Un prosatore a New York

di Göran Tunström

Iperborea, marzo 2008

Traduzione di Fulvio Ferrari

pp. 64

€5.50

Tunström lo conosciamo meglio per il suo più celebre L’oratorio di Natale, ma in questa brevissima opera che si legge anche in un’ora ( lo sconsiglio, perché va gustata come un buon vino), l’autore gioca con la vita e con ciò che rappresenta. Quest’opera vuole innanzitutto essere una celebrazione dell’esistenza stessa. L’autore si mostra ai suoi lettori per quello che è, sognando una vita altrove, immaginando di divenire il grande prosatore di New York. La storia vede la sovrapposizione infatti del protagonista con lo scrittore stesso: uno scrittore svedese che fugge dalla sua patria alla ricerca della Grande Mela, la terra promessa, fatta di sogni e speranze ma anche di illusioni e sconfitte. Con Un prosatore a New York, l’autore mostra un volto diverso della propria scrittura: più diretto, quasi confidenziale, pur senza rinunciare a quella grazia stilistica e a quella precisione linguistica che attraversano tutta la sua opera. È un libro che sembra lasciare spazio all’immediatezza dell’emozione e, proprio per questo, riesce a instaurare con il lettore una sincera complicità.

Arrivai con una frase in valigia: “Una brezza leggera faceva tremare le foglie dell’albero nel caldo del pomeriggio.”

Fin dalle prime righe, il romanzo si muove sul confine tra autobiografia e invenzione letteraria. Il protagonista, alter ego dichiarato di Göran Tunström, approda a New York in cerca di ispirazione e, forse ancor più, di una distanza dal proprio Paese e dal timore di non essere all’altezza. Ne emerge il ritratto di uno scrittore inquieto, ironico e vulnerabile, animato da una fiducia quasi ostinata nel potere delle parole e dell’immaginazione. L’incontro con il pittore Bendel Bigard e con il piccolo universo umano che ruota attorno al suo atelier newyorkese introduce nella narrazione un’atmosfera surreale, animata da figure eccentriche e memorabili. L’equivoco che porta il protagonista a essere scambiato per l’autore di un dipinto destinato a suscitare clamore diventa allora molto più di un espediente narrativo: è l’occasione per interrogarsi sull’identità dell’artista e sulla sottile distanza tra autenticità e rappresentazione.

Tunström affronta temi profondi come il desiderio di essere visti, la fragilità dell’arte, il bisogno d’amore, e lo fa con una leggerezza mai superficiale. La sua scrittura evita ogni compiacimento intellettuale e lascia emergere, con naturalezza, la meraviglia nascosta nelle vite comuni: l’ordinario come straordinario. L’opera appare come un libro prezioso perché raccolto (sono poco più che sessanta pagine) e personale: una sorta di autoritratto intimo, capace di restituire in poche pagine l’essenza di uno scrittore che ha sempre cercato, nella letteratura, un modo per dare forma alla complessità dell’esistenza. Anche per questo, la scelta di Iperborea di riproporlo dopo la sua scomparsa assume il valore di un omaggio discreto e profondamente significativo.

L’opera di Tunström non è facilmente accessibile, ma è così bella che invito alla lettura chiunque abbia il desiderio di andare oltre i suoi limiti, provando a coglierne le più delicate sfumature e le più tristi amarezze. Non compirete un viaggio di sola andata, ma al ritorno, ne sono certa, il vostro bagaglio sarà non solo ricco, ma arricchito.

Carlotta Lini

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