• Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù,
    Dosso Dossi (1523-1524)

    “Le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.” (José Saramago, Cecità)

    Mentre scrivo, sento per la prima volta il mio vicino che canta, e penso: “Poverino, chissà quanto lui sentirà cantare me, a squarciagola”. Non so quasi che faccia abbia, ma anche se è stonato da far paura, mi è simpatico. E poi io canto “Spritz qui, Spritz la”, manco fossi un soprano. Non sono nemmeno un’ubriacona. A dire il vero sono astemia. Spritz è il mio cane. Perché si chiami così se sono astemia, quella è un’altra storia, ma non è oggi quel giorno.

    Oggi, sento di voler scrivere per il piacere di farlo. Ho messo in pausa il mio blog per un mese e mezzo perché sentivo di fare tutto in maniera meccanica, automatica. Ero diventata un’automa della scrittura, e non c’era nemmeno più trasporto. Erano rimasti solo l’ansia della pubblicazione quotidiana, lo stress del dover leggere per tempo per avere qualcosa da dire, se no mi calano i già pochi follower. No, mi son detta. Rallenta, respira, ferma tutto. Dov’è Carlotta? Carlotta non c’era più. Parentesi: Carlotta, sono io.

    Carlotta era stata completamente schiacciata dallo stress e se si guardava allo specchio c’era un’altra donna. Una più vecchia, più stanca, sempre arrabbiata. Così ho capito che questo blog meritava le mie cure e le mie attenzioni, perché è uno spazio che sto coltivando da più di un anno e che mi fa star bene, non il contrario. Non è un dovere, è una scelta, ogni volta.

    Ho recentemente letto un libro che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere. Quel libro è “Ragazza senza prefazione” di Luca Tosi, pubblicato nel 2022 da TerraRossa Edizioni. Se non l’avete già letto, andate a recuperarlo, perchè merita moltissimo. Se invece l’avete letto, fatemi sapere se vi ha dato le mie stesse sensazioni e se anche per voi è stato rigenerante. Non parla di rinascite, ma anzi di fallimenti, ma a me ha fatto davvero un gran bene leggerlo (e sono sincera, finora tutte le pubblicazioni di questa Casa editrice mi stanno lasciando, ciascuna a modo suo, qualcosa di importante).

    Io amo profondamente leggere, e allo stesso modo, adoro scrivere. Ma se devo farlo senza anima, sia l’uno che l’altro, preferisco astenermi. Già ho a che fare con le persone tutti i giorni, almeno i libri e la “penna” devono rimanere miei fedeli alleati.

    La verità è che si può stare anche senza dire niente.

    Ben venga l’entusiasmo canterino del vicino.

    E viva anche Spritz, nel senso che più vi piace.

    di Carlotta Lini

  • Ragazza senza prefazione

    di Luca Tosi

    TerraRossa Edizioni, 2022 (Sperimentali)

    pp. 96

    €13 (cartaceo)

    https://amzn.to/4mhTKkaContinua a leggere: Io e Lei, senza Lei: “Ragazza senza prefazione” di Luca Tosi

    Quanto sarebbe utile avere un’anteprima (non voglio usare la parola “trailer”, ma l’ho appena fatto) della persona con cui ci accingiamo ad uscire per un appuntamento?

    In tempi remoti, quando la serie Black Mirror sapeva ancora sorprendere e inquietare a dovere, c’era stato un episodio dedicato a questo tema. Il risultato di avere una prefazione del nostro papabile futuro partner, è che non ci permetteremmo mai di sbagliare, saremmo come perfetti algoritmi che dicono: tu sì, tu no, ok, avanti il prossimo. Fino a quello definitivo. Sempre che lo si trovi. Sulla Terra, almeno.

    Luca Tosi, con Ragazza senza prefazione, ci conduce con sarcasmo e amarezza attraverso i sentimenti di Marcello Travaglini, giovane non ancora trentenne, laureato ma disoccupato, riflessivo ma sognatore, con una grande famiglia ingombrante, ma nessun parente che si decida a morire. Nemmeno uno.

    Unico pensiero fisso, quasi un’ossessione: Lei. L’autore non la nomina mai con nome e cognome, ma il lettore la inquadra subito. Un’anima naif, leggera, vagabonda e insicura, alla perenne ricerca di sé. Tutti l’abbiamo incontrata “questa persona” nella nostra vita, tutti ci siamo fatti incastrare da un amore non corrisposto. Qui, forse, più che di questo, si tratta di idealizzazione. Quella bruttissima idea di felicità che si scarica su un’altra persona, senza realmente conoscerla, ma che per noi diventa tutto.

