• Immagino questo tè in una cucina bohémien di Città del Messico, tra amuleti, gatti, libri e colori forti. Leonora Carrington non prende lo zucchero, ma aggiunge alla tazza una storia, un incubo e una visione. Non è un’autrice che si può spiegare a parole, perché è come se arrivasse da un’altra dimensione.

    Nata in Inghilterra nel 1917, figlia di un industriale e di una madre irlandese dalle credenze esoteriche, Leonora scappa presto dalle aspettative della buona società. Non sarà mai una “lady”, ma una creatura mitica che mescola parola e immagine, fiaba e furia. Ribelle, stregonesca, mistica e ironica.

    Dalle regole ai riti

    Negli anni Trenta si innamora del pittore Max Ernst e si getta nel fuoco del Surrealismo europeo. Viaggia tra Londra, Parigi e la Spagna franchista, subisce ricoveri psichiatrici e fugge spesso dalla realtà in cui abita, ma non smette mai di scrivere. I suoi racconti sono brevi e folgoranti: creature che mutano, bambole che parlano, donne che si ribellano alla narrazione maschile del mondo. È lei a guardare il mondo da un’altra angolazione. Anzi, come detto prima, da un’altra dimensione.

    La Scrittura come metamorfosi

    La sua scrittura è onirica ma politica, fantastica ma profondamente concreta. Il corpo femminile, la stregoneria, la follia e l’alterità sono i suoi temi ricorrenti. Carrington non cerca di spiegare: disorienta. E nel farlo, libera.

    Nel racconto “La debuttante”, ad esempio, una giovane donna invia una iena al suo debutto in società al posto suo. Il risultato? Un pasto inquietante e una satira feroce. Non è solo surrealismo: la sua è vendetta poetica. E servita nemmeno troppo fredda.

    Un altrove possibile

    Costretta all’esilio, trova rifugio in Messico, dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni. Lì, tra le ombre di Frida Kahlo e Remedios Varo, Carrington scrive “La porta di pietra”,romanzo che sfugge a qualsiasi classificazione di genere: favole per adulti, visioni apocalittiche, manifesti spirituali.

    Secondo le leggende, nella sua casa, pareva ci fossero armadi da cui uscivano animali, porte per altre dimensioni e ricette di pozioni. Veniva considerata una strega, una persona non gradita, solo perché diversa e fuori dall’ordinario. Essere contro i dogmi della società, spaventa ancora oggi il genere umano, ma la diversità di Leonora Carrington sta proprio nel suo aver espresso se stessa attraverso l’arte e la letteratura. E per questo, la ringraziamo.

    Un’eredità che parla di libertà

    Leonora Carrington è stata molte cose: artista, scrittrice, madre, anarchica. Ma prima di tutto, è stata una donna che ha scelto la propria voce, rifiutando di essere musa per diventare autrice. E non è forse questo, oggi più che mai, il vero potere della letteratura?

    “Non volevo essere una donna. Volevo essere qualcosa di più interessante.”

    Ecco perché oggi, davanti a questa tazza di tè, alzo lo sguardo e le sorrido. Non so se esista un altro mondo, ma sono sicura che Leonora Carrington ci sia già stata.

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    Sono contenta che mia mamma è morta

    di Jennette McCurdy

    MONDADORI, 2023 

    pp. 384 

    € 14.25  (copertina flessibile) 

    € 9,99 (ebook) 

    https://amzn.to/4gtVLbS

    C’è un confine invisibile ma netto che separa ciò che si finge normale da ciò che, a posteriori, si riconosce come abuso. Jennette McCurdy, con Sono contenta che mia mamma è morta,  racconta con lucidità tagliente e ironia amarissima cosa significhi attraversare quel confine e uscirne vivi, ma profondamente segnati. 

    Il titolo, provocatorio e quasi violento nella sua sincerità, è già una dichiarazione d’intenti: qui non si cerca consolazione, ma verità. La McCurdy — ex enfant prodige della televisione americana — ripercorre la sua infanzia e adolescenza vissute sotto il controllo ossessivo della madre Debra, una donna che ha proiettato sulla figlia il proprio sogno infranto di diventare attrice, trasformando l’amore materno in un’arma sottile e letale. 

