Il primo maestro

di Tschingis Aitmatov

Marcos y Marcos, luglio 2020

Traduzione di Guido Menestrina

pp. 122

€15

Era il 1924.

Sì, proprio quell’anno…Là, dove si trova oggi il nostro kolchoz, c’era un piccolo villaggio di poveri sedentari, gli džakati. A quei tempi avevo quattordici anni, e vivevo presso un cugino di mio padre, che era morto. Avevo già perso anche mia madre. (p. 29)

Un gioiello, una perla di rara bellezza. Questo è ciò che provo nel leggere questa breve ma intensissima opera. Sfido a trovare un lettore che non rimanga sinceramente affascinato dalla potente scrittura di Aitmatov. Un’ode all’importanza della conoscenza, e soprattutto un inno alla vita e a tutte le sfaccettature dell’amore. Non senza mostrare la vera essenza della brutalità umana, dell’animo malvagio che, purtroppo, ci contraddistingue.

Si avvicinava l’inverno. Fino alle prime nevicate continuammo ad andare a scuola attraversando il torrente pietroso, che mormorava sotto il poggio. Ma poi non ce la facevamo più a guadarlo: l’acqua gelata ci bruciava i piedi. Soffrivano soprattutto i bambini: venivano loro addirittura le lacrime agli occhi. Allora Djujšen cominciò a portarli in braccio attraverso il fiume. Se ne metteva uno sulle spalle, un altro lo prendeva in braccio e così, uno dopo l’altro, traghettava tutti gli scolari. Adesso, quando ci ripenso, mi sembra quasi in-credibile. Ma allora, forse per ignoranza, forse senza rifletterci su, la gente rideva di Djujšen. Soprattutto i più ricchi, che passavano l’inverno in montagna e venivano qui soltanto per il mulino. (p. 55)

La storia racconta l’impresa eroica di Djujšen , un ex soldato semi analfabeta, che in un piccolo e remoto villaggio della Russia, decide di istruire i bambini per offrire loro la speranza di un futuro migliore. Djujšen insegna loro con pazienza e dedizione tutto ciò che sa, affrontando non poche difficoltà. La gente del villaggio infatti ritiene che la sua missione sia solo una perdita di tempo e ad ogni occasione lo schernisce e lo umilia. Il maestro, però, non si fa abbattere dalle malelingue e dalla loro ferocia: affronta il freddo, gli ostacoli della natura e crea in quella che lui definisce “scuola” una sorta di zona protetta, la sola in cui i bambini possano sentirsi davvero sicuri, e se stessi. Tra questi vi è anche Altynaj, un’orfana di quindici anni, la più grande di età ma anche la più sveglia. E’ lei la narratrice della storia.

A cosa stava pensando allora? Forse per davvero sognava di mandarmi a studiare nella grande città? Io invece in quel momento, avvolgendomi nel cappotto di Djujšen, pensavo: “Se il maestro fosse un mio fratello di sangue! Se potessi gettarmi al suo collo e abbracciarlo forte, e socchiudendo gli occhi sussurrargli all’orecchio le più belle parole del mondo! Dio, fa’ che sia mio fratello!” Probabilmente abbiamo tutti amato un tempo il nostro maestro per la sua umanità, per le sue buone intenzioni, per i suoi sogni sul nostro fu-turo. Anche se eravamo dei bambini, credo che già allora capissimo queste cose. Che cos’altro ci faceva andare tutti i giorni così lontano e salire il ripido poggio, ansimando per il vento, affondando nei cumuli di neve? Andavamo a scuola di nostra spontanea volontà. (p. 59)

La ragazzina vede nel suo maestro un eroe: è il solo adulto che l’abbia mai trattata con rispetto e le abbia dimostrato affetto, riconoscendo in lei un grandissimo potenziale. Il maestro decide allora di tentare di allontanarla dalle perfida zia che oltre a picchiarla e vessarla, tenta invece di darla in sposa a un uomo molto più grande di lei, una sorta di barbaro nomade. Con grandissima tenacia il maestro si adopererà affinché l’a ragazzin’allieva riesca a raggiungere la città, convinto che lei possa arrivare lontano, e non soltanto fisicamente. La storia ci viene narrata attraverso gli occhi di quest’ultima, che ormai adulta, è diventata una delle più illustri filosofe della Russia.

In poco più di cento pagine Aitmatov riesce a racchiudere tantissime tematiche e catturare tutte le sfumature dei sentimenti umani: impossibile non provare rabbia quando Altynaj viene trascinata via dagli scagnozzi della zia. L’impotenza del mentore nel cercare di salvarla, anche se tenta di resistere alle loro aggressioni, è commovente e le parole dell’autore ben restituiscono la frustrazione di quel delicato e intenso momento. Un aspetto magnetico e quasi lirico è il bellissimo rapporto che si instaura tra maestro e allieva: quest’ultima, essendo solo una ragazzina, s’infatua di lui, perché come detto, è il solo che le mostri che cos’è l’amore. L’autore non ci rivela chiaramente se il sentimento della protagonista sia realmente ricambiato, ma la percezione anche se forse solo platonica, è palpabile tra le pagine. La natura alterna poi momenti in cui fa da semplice cornice ad altri in cui è vera e propria protagonista: il freddo pungente, gli alberi e tutti gli scenari della Russia sono un altro forte elemento di ostilità, come se la stessa natura volesse impedire l’istruzione dei bambini. Anche l’arte è centrale in quest’opera magnifica, perché l’opera inizia e si conclude con essa.

Tutto è perfettamente bilanciato: c’è una tale armonia di lettura che sembra di assistere a una melodia classica, fatta di adagio, lento e con un forte senso di nostalgia che riscalda il cuore. Una delle letture più belle che io abbia mai fatto, e per questo, ringrazio Marco Zapparoli per questo prezioso consiglio di lettura. Grazie, questa storia mi apparterrà per sempre.

Carlotta Lini

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2 risposte a ““Il primo maestro” di Tschingis Aitmatov: l’importanza di lottare per la conoscenza.”

  1. Avatar massimolegnani

    Mi fido della tua recensione e me lo segno
    ml

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    1. Avatar I need a book | The Thrill of Literature

      Grazie Massimo! Fammi poi sapere: ti assicuro che merita davvero tanto!

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