentro, come i bruchi.

    In trentun anni che ci ho abitato, a Poggio Berni ne ho viste di tutti i colori. lo c’ero anche quella notte che Florian Dragoi ha fatto una gran briscola con la sua Mini Cooper, in piazzetta davanti al bar dell’Angela. Un incidente da restarci stecchiti.

    Lì, il mio primo pensiero era stato: gli sta bene, non la scampa, a ‘sto giro. E invece… Non si può mai indovinar niente sulla vita degli altri, niente. (p. 7)

    Così ha inizio la nuova opera di Luca Tosi, già autore del bellissimo Ragazza senza prefazione, sempre pubblicato da TerraRossa nel 2022. Natale, giovane poco più che trentenne, ha un nome che è già una condanna e un presagio ingombrante (non poteva chiamarsi Filippo o Giacomo?).

    Segni particolari? Una madre manesca che gli ripete ogni giorno che se non fosse mai nato sarebbe stato meglio. Una madre che quando porta a casa degli uomini per scoparseli, non lo vuole, ovviamente, tra i piedi. Lui si tappa le orecchie per non sentirla ansimare, ma il sonno, come dice Tosi, non è facile da “acciuffare”. E nemmeno la felicità. Come se non bastasse, Natale vive a Poggio Berni, un posto dimenticato da Dio, con appena 3000 abitanti. Metà dei quali che tirano di coca.

    Ho sentito in televisione che l’azzurro sarebbe il colore della serenità. Possibile? Io mi sentivo schiacciare, sotto quel cielo, come se ci fosse mia mamma, lassù, pronta a sganciarmi una tozza in picchiata. Sarà per questo che a me è il cielo nuvolo che piace. Quando non piove, nuvole come dirigibili, che ti lecchi un dito e senti l’aria, il verso che c’ha. (p. 24-25)

    Tosi, ancora una volta, si conferma maestro del perfetto connubio tra dialetto e italiano. La sua lingua è ruvida, diretta e affilatissima, quasi quanto le vendette sottili che tende il suo protagonista, Natale. Questo romanzo breve è infatti una pungente satira antropologica. Natale è un rimuginante, ma simpatico, parassita che vive la propria infelice esistenza sulla pelle degli altri. I forti tozzoni della mamma l’hanno reso timido, introverso, goffo e fortemente insicuro. Non sa rapportarsi con gli altri se non “patendo” le loro vite. Il ragazzo è infatti oggetto di scherno da parte dei suoi compaesani che si beffano della sua camminata, lo deridono per non essere mai stato con una donna e in fondo, sono soltanto annoiati perchè anche nelle loro vite succede ben poco. Ma questa non è una storia di compassione. Questa è una favola al contrario: Natale è l’antieroe per eccellenza, il più sfortunato fra i paladini. Come un Don Chisciotte dei giorni nostri che è alla ricerca di risposte: perchè mia madre mi ha dato alla luce se poi mi ha sempre riempito di botte? Perchè se prego Dio per un po’ di affetto non ottengo nulla? La risposta è cercare di essere diabolici, facendola pagare a tutti, con conseguenze tragicomiche, tipiche della scrittura irriverente dell’autore.

    L’aspetto che però maggiormente mi ha colpito di quest’opera, in rapporto alla precedente, è l’attenzione ai dettagli. Se in Ragazza senza prefazione il focus era incentrato più sul legame fra i due protagonisti e aveva una sua linearità temporale, al contrario Oppure il diavolo, sembra non avere né spazio né tempo. La dimensione in cui tutto si evolve è come chiusa in un grottesco e vendicativo vaso di Pandora, pronto ad esplodere. Questa storia pullula di personaggi: i benevoli chiamati per nome e i maligni per cognome. Eppure, nonostante il sovraffollamento sulle pagine, la triste verità è che il protagonista è un personaggio in preda a una totale solitudine e a uno schiacciante senso di abbandono. Chi si preoccupa per lui?

    La velata ricerca d’amore di Natale mostra una nuova sensibilità narrativa. Se l’ironia e il sarcasmo si riconfermano le armi vincenti dell’autore, questa sorprendente delicatezza ci presenta una nuova sperimentazione artistica che non lascia spazio al dubbio: la scrittura di Tosi può arrivare ovunque e superare ogni confine, umano e narrativo.