    Sin da piccola, Jennette viene costretta a calcare set, recitare battute che non sente, sottoporsi a diete forzate e visite ginecologiche non richieste “per prevenire lo sviluppo”, come se crescere fosse un crimine. La narrazione, però, non indulge mai nel patetico: filtrata dalla voce adulta dell’autrice e dalla sua scrittura secca e precisa, la violenza psicologica appare tanto più disturbante quanto più normalizzata viene presentata. Il lettore assiste, pagina dopo pagina, a una messa in scena familiare fatta di ricatti emotivi e dipendenza affettiva, in cui la madre è al tempo stesso carnefice e vittima, mentre Jennette impara a reprimere i propri desideri per diventare la figlia perfetta. 

    È difficile non provare un senso crescente di disagio leggendo, ad esempio, delle docce “madre-figlia” protrattesi ben oltre l’età dell’infanzia, o delle telefonate in cui la madre piange istericamente ogni volta che Jennette manifesta un bisogno di autonomia. Eppure la forza del libro non risiede solo nella denuncia, ma nel percorso di consapevolezza: il dolore della protagonista non è mai fine a sé stesso, ma il carburante di un’emancipazione interiore faticosa, radicale e liberatoria. 

    Ciò che emerge, al di là della cronaca familiare, è un ritratto generazionale potente: una riflessione sul culto dell’immagine, sul peso delle aspettative genitoriali e su come il successo, soprattutto nel mondo dello spettacolo, possa diventare un’altra forma di prigione. Come Alice in L’estate che ho ucciso mio nonno, anche Jennette è una giovane donna in cerca di una verità scomoda, che si scontra con l’idea romantica della maternità come amore incondizionato. Entrambe le protagoniste, a modo loro, si ritrovano a dover uccidere simbolicamente una figura familiare per poter sopravvivere. 

    Sono contenta che mia mamma è morta è un memoir crudele, che non fa sconti e ci ricorda una lezione fondamentale: l’amore, anche quello materno, non basta se non è sano. E a volte, per rinascere, bisogna avere il coraggio di tradire questo tabù.

  • Questa è una di quelle domande che ultimamente mi pongo sempre più frequentemente.

    Scrittori: si nasce o si diventa?

    Le varie scuole, i vari corsi, i tanti guru e santoni illuminati reperibili in circolazione e nelle migliori librerie di quartiere, vogliono insegnarci a scrivere. Ora, non me ne vogliano le istituzioni più serie, ma per me, scrittori si nasce.

    Voglio fare un esempio: uno chef nasce tale o fa una lunga e interminabile gavetta per diventarlo? La mia risposta è: ci nasce. Sì, perchè io posso leggere mille mila libri, fare mille mila corsi perfezionando capacità tecniche e conoscenze chimiche dell’ortaggio, ma se non ho quell’estro creativo che mi permette di far sognare e innamorare il mio cliente a ogni mio assaggio, allora sì, sono un ottimo preparatore di piatti sublimi ma nulla più. Cosa metto di mio nell’atto di creazione di una pietanza?

    Un altro esempio, ancora più calzante. Se sono un violinista e mi esercito studiando anni e anni la stessa melodia, studio e mi diplomo al conservatorio, entro in orchestra, ecc ecc. Si sarò un ottimo esecutore, ma la musica la devo sentire nelle mie vene, la faccio mia, la possiedo e diventa la mia lingua con cui comunicare. Sia chiaro, lo studio della materia è imprescindibile, ma di Paganini quanti ce ne sono?

    Al Liceo mi capitava spesso di assistere alle interrogazioni dei miei compagni: c’era chi sapeva la lezione a memoria e che la ripeteva come le migliori filastrocche per bambini, e c’era chi invece non aveva solo studiato ma aveva anche capito. Eccola, la vera differenza.

    Scrivere è un atto di fiducia verso se stessi e verso gli altri, significa soprattutto avere qualcosa da raccontare e farlo bene. In questo la vita ci è compagna, nel bene e nel male, ma le accademie possono solo migliorare e sicuramente perfezionare quello che già era di predisposizione individuale.