    Erano anni, che la puntavo, che ce l’avevo in testa, però, ecco, non mi ero mai adoperato in nessun modo. Mai mosso un dito. […] Invece, con Lei le cose sono successe lo stesso. Ma è finita in vacca. Lei, per me, è dolore e cura insieme. Una cosa unica. (p.14)

    Tosi ben descrive il senso di smarrimento e frustrazione suscitato dalla co-protagonista di questo racconto breve e brillante. In meno di cento pagine entriamo nella testa e nella vita di Marcello, vivendo con e attraverso di lui, tutti quelli che sono stati i nostri rifiuti, le nostre insicurezze e la voglia di urlare quando qualcosa non va come ce lo eravamo immaginato.

    Questo romanzo riesce a rimuovere la polvere di apparenza che c’è su ognuno di noi e ci restituisce un’immagine di essere umani abbandonati a noi stessi e al nostro desiderio di essere visti, accolti e più che altro, amati.

    Marcello non è un’eroe e Lei non è un’antagonista: sono due anime smarrite che cercano, in due modi diametralmente opposti, uno scopo nella vita. Chi di noi, in fondo, non si è ritrovato al termine degli studi, in balia delle proprie emozioni e dei dubbi esistenziali. Scelte giuste o sbagliate che siano, la vita è l’unica docente che non perdona e che non può darci più tempo per terminare la nostra prova. La caratterizzazione dei personaggi è quanto mai realistica e nasconde, neanche troppo, la rabbia e il malessere del sentirsi irrealizzati, rifiutati e dunque sconfitti.

    Il condimento che unisce i perfetti ingredienti di questo libro d’esordio è la pungente ironia, che si manifesta fin dalle primissime pagine. L’auto– ironia, soprattutto, riesce a rendere Marcello un protagonista completamente umano e per cui si prova un’immediata empatia. Questa lettura è consigliata a chi si sente in un momento di totale instabilità nella propria vita, a chi ha voglia di equilibrio, ma anche di riscatto personale, e di un sorriso sincero.

    di Carlotta Lini

  • Un certo tipo di intimità

    di Jenn Ashworth

    Edizioni e/o, 2010

    pp. 368

    €18.00

    https://amzn.to/3VjCWhW

    Cosa resta quando l’intimità diventa ossessione? Quando la realtà, lentamente ma con metodo, viene smontata e ricomposta secondo un disegno che ha senso solo nella mente di chi guarda? Jenn Ashworth, nel suo romanzo d’esordio Un certo tipo di intimità (tradotto in italiano da Nello Giugliano), costruisce un’opera perturbante, lucida come uno specchio incrinato, che ci invita a sostare nel territorio scomodo della solitudine patologica.

    La voce che dissimula

    Protagonista e narratrice è Annie Fairhurst, una donna all’apparenza come tante: si trasferisce in una nuova casa, cerca di rifarsi una vita e ama cucinare. Ma fin dalle prime pagine è chiaro che la sua è una voce sfasata, scollata da ciò che racconta. Annie dice, ma non dice tutto. Censura, omette, reinventa. Non si tratta solo di un narratore inaffidabile: è una narratrice che ristruttura il reale suggerendo più che mostrando, lasciando che le crepe emergano lentamente, come muffa tra le fughe delle piastrelle.

    Ashworth ha l’abilità rara di costruire una tensione che non urla, ma serpeggia. La prosa è volutamente contenuta, fatta di piccole azioni quotidiane, come fare la spesa o curare il giardino. Ma sotto questo strato di normalità si muove una corrente inquieta. La scrittura ha un tono tagliente, privo di fronzoli, e proprio per questo più inquietante: Annie racconta i suoi gesti più disturbanti con lo stesso tono con cui descrive una ricetta di cucina.

    Il corpo, lo sguardo, il desiderio

    Il romanzo riflette su che cosa significhi essere visti. Annie desidera ardentemente una relazione autentica, ma non sa distinguere tra intimità e possesso. Il corpo, nel suo universo, è un mezzo per manipolare, sedurre, controllare. C’è in lei una fame d’amore che si traduce in un voyeurismo emotivo: spia, studia, imita. E nel tentativo di diventare l’oggetto del desiderio altrui, finisce per perderne ogni contorno reale.

    Jenn Ashworth decostruisce così lo stereotipo della “vicina un po’ strana” e lo trasforma in una riflessione disturbante sul narcisismo, sull’identità femminile e sulla perversione silenziosa del quotidiano. Annie è una figura tragica, ma anche terrificante. Una figura che, in fondo, chiede solo di essere amata, ma a modo suo, e quel modo è insano.

