
Ripetizione
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Fazi Editore, 2025
pp. 127
€18 (cartaceo)
Ci si chiede spesso se una donna possa essere una brava madre, ma di rado, invece ci si chiede se una donna possa essere una brava figlia. L’autrice, voce narrante di Ripetizione se lo chiede e richiede di continuo. Sua madre le ripeteva che era la causa del suo dolore, del suo malessere e che non capiva come potesse avere una figlia così. Cosa accade quando la propria famiglia non è “casa” ma soltanto frustrazione e sofferenza?
Siamo a Oslo, la notte di Natale, e la protagonista ci informa di essere a un concerto a teatro. Vede una ragazza adolescente ripetutamente bacchettata dalla madre. Più che una madre sembra un’istitutrice, di quelle di una volta, che se sbagli o non fai come ti ordinano, son botte. La narratrice ha quindi come un flashback e torna mentalmente al 1975, a quando aveva sedici anni e ci racconta il suo dolore nel rapporto tormentato con la madre.
Novembre 1975. Avevo sedici anni e mia madre aveva paura di me e per me. La cosa era iniziata un paio di anni prima, fu infatti quando ne avevo compiuti quattordici e mi erano venute le mestruazioni che aveva cominciato ad averne. La situazione era peggiorata all’età di quindici, quando mi era cresciuto il seno. […] Aveva paura che iniziassi a fumare, bere, andare a letto con i ragazzi, rovinarmi e fare una brutta fine. così mi contagiava con i suoi timori, doveva esserci qualcosa in me che lei vedeva, una specie di predizposizione che mi rendeva particolarmente incline a rovinarmi e a fare una brutta fine, sì, mi sembrava di percepirla. (p.17)
Fuori è buio, dentro ancora di più. La protagonista sessantenne rammenta col lettore di tutti gli abusi psicologici compiuti da sua madre nei suoi confronti. Spesso si ha l’idea che la parola madre coincida con “buono”, “affettuoso”, “comprensivo”, ma in questo romanzo delicato, lento, anzi lentissimo, in cui il dolore torna, e ritorna incessantemente, scopriamo un nuovo e inquietante significato di madre. La madre è una figura “carceraria”, una sorvegliante opprimente e controllante che non prova mai pietà o amore per la figlia (per gli altri figli invece sì, solo lei è la causa del dolore). Quanto le turbe e le paranoie psichiche di questa donna ossessionata così tanto dall’idea che la figlia compia l’indicibile o semplicemente che cresca, diventi una donna e sfugga al suo controllo serrato, influiscono sull’adolescenza di questa ragazza? Tanto, troppo, e pagina dopo pagina il duello madre-figlia prende vita, crescendo sempre più forte, di pari passo con la protagonista. I legami famigliari non sono mai semplici da raccontare, specie se in prima persona e attraverso la memoria. Si finisce per rendere tutto eccessivamente carico di perbenismo e commiserazione, dimenticandosi che i veri protagonisti sono i sentimenti, belli o brutti che siano. Vigdis Hjiorth invece ci riesce, con autenticità e assenza di pietà. Non risparmia nè a se stessa nè al lettore nulla, soprattutto il suo dolore. Qui vediamo la verità nuda e cruda di una giovane ragazza che vorrebbe crescere spensierata e libera, ma in maniera assolutamente normale e come ogni adolescente meriterebbe di fare, con sbalzi di umore e insicurezze, brufoli e baci rubati. Qui però, il peso soffocante degli eventi che la travolgono, schiaccia anche il lettore, soffocandolo. I capitoli brevissimi del romanzo, sono come piccoli frammenti di un’anima che oltre quarant’anni dopo, non si è ancora del tutto riassemblata. Sono schegge nel cuore e toglierle non è facile, perché anche se sono lì da tempo, da una vita, fanno male. Ancora, e ancora.
Ripetizione è un romanzo da leggere davvero con calma, bisogna concedersi il tempo (anche dilazionato) di entrare nel pieno di quel dolore per capire veramente cosa stiamo affrontando, dentro e fuori le pagine. La narrazione è volutamente ripetitiva e ridondante. Ho letto pareri contrastanti su quest’opera e temo che questa voluta circolarità ripetitiva non sia stata colta da tutti. Il dolore in fondo, non è per tutti, non è facile accoglierlo e ammetterlo nelle proprie vite, perchè significa ammettere che non siamo invincibili, che siamo soli e che forse, abbiamo bisogno di aiuto o di un gesto gentile. La gentilezza non appartiene a questo romanzo, ma la speranza per fortuna sì.
Andai in bagno, chiusi la porta a chiave e mi guardai allo specchio. Quel viso infantile, quel volto ansioso, lo sguardo timoroso e vagante, il tremore nervoso dell’angolo della bocca, domenica tutto questo sarebbe scomparso. Nulla sarebbe stato più lo stesso. Finalmente un atto che avrebbe aperto, trasformato e avrebbe fatto sparire quella faccia stupida, avrebbe calmato il cuore che martellava, avrebbe spezzato quel legame cocente, mi avrebbe reso libera! Promisi a me stessa che sarebbe successo, mi chinai in avanti e sigillai quel patto con un bacio. (p. 72)
Carlotta Lini
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