
C’è qualcosa che negli ultimi tempi mi infastidisce profondamente: la trasformazione della lettura in una performance, un gesto studiato per essere mostrato, monetizzato, sezionato in stories da trenta secondi con filtri pastello e citazioni acchiappa-like. Gli influencer—non tutti, ma molti—sono riusciti a trasformare anche i libri in strumenti di provocazione, in atti di vanità mascherati da passione culturale.
Leggere dovrebbe essere un piacere intimo, un viaggio personale, non un’occasione per dimostrare qualcosa agli altri. Eppure vedo sempre più spesso pile di libri scelti non per contenuto, ma per copertina; citazioni estrapolate a caso per il gusto di fare colpo; recensioni che sembrano slogan pubblicitari. E poi i famigerati “haul” letterari da centinaia di euro, letti (forse) mai.
C’è chi usa i libri come trofei, come se leggere Anna Karenina o Jane Austen fosse una medaglia da esibire, e non un’esperienza profonda, a volte dolorosa, certamente trasformativa. Io rivendico il diritto di leggere con lentezza, di non fotografare ogni copertina, di non avere un’opinione pronta e confezionata da servire su Instagram. Rivendico il diritto di leggere in silenzio, senza hashtag.
Il vero lettore non ha bisogno di dimostrare nulla. Legge perché non può farne a meno. Legge per capirsi, per ritrovarsi, per perdersi. Legge in treno, nella pausa pranzo, prima di dormire, quando tutti dormono. Non importa se ha letto cinque libri in un mese o due in un anno: ciò che conta è la sincerità del gesto, l’autenticità dell’incontro con una storia.
E allora sì, mi infastidiscono gli influencer che svuotano la lettura del suo senso più profondo per trasformarla in un contenuto qualunque. Non perché io disprezzi la condivisione—tutt’altro. Ma perché leggere, per me, resta una delle poche cose che dovrebbero restare autentiche. Non una provocazione, non una moda. Solo un piacere.
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