    Carlotta Lini

  • Chiara

    di Antonella Lattanzi

    Einaudi, ottobre 2025

    pp. 176

    €18 (cartaceo)

    €11.99 (e-book)

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    «Non bisognerebbe mai avere figli» queste sono le parole che Marianna si sente continuamente ripetere come un disco rotto dai suoi genitori apparentemente perfetti. Siamo a Bari, in Puglia, nell’Italia degli anni Novanta, e Marianna è soltanto una bambina che va all’ultimo anno delle elementari. Ed è proprio alle elementari che la bambina ne incontra un’altra. Una che le offre un panino con la frittata, una che viene derisa dai compagni che la chiamano “La baffuta”, una che non ama mettersi in mostra e a casa ha l’inferno. Questa bambina si chiama Chiara e per tutta la sua infanzia sarà la sola salvezza, l’ancora a cui aggrapparsi con le unghie, e, in realtà, l’unico affetto di Marianna. Due bambine con situazioni famigliari molto differenti ma accomunate dalla paura di vivere: cosa succede quando il mostro non è sotto al letto ma ti siede accanto e lo chiami papà?

    Nessuno può credere che dentro l’uomo che strega c’è il mostro, e quindi io non lo racconto neanche più.[…] Io e Chiara non sappiamo quando, ma sappiamo che si paleserà. (p. 109)

    Il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi non è una storia di formazione, ma è una storia che strattona l’animo umano e lo scaglia in un crescendo di tensione e angoscia, in un’altalena che oscilla tra presente e passato. A ogni pagina il lettore sente e vive la violenza fisica che subisce Chiara e la violenza mentale e psicologica di cui è vittima Marianna. Questa lettura può sembrare una sofferenza, ma è invece un inno alla forza di voler vivere nonostante tutto. Lattanzi ci accompagna verso gli eccessi del voler essere grandi, per scappare dalla famiglia, per scappare dalla paura, dalle responsabilità e soprattutto dal dolore. Il dolore di essere soltanto delle bambine prima e delle adolescenti poi. In questo tentativo di fuga dal mostro che hanno dentro, in maniera diversa, le due protagoniste si imbattono nella scoperta del piacere, dell’erotismo. Crescendo infatti Marianna scopre come darsi piacere e scopre cos’è l’amore, anche se non sa bene distinguerli e non sa dar loro il giusto nome e il giusto peso. Ma la fanno star bene, nonostante l’oscurità casalinga che la risucchia e la divora, giorno dopo giorno. Per fortuna nella sua vita c’è Chiara, per cui non prova solo amicizia, ma la forma più alta dell’amore: ne è attratta, non la capisce fino in fondo ma la ama incondizionatamente e nella lettera da non aprire che le affida da bambina le consegna, in fondo, il suo cuore e la sua stessa vita.

    Quella sera, ho scritto tutto quello che era successo nella lettera per Chiara. Ogni dettaglio, per benino. (p. 36)

    Questo romanzo breve conferma quanto la lingua italiana, se maneggiata con cura e con il giusto peso, possa regalare opere uniche con personaggi indelebili. Le due protagoniste finiscono infatti per rapire il lettore, lo trascinano nel loro mondo, e anche se a tratti sembrano volerlo soffocare per il senso di angoscia e terrore che sovrasta tutti, la bravura di Lattanzi nel raccontare con spietata genuinità la crudeltà domestica attraverso gli occhi di due bambine, dimostra una sensibilità artistica tale da rendere indimenticabile l’intera opera. Solo così, Chiara e Marianna vivranno per sempre.

    Proprio allora sento un rumore provenire da una delle case sopra di me, un rumore che non mi piace per niente.

    C’è un destino nelle tragedie, ne sono certa. Quando abbassi un attimo la guardia, quelle ti colpiscono piú forte.

    Chiara non ha sentito, sta canticchiando che mi vuole bene non l’ho mica capito, mi vuole bene, lascio stare il vestito, e vuole darmi altri baci e fare il girotondo veloce come piace a noi bambine che poi cadi a terra, ridi, ti vien da vomitare; ma io ora non posso giocare né baciare.

