
Quanto influisce oggi la bellezza sulle nostre vite e sulla percezione che abbiamo di noi stessi?
La bellezza, oggi come ieri, ha un potere spietato che ci attrae e ci annienta allo stesso tempo. Non è mai solo un volto armonico, un gesto elegante o la precisione simmetrica di una forma: è un riflesso che ci sfiora e ci giudica, anche quando non lo vogliamo. La bellezza è un linguaggio sottile di finzione, un’aspettativa che non ci appartiene ma che impariamo a desiderare come se fosse il nostro unico modo di essere visti.
Da bambini la bellezza è promessa: ci viene raccontata come premio, come misura di valore. Da adulti diventa ossessione, confronto, distanza. Guardiamo gli altri con l’occhio storto dell’invidia e noi stessi con quello spietato della mancanza. La bellezza – o meglio, l’idea che ne abbiamo – non consola: ma scava. Ci fa sentire sempre un passo indietro, imperfetti anche quando ci amano, soli anche in mezzo agli sguardi.
Il paradosso è che più ci avviciniamo a quell’ideale, più ci sentiamo esposti. Come se abitare un’estetica conforme fosse un equilibrio precario, una vertigine che non perdona il minimo cedimento. E allora la pelle diventa trincea, il corpo campo di battaglia, lo specchio un nemico da fronteggiare ogni giorno. Nessuno ci ha insegnato davvero a guardare, solo a giudicare. Nessuno ci ha insegnato che la bellezza, quella autentica, può anche fare male.
Perché la bellezza – quella vera, non l’immagine patinata – è fragile. E noi con lei. È fatta di insicurezze, di giorni storti, di cicatrici. È nell’ombra che ci attraversa lo sguardo quando ci sentiamo di troppo. È nel bisogno disperato di essere accolti per ciò che siamo, non per come appariamo. Ma tutto questo raramente viene detto, perché la fragilità non vende, non conquista, non regge il confronto.
Viviamo in un’epoca in cui l’estetica precede l’essenza. In cui le vite si raccontano in filtri e cuoricini. E ci abituiamo a pensare che ciò che non è bello non sia degno, che ciò che è fuori misura sia da nascondere. Ma il mondo reale è pieno di volti stanchi, corpi che cambiano, occhi che raccontano solitudini. Ed è lì che la bellezza si rifugia davvero: nei dettagli imperfetti che nessuno vuole mostrare.
Forse non si tratta di rifiutare la bellezza, ma di liberarla. Di smettere di confonderla con l’approvazione, con il consenso, con la performance di assoluta perfezione. Si tratta di accettare che essere visti non sempre significa essere amati. Che piacersi è una conquista, spesso scomoda, ma individuale, consapevole.
In questo mondo la bellezza ci è sempre stata imposta, ma fa sorridere come questi canoni serratissimi e indiscutibili siano in realtà così mutevoli per tempo e per spazio. Faccio un esempio: in Asia il culto della vera bellezza è dettato da paradigmi ben precisi che rispettano la tradizione secondo cui, un individuo per essere attraente, debba pesare un tot, essere altro un altro tot, avere la carnagione come la porcellana e se è fortunato, anche respirare. In Africa, questi canoni sono completamente ribaltati, ma così come in Europa dove ormai la plastica non si usa più per contenere l’acqua nelle bottiglie ma per maldestramente sostenere corpi che semplicemente vivono, crescendo e invecchiando.
Come sapete, non ho il gran dono della sintesi, specie se l’argomento mi sta a cuore. Negli ultimi tempi, noto come questa ricerca estenuante della bellezza in tutte le cose, stia scavando perfino dentro alle anime pure delle bambine. Dobbiamo accettarci, dobbiamo amarci e apprezzarci per quello che siamo: imperfetti, a volte brutti, con cicatrici del tempo ed emozioni palpabili. La nostra insicurezza, perché dietro l’impalcatura c’è tanta insicurezza, ci sta allontanando dalla nostra umanità e soprattutto dalla nostra unicità. Con questo non voglio dire che non si debba celebrare la bellezza del corpo e, in fondo, della vita stessa. Sto dicendo che dobbiamo celebrare, ogni giorno, la fortuna di essere come siamo, perché nessun altro è e sarà mai come noi. Nemmeno se clonato.
E’ questa la nostra più grande ricchezza: siamo belli così. Ma belli veri.
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