    Un romanzo psicologico in chiave noir

    “Un certo tipo di intimità” è un romanzo ibrido, che mescola introspezione psicologica, tensione da thriller e ironia nera. La suspense non deriva dall’azione, ma dallo scarto continuo tra ciò che Annie crede di fare e ciò che il lettore comprende. È come leggere le memorie di una persona che vive in un mondo speculare al nostro, dove ogni gesto ha un peso diverso, ogni parola è un tentativo di mascherare il vuoto.

    Il titolo stesso è emblematico: quel “certo tipo” di intimità lascia spazio a una molteplicità di interpretazioni, nessuna rassicurante. Perché, in fondo, l’intimità di Annie è un’invasione, una colonizzazione dell’altro, un entrare senza bussare.

    Perché leggerlo

    Perché Jenn Ashworth riesce, con eleganza e rigore, a raccontare la devianza senza mai cedere al sensazionalismo. Perché riesce a rendere il banale spaventoso, la cucina un luogo d’ombra, la porta accanto una soglia sul vuoto. Perché ci ricorda che la follia, talvolta, ha l’aspetto ordinato e gentile della normalità.

    Carlotta Lini

  • Nel salotto di una villa inglese affacciata su un giardino silenzioso, il tè è servito in una porcellana fine dal bordo dorato. La donna seduta di fronte a noi ha uno sguardo limpido, eppure ogni suo gesto cela una compostezza affilata. È Agatha Christie, la scrittrice più letta al mondo dopo la Bibbia e Shakespeare, e la nostra ospite di oggi.

    Se potessimo davvero prendere un tè con lei, probabilmente cominceremmo con una domanda semplice:

    “Come si costruisce un mistero?”

    E lei sorriderebbe, con quella calma che nasconde una mente matematicamente geniale e direbbe: “Cominciando dalla fine”.

    Perché il delitto, per Agatha, non è mai il punto di partenza, ma il centro intorno a cui costruire un labirinto. Il colpevole, lei lo conosce già. Il piacere sta nel disseminare falsi indizi, osservare i sospetti, lasciare che sia il lettore a inciampare. Credo che il senso di smarrimento nel lettore le piaccia, le dia quasi un senso di superiorità, ma benevola.

    Nata nel 1890, cresciuta leggendo romanzi gotici e avventure poliziesche, Agatha non ricevette un’istruzione scolastica formale. La sua cultura si formò in casa, alimentata da una madre anticonvenzionale (da lei considerata una medium) e da una curiosità sconfinata. Durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come infermiera e poi come assistente in una farmacia: fu lì che apprese tutto ciò che le serviva sui veleni. E fu proprio con un veleno, nella sua opera prima Poirot a Styles Court, che diede vita all’investigatore belga Hercule Poirot, destinato a diventare uno dei personaggi più celebri della letteratura.

    Agatha Christie era una donna dal carattere schivo, amante del silenzio, delle rovine antiche, dei deserti orientali. La sua sparizione del 1926 – undici giorni di mistero ancora oggi avvolti nel dubbio – alimentò il mito. Venne ritrovata in un albergo, registrata sotto il cognome dell’amante del marito: un gesto che molti interpretarono come un atto di rivalsa, altri come un blackout psichico. Agatha non ne parlò mai. Non scrisse una riga su quell’episodio.

    Ma il segreto del suo successo non si rivela solo nella costruzione perfetta delle sue trame. La Christie sapeva raccontare l’animo umano. Le sue storie sono gialli, sì, ma sono anche studi su gelosie, ambizioni, rancori e ipocrisie. Ogni crimine nasce da un’emozione, ogni assassino porta con sé una fragilità.

    Seduta davanti a noi, con un dolcetto al limone e lo sguardo perso fuori dalla finestra, ci direbbe che scrivere non è mai stato un atto eroico per lei, ma un macabro quiz.

    Prima di congedarci, vorremmo chiederle quale sia il suo personaggio preferito. Ma sappiamo che questo è per lei un tasto dolente, soprattutto su Poirot. L’autrice infatti, negli ultimi anni, aveva dichiarato che iniziava a detestare quel “presuntuoso ometto”, ma naturalmente gli ci era affezionata, in quanto sua creatura (e peraltro, la più riuscita). Sorvoliamo e con immensa gratitudine la congediamo.

    E mentre la luce scende su quel salotto immaginario, ci rendiamo conto che in fondo Agatha Christie non ha mai smesso di offrirci una tazza di tè: ogni libro è un invito, ogni indagine un’occasione per osservare il mondo da vicino e ricordare che la verità, spesso, è nascosta in bella vista.