    Di solito lo vede dalla mia faccia che qualcosa con mio padre non funziona, ma adesso è in solluchero, mi ama, e non vede nient’altro che questa felicità piccola e grossa.

    Non vede altro che me.

    Di nuovo il rumore.

    Che faccio? (p. 56)

    Carlotta Lini

  • Raffaella Case

    Raffaella Case è nata nel 1977 in pianura, a Bad Schwalbach, Germania, ma cresce sul ripido, a Belluno, ai piedi delle Dolomiti. Da vent’anni vive e lavora a Milano come giornalista. Sogna di rivedere la neve in città.
    Una testa piena di ricci è il suo primo romanzo.

    1. Gent.ma Raffaella, grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog.La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

    «Senza alcun dubbio con Truman Capote. Sul comodino, in camera da letto, ho una sua raccolta antologica (Capote. Romanzi e racconti, collezione I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore). Mi è stata regalata 20 anni fa da unaspirante fidanzato ed è la mia Bibbia. Ogni volta che sono in crisi, svogliata nella lettura o nella scrittura, sfoglio quelle pagine, rileggo l’incipit folgorante di A Sangue Freddo, i perfidi dialoghi tra le signore benissimo di La Côte Basque, spizzico un racconto giovanile e mi riconcilio con il mondo. Ma tornando al nostro tè: inviterei Capote in un albergo elegante del centro di Milano, perché è un tipo esigente, stando bene attenta a cosa mettermi, che una sua squadrata da capo a piedi non me la leva nessuno. Sceglieremmo un tavolino appartato, per praticare lo sport preferito di ogni autore: osservare senza essere visto. Lui al suo tè aggiungerebbe del rum e, a lingua sciolta, commenteremmo tutto: texture dei tovaglioli, biscottini di accompagnamento, colore dei fiori, la piega inesistente sulla blusa di quella cliente».

    2. Il personaggio di Zhenga con la “h” si ispira a qualcuno che fa parte della sua vita o è puro frutto della sua penna? Come le è venuta l’idea di darle questo nome?

    «Il personaggio di Zhenga è legato alla mia biografia per tre motivi. Il primo è che vivo in una grassa, grossa e colorata famiglia mista. Il secondo è che il mio stesso background è multiculturale: figlia e nipote di migranti veneti, ho trascorso l’infanzia tra Italia e Germania. Il terzo è che il mio quartiere, Bovisa, a Milano, è forse il più internazionale d’Italia. Inevitabile che porgessi l’orecchio a una storia come quella di Zhenga, di cui avevo, da subito, visualizzato il cespuglio afro, gli occhi grandi e pensosi, la fisicità ossuta e la cocciutaggine. Per renderla viva, reale, avevo però bisogno di chiamarla per nome. Già, ma quale? Ho interrogato l’oracolo Google e ha sputato fuori Zhenga, con l’acca, nome che non ha un’origine etimologica precisa. Da qualche parte, in Africa, pare significhi Regina, ma non è questo il punto: a me ha fatto subito scattare l’assonanza con il portiere italiano Zenga, campionissimo di parate. E in certe vite e contesti, si sa, bisogna imparare a parare i colpi dei pregiudizi».

    3. I personaggi che ruotano intorno alla protagonista hanno tutti una fortissima identità che supera ogni pregiudizio sociale. Zhenga è come un’eroina che deve affrontare diverse sfide da sola, ma la gente intorno a lei tende (inaspettatamente) ad aiutarla. Lei pensa che nella vita reale sarebbe andata allo stesso modo?

    «Zhenga ha quasi 13 anni, è in un una fase della vita magica e irripetibile. Una fase in cui – ci siamo passati tutti, solo che ce ne dimentichiamo – la volontà non è annacquata dagli è impossibile!, dalle delusioni, e da un certo realismo che fa rima con pessimismo di noi adulti. Sono convinta che un’energia così limpida non possa che attirare figure positive e portarti dritto dove vuoi. Quando credi fermamente in qualcosa – senza calcolo, senza paura – il mondo risponde e ti accompagna. O almeno ti lascia passare».