    Anche l’AI scrive benissimo. Spesso meglio di tanti umani. Può essere un’alleata preziosa, se la si maneggia con cura. Ma può essere motivo di smarrimento se le si affida la nostra intera esistenza: vogliamo davvero che tutto sia grammaticalmente perfetto ma senza un’anima?

    Io credo – ma soprattutto spero – di no. L’impulso di scrittura può arrivare anche a cent’anni, ma se ce l’hai dentro, nessuno, nemmeno l’AI è in grado di togliertelo.

    Ed è forse così che nasce il vero talento. Tutti possiamo scrivere. Ma farlo bene, quella è un’altra cosa.

  • Sedersi per un tè con Isabel Allende è come aprire la porta di una casa piena di storie: alcune sospese nell’aria come polvere dorata, altre sepolte sotto la storia, tutte raccontate con voce salda e visionaria.

    Sorseggiamo un tè fragrante di cannella e cardamomo – aromi che ricordano la sua lontana cucina cilena – mentre Isabel Allende approda nel nostro salotto virtuale.

    È impossibile restare indifferenti davanti al suo modo di narrare. Le sue parole non accarezzano, scavano. E al centro, sempre, ci sono loro: donne straordinarie nella loro quotidiana determinazione, che affrontano il mondo con coraggio, amore, perdita e memoria.

    Allende scrive di donne da oltre quarant’anni, eppure riesce ogni volta a dar loro una forma nuova, a vestirle di epoche e culture differenti, senza mai tradire la loro essenza.

    Per comprenderne davvero la potenza, basta tornare a due delle sue opere più emblematiche: La casa degli spiriti e Figlia della fortuna.

    Con La casa degli spiriti (1982), suo esordio narrativo, Isabel Allende ci ha consegnato un romanzo-simbolo della letteratura latinoamericana. La saga della famiglia Trueba si snoda tra realtà e soprannaturale, in un Cile che muta e si spezza sotto il peso della dittatura. Clara, personaggio indimenticabile, è la prima grande eroina allendiana: sensitiva, silenziosa, capace di vedere oltre, rappresenta un modo tutto femminile di custodire il passato e intuire il futuro. Non è una figura passiva: Clara scrive, annota, costruisce una memoria alternativa, dove il ricordo non è solo malinconia ma resistenza.

    Figlia della fortuna (1999) ci conduce invece dall’altra parte dell’oceano. Eliza Sommers è una giovane orfana cresciuta nella rigida società britannico-cilena di Valparaíso. Quando l’amore la spinge a imbarcarsi verso la California in piena corsa all’oro, inizia per lei un lungo percorso di metamorfosi. Eliza non è l’eroina romantica che rincorre un uomo: il viaggio le rivela il mondo ma soprattutto se stessa. Attraversa deserti, bordelli, cucine clandestine, si traveste da uomo, si reinventa, impara a sopravvivere, ma soprattutto sceglie. Non accetta il ruolo assegnatole. Figlia della fortuna è il romanzo dell’iniziazione, della libertà, del riscatto. Eliza è ogni donna che ha dovuto lasciare la propria casa per ritrovarsi altrove.

    In entrambi i romanzi, come in tanti altri dell’autrice, Allende intreccia grande e piccolo, privato e politico, infuso e battaglia. Le sue protagoniste sono forti non perché invincibili, ma perché umane e capaci di rialzarsi. Sono donne che conoscono la perdita, che affrontano il lutto, la miseria, il disincanto, ma non si arrendono mai. Le accompagna sempre uno sguardo lucido e profondamente empatico, quasi materno, che non le giudica, ma le segue passo dopo passo, come si fa con una sorella, una figlia, una compagna di viaggio.

    Ed è proprio questo sguardo che ritroviamo anche oggi, nel suo ultimo romanzo appena uscito in libreria: Il mio nome è Emilia del Valle. Ambientato in un Cile ferito dalla guerra civile del 1891, il libro racconta la storia di Emilia, una giovane cronista che lotta per dare voce ai dimenticati e ai caduti, in un mondo dominato da uomini e da verità manipolate. Emilia si muove in un contesto spietato, ma la sua forza – interiore, morale, civile – la rende sorella ideale di tutte le protagoniste allendiane: da Clara a Eliza, da Inés Suárez a Alma Belasco. Ancora una volta, Allende ci consegna una figura femminile che non chiede di essere salvata, ma che si fa strada da sé, armata di parole e dignità.