    Consigli di lettura

    1. Dieci piccoli indiani (E non ne rimase nessuno) – 1939

    Un capolavoro di suspense, in cui dieci sconosciuti vengono invitati su un’isola e uccisi uno dopo l’altro. Il finale è uno dei più sorprendenti della letteratura.

    2. Assassinio sull’Orient Express – 1934

    Un classico con Poirot alle prese con un delitto su un treno bloccato dalla neve. Un enigma perfetto in cui ogni dettaglio ha un peso.

    3. L’assassinio di Roger Ackroyd – 1926

    Romanzo rivoluzionario per l’epoca, narrato da un personaggio interno alla storia. Uno dei finali più audaci della Christie.

    Curiosità e aneddoti

    Scriveva nella vasca da bagno: Agatha amava rilassarsi immersa nell’acqua calda mentre pensava alle trame. Una tavoletta appoggiata sulla vasca le serviva da appoggio per scrivere.

    Aveva paura di volare: Nonostante abbia viaggiato molto, soprattutto in Medio Oriente, preferiva il treno e la nave.

    Firmò con uno pseudonimo: Con lo pseudonimo Mary Westmacott, scrisse sei romanzi rosa/psicologici, tra cui Ritratto incompiuto. Nessuno sospettò che dietro vi si celasse la regina del giallo.

    Non sopportava Poirot: Verso la fine della carriera, Christie si stancò del suo famoso investigatore, arrivando a definirlo “insopportabile” e snob. Eppure lo lasciò vivere fino alla fine della sua opera. Il New York Times gli dedicò un necrologio: Quando Poirot “morì” in Sipario, fu l’unico personaggio di finzione a ricevere un necrologio sul New York Times.

  • Che sapore ha la “sconfitta”?

    Sicuramente ha un gusto amaro, con un retrogusto ancora più disgustoso. A me i gusti amari piacciono, le sconfitte un po’ meno. Col tempo ho imparato ad accoglierle, a superarle e a trasformarle in qualcosa di costruttivo e positivo. Tendo a parlare poco di me come persona, ma una parte di questo blog è sicuramente dedicata alle emozioni, mie e dei miei pochi ma magnifici lettori.

    In questi giorni avrei dovuto avere due risposte importanti a due miei progetti, che forse mi avrebbero cambiato la vita. Purtroppo non sono andati a buon fine. Io di contro, ho la brutta abitudine di essere una grandissima sognatrice. La classica svampita delle favole che si illude sempre che tutto abbia un lieto fine. Insomma, la Biancaneve dei libri (quindi forse più Belle de La Bella e la Bestia).

    Ultimamente, c’è la tendenza a pensare che tutto sia facile e accessibile e che la nostra vita sia realmente come un film. Forse da bambini siamo stati lodati una volta di troppo non per il nostro duro impegno ma perché eravamo bravissimi, bellissimi e intelligentissimi.

    Ma bravissimi a far cosa? Abbiamo le competenze? Abbiamo faticato, sudato, lottato per ciò in cui crediamo? O semplicemente ci siamo svegliati un giorno pensando di essere i migliori del mondo, così solo perché mamma diceva che eravamo fantastici?! Svegliamoci da questo sogno, perché la realtà è un incubo se no.

    Il talento, qualora sia presente, va coltivato, nutrito e continuamente alimentato. Come una pianta (e scommetto che tutti ne abbiamo fatta morire almeno una nella vita, e se avete tutti il pollice verde, ci ho pensato io per voi, tranquilli).

    Oggi forse sono fuori tema, forse faccio ragionamenti sconclusionati, ma ecco, mi va di farlo, di scrivere. E come sto veramente?

    Bene!

    Inaspettata questa risposta, vero?

    Sto bene perchè per fortuna negli ultimi anni sto finalmente cadendo, sbattendo la testa, mi sto facendo davvero male (in senso lato, ovviamente). Non ho più chi mi tiene in braccio e non ho più i paracolpi. Cado e mi sfracello. Ma questo mi fa bene, sapete perchè?

    Perchè finalmente sento tutto!

    Sento di non essere all’altezza delle mie aspettative e questo mi stimola a dare il meglio di me, ad aver fame di vittoria e soddisfazione, perchè non tutto mi è dovuto e non sono bravissima in tutto. Sono umana, fatta di carne e di ossa. Sono fragile, posso piangere, posso arrabbiarmi, e credetemi, ho tantissima rabbia dentro con me stessa per certe mie scelte. Ma questo mi fa bruciare dentro ed esplodere fuori, rendendomi una persona vincibile e quindi sincera, autentica.

    Sono felice di aver “fallito” queste mie due prove di vita?

    Naturalmente no, ma sono grata di aver aperto gli occhi, stretto i pugni e dopo una bella doccia, aver ripreso a respirare.