    4. Il tema dell’identità, “sempre a metà”, è centrale: che cosa significa per lei oggi raccontare la ricerca di appartenenza in un’Italia multiculturale ma ancora spesso chiusa?

    «Non sono da sola a raccontare quest’Italia multiculturale: lo raccontano i visi dei ragazzini in metropolitana, dei nostri colleghi al lavoro, degli attori negli spot di marchi “italianissimi”. Non ci può essere un’Italia chiusa, le porte sono spalancate, l’aria fresca circola. Io non ho fatto altro che mettermi in ascolto». 

    5. Lei nasce come giornalista e proviene principalmente dal mondo della moda, ma nel 2024 ha partecipato ad un torneo letterario. Che esperienza è stata per lei? La consiglierebbe?

    «Partecipare a IoScrittore è stato come frequentare un master accelerato in scrittura creativa, editing e gestione dell’ansia. Lo consiglio caldamente a tutti gli aspiranti autori. Perché è vero che scrivere, da giornalista, è il mio pane quotidiano. Ma approcciare un romanzo è un altro campionato. In questo torneo mi sono confrontata con altri dilettanti allo sbaraglio come me: leggere i lavori altrui mi ha aiutata a capire i miei errori di scrittura, mentre ricevere i feedback sul mio romanzo mi è servito per aggiustare il tiro in fase di editing. Per l’ansia invece ci sto ancora lavorando».

    6. Se il suo libro diventasse un film cinematografico, chi vorrebbe come cast e come regista?

    «Senza citare un regista specifico, posso dire che amo un certo cinema ironicoe irriverente. Quei film in cui ridi ma ragioni, per capirci. Quanto al cast ho una sola certezza: Idris Elba nel ruolo di Solomon. Anche se qui a parlare è il mio io da groupie quindicenne». 

    7. Il suo romanzo è stato molto apprezzato anche in ambito scolastico. Lei volutamente desiderava rivolgersi anche a un pubblico di più giovani o il fatto che la protagonista sia così giovane non dovrebbe influire sull’età dei lettori?

    «Mentre scrivevo non ho mai pensato a un target preciso, mi sono semplicemente messa al servizio della storia, che spero parli a più generazioni». 

     8. Solomon, il padre, appare come segnato dal silenzio e dalla rimozione: che cosa significa per lei, come autrice, dare voce a un personaggio che sceglie di non raccontarsi?

    «Il silenzio è una forma di comunicazione eloquente: trovo che Solomon dica moltissimo proprio nel suo sottrarsi alle spiegazioni. Ho scelto di non forzarlo a raccontarsi: il suo dolore custodisce un mistero che merita rispetto».

    9. Se potesse racchiudere in una sola frase l’eredità che desidera lasciare ai lettori con Una testa piena di ricci, quale sarebbe?

    «L’ironia salverà il mondo». 

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

    «Il mio progetto futuro più immediato è riuscire a fare un detox serio dal cellulare. La scrittura, così come la lettura, impongono silenzio e calma, in antitesi con la frenesia da social».

    di Carlotta Lini

  • La seconda invasione dei marziani

    di Arkadij e Boris Strugackij

    Marcos y Marcos, ottobre 2025

    Traduzione di Marco Zapparoli

    pp. 128

    €16 (cartaceo)

    €6.99 (e-book)

    https://amzn.to/3LJ6JPe

    I fratelli Strugackij non hanno bisogno di presentazioni, ma forse una minima introduzione al loro mondo è necessaria per poter cogliere appieno la loro scrittura. Pur essendo due nella realtà, nella scrittura, assumono la forma di un uno. Sono quattro mani e una sola, grande e brillante mente. Ma chi sono Arkadij e Boris Strugackij? Sono innanzitutto considerati tra i più importanti autori russi del ‘900. Massimi esponenti del genere fantastico nonché esploratori curiosi del concetto di futuro, in rapporto non soltanto con il tempo e con lo spazio, ma soprattutto con l’essere umano in quanto tale. A partire dal 1959 iniziano a scrivere romanzi, sia insieme che separati. Tra i più noti  Picnic sul ciglio della strada, È difficile essere un dio e Un miliardo di anni prima della fine del mondo. Io però vi consiglio anche La città condannata, un’allegoria fantascientifica e distopica sull’indagine cosmica tra ordine e caos…umano.