    Il mio nome è Emilia del Valle è un tributo alla libertà di pensiero, al giornalismo come atto di verità, e alla forza delle donne che non rinunciano alla propria voce. Ed è, come sempre, un invito a ricordare che la letteratura può essere un rifugio, una ribellione e una strada.

    Mentre il tè si raffredda, resta la certezza che con Isabel Allende non si legge soltanto: si viaggia e si sogna. Una pagina dopo l’altra, sorso dopo sorso.

  • Non serve che un personaggio voli, o che una città scompaia o che un animale parli perché la letteratura diventi fantastica. A volte bastano un dettaglio che stoni o un gesto fuori sincrono.

    La forza del fantastico sta proprio qui: non tanto nel creare mondi impossibili, quanto nel deformare appena quello che conosciamo, fino a renderlo instabile.

    È una sensazione sottile, quella che lascia la grande letteratura fantastica.

    Come un turbamento leggero, che stordisce e affascina contemporaneamente. Il pavimento delle certezze svanisce. Si continua a camminare, ma si sa — con chiarezza — che qualcosa è cambiato.

    Con Calvino (ve ne ho già parlato qui ) si impara presto che la realtà può essere solo una delle tante possibilità narrative.

    Le sue Città invisibili si fondano su strutture logiche perfette eppure sfuggenti: non ci chiedono di crederci, ma di pensarle.

    Nel Cavaliere inesistente, la finzione diventa filosofia: un’armatura vuota combatte nel nome di un ideale, ma il corpo manca, e l’identità si disfa tra dovere e assurdo.

    Borges, invece, scrive come se stesse sognando in una lingua antica.

    Nei suoi racconti, l’universo è un archivio di possibilità, i libri contengono infiniti altri libri, e le biblioteche diventano simboli viventi del desiderio umano di comprendere ciò che è, ma anche ciò che potrebbe essere.

    Nel suo mondo, i confini tra sogno e veglia sono labili, e la verità si frammenta in prospettive divergenti, portando il lettore a un piacevole quanto riflessivo disorientamento.

    Cortázar, poi ancora, prende il lettore per mano e lo porta in una casa che si chiude da sola, in una stanza che si sposta di notte, in una realtà che si sfilaccia senza mai spezzarsi.

    I suoi racconti non gridano, non spiegano: insinuano. E in questo, sta la loro forza.

    In Casa occupata, la minaccia non ha volto, ma avanza in silenzio; in Le bave del diavolo, il tempo si sgretola tra una fotografia e un’intuizione.

    Cortázar ci insegna che il fantastico non sempre abita l’eccezionale. Spesso si nasconde nelle pieghe del quotidiano.

    García Márquez ha raccontato Macondo con la naturalezza con cui si descrive un villaggio della propria infanzia.

    Ma in quel villaggio piove per anni, le ragazze volano, i morti parlano e la storia si ripete come una maledizione ciclica.

    Il suo realismo magico non è un effetto stilistico: è un modo di abitare il mondo, accettandone i misteri come parte del quotidiano.

    Isabel Allende, con La casa degli spiriti, ha fatto della memoria il vero luogo del fantastico.

    La linea tra presente e passato, tra vivi e morti, tra eventi e visioni, si dissolve nel racconto.

    Ma ciò che resta è un senso profondo di continuità: come se il dolore e la gioia, la storia e la leggenda, appartenessero allo stesso flusso.

    In tutti questi autori, il fantastico non è un travestimento. Ma è denominatore comune: è una chiave.

    Una chiave che apre stanze nuove nel nostro modo di guardare.

    Ci ricorda che anche ciò che consideriamo solido può flettersi, e che nelle crepe del reale si annidano domande, intuizioni, e verità inafferrabili.

    Non si tratta di fuggire dal mondo, ma di rileggerlo. Si tratta di accettare che la verità non sia mai una, e che spesso, la più autentica, si riveli proprio dove smettiamo di cercarla.