    Ma veniamo ora alla nostra (seconda) invasione dei marziani. I personaggi, presentati in legenda, hanno già tutti nomi altisonanti con irriverenti echi alla letteratura classica: Caronte, che qui non è un traghettatore di anime ma un intellettuale rivoluzionario (e cornuto, senza spoiler); Achille, non l’impavido eroe greco, ma un farmacista con la passione per i francobolli; e poi Artemide, Apollo, Ermione (non quella di Harry Potter) e perfino Minotauro e Polifemo.

    Panico totale, come ai vecchi tempi, non vedevo niente di simile da una vita. Sapevo bene che se fosse davvero scoppiata una guerra atomica, non ci sarebbe stato posto migliore della nostra cittadina per nascondersi e attendere. Se invece si fosse trattato di un’eruzione, be’ era comunque lontana e, anche in questo caso, la nostra cittadina non avrebbe corso alcun pericolo. Ma era piuttosto inverosimile: quale eruzione potrebbe mai esserci qui? (p. 11)

    Sulla Terra, per la precisione, vicino a Maratona, sono arrivati gli alieni. Il panico e il caos iniziano a scuotere gli animi della gente, che in preda a un evento così straordinario, come sempre, dà il peggio di sé. L’avevamo visto in Cecità di Saramago, l’abbiamo scoperto in Il prodigio di Sinisi e lo ritroviamo qui, in La seconda invasione dei marziani, in una nuova edizione pubblicata da Marcos y Marcos. Tra forti vibrazioni nella terra e grandi deliri di massa, incontriamo un’umanità più attenta a come sfruttare il prossimo (gli alieni, appunto) e a come manipolare e filtrare le mezze verità, che a capire chi siano davvero questi invasori. I concetti di predominanza e ignoranza non fanno solo rima, ma rendono bene l’idea di quanto dagli anni Sessanta a oggi, 2025, non si siano fatti molti passi avanti, ma solo bei capitomboli. Ripetutamente.

    Come sempre, le traduzioni di Marco Zapparoli sono impeccabili. La restituzione dell’allegoria da una lingua ad un’altra non è mai cosa facile, ma l’intera opera non perde mai attinenza con la realtà, seppur tratti di alieni. Lode anche alle sempre vincenti e suggestive copertine di Andrea drBestia Cavallini. Le sue illustrazioni non sono solo accattivanti, ma hanno sempre qualcosa di curioso da raccontare. Sono un autentico invito alla lettura. L’intera opera si sviluppa sotto forma di diario, solo con date e talvolta orario, ma senza mai specificare l’anno. È impressionante pensare che sia stata pubblicata per la prima volta nel 1967 su rivista e nel 1968 sotto forma di romanzo. La scrittura dei fratelli Strugackij è veramente immortale e non ha davvero scadenza, perché anche le critiche socio-politiche presenti nel testo sembrano scritte oggi per il popolo di domani. Ecco, loro sì che erano veramente nel futuro.

    “Direi che non siamo stati noi a decidere”

    “Come sarebbe a dire, non siete stati voi? E allora chi?” “Direi che è stata la gendarmeria della capitale” ha detto Pandareo con un sussurro, guardandosi intorno. “Ma quale gendarmeria?” ha obiettato la folla.

    “La gendarmeria in un’auto marziana? No, la gendarmeria non c’entra”. “Allora chi, secondo voi? ! marziani?” Pandareo si è alterato ancora di più e ha ringhiato: “Ehi, qualcuno ha parlato di marziani, per caso? Ma state un po’ attenti, state!” Nessuno, però, gli prestava più attenzione. Le lingue si erano sciolte definitivamente: “L’auto sarà anche marziana, ma quelli non sono marziani, è sicuro. Si muovono e si comportano come noi’. ‘Appunto. Però che cosa può fregargliene, ai marziani, della droga?’ ‘E dei nostri succhi gastrici, che gliene importa?’ ‘No signori miei, questi non sono esseri umani. Troppo tranquilli, troppo silenziosi. Secondo me sono proprio marziani. Lavorano come macchine’. ‘Hai detto bene, macchine. Perché dovrebbero sporcarsi le mani, i marziani? Ci sono i robot’. […] “Non sono robot. Sono le nuove regole. La gendarmeria ora recluta solamente sordomuti. Per proteggere i segreti di Stato”. (p. 69)

    La seconda invasione dei marziani non è davvero un romanzo sugli alieni, ma sulle persone. Sull’assurdità con cui reagiamo di fronte all’ignoto, sul modo in cui la paura e l’interesse si mescolano fino a diventare indistinguibili. I fratelli Strugackij prendono la cornice della fantascienza solo per mostrarci, attraverso l’uso di allegorie e sarcasmo, quanto fragile e manipolabile sia la realtà in cui crediamo di vivere.

    Alla fine non importa se i marziani siano arrivati davvero o no: ciò che resta è l’immagine di una società pronta ad adattarsi, a speculare, a reinventare il senso delle cose pur di sopravvivere. È un racconto breve ma densissimo, che lascia una sensazione strana, a metà tra il sorriso e l’inquietudine. A me ha lasciato un interessante amaro in bocca: la sensazione di qualcosa di sospeso tra realtà e finzione, come se il confine non fosse superato, ma “orrore”: superabile. Trovo questo aspetto estremamente allarmante perché quest’opera sembra essere quasi profetica. Seppure diversissima come scrittura, mi ha rammentato a tratti l’Orwell di La fattoria degli animali. Solo che qui la forte denuncia al potere e alla manipolazione censurante delle informazioni, non ha l’aspetto né di asini né di maiali.

    L’animo umano è fortemente corruttibile e subdolo e pur di sfruttare è disposto a tutto. E allora cosa ne resta della nostra umanità? Chi è il vero marziano?

    In poche pagine gli autori riescono a farci guardare dall’alto il nostro piccolo mondo, pieno di mezze verità e paure collettive. E quando chiudiamo il libro, viene da chiedersi se la seconda invasione non sia, in fondo, quella che viviamo ogni giorno, senza nemmeno rendercene conto.

    di Carlotta Lini

  • Che cos’è la paura? Gli scrittori da me proposti ne hanno parlato con estrema efficacia, ma senza servirsi per lo più di figure iconiche come mostri e zombie. La vera paura risiede nell’animo umano e nella sua bestialità atroce e credo che questo metta davvero molto di più i brividi 🕷️🎃👻

    Perciò eccovi la selezione dei miei libri consigliati per immergervi nell’atmosfera più spaventosa dell’anno!

    • Agatha Christie – Poirot e la strage degli innocenti. Un classico del giallo che diventa ancora più inquietante in questo periodo dell’anno. Hercule Poirot si trova di fronte a un massacro apparentemente casuale, ma il suo intuito lo porta a scoprire una verità più complessa e oscura di quanto si possa immaginare.
    • Wulf Dorn – La Psichiatra. Un thriller psicologico che ti terrà sulle spine fino all’ultima pagina. La giovane psichiatra Ellen Roth si trova al centro di un incubo di paranoia e ossessione, dove realtà e delirio si confondono. Riuscirà a scoprire la verità prima di essere consumata dai fantasmi del suo passato?
    • Donna Tartt – Il piccolo amico. Un romanzo che esplora il confine tra infanzia e crudeltà, in un Sud decadente e pieno di ombre. La dodicenne Harriet decide di indagare sull’omicidio irrisolto del fratellino Robin, ma la sua ricerca di giustizia si trasforma in un viaggio pericoloso e iniziatico.
    • Lugones, Quiroga e Darío – Ombre del tropico. Un’antologia di racconti simbolisti e fantastici che ti porterà nei paesaggi esotici dell’America Latina. Tra febbri tropicali, ossessioni e visioni mistiche, gli autori esplorano l’animo umano e i suoi abissi.
    • John Harding – La biblioteca dei libri proibiti. Un romanzo gotico e misterioso che ti terrà incollato alla pagina. La giovane orfana Florence scopre una misteriosa biblioteca che nasconde testi “proibiti” e alimenta eventi inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità prima di essere consumata dalle ombre?

    Buone letture🎃 👻🕷️