…dal mare. Nero di Odessa

di Marco Cardetta

Les Flaneurs edizioni, aprile 2026

pp. 94

€12

In un contesto editoriale in cui anche la scrittura poetica tende sempre più spesso a privilegiare forme di immediata accessibilità, per nostra fortuna esistono opere che seguono una traiettoria più esigente e rigorosa come la raccolta di Marco Cardetta, ultima novità proposta dalla casa editrice Les Flaneurs edizioni.

Dal mare. Nero di Odessa si organizza come un insieme di testi attraversati da un medesimo orizzonte: il mare come luogo di transito e Odessa come spazio di approdo. Tra queste due coordinate si muovono figure, voci e presenze che emergono e si dissolvono, restituendo l’idea di un’umanità in continua oscillazione. Il mare è indubbiamente tema centrale attorno cui ruota l’intero poema corale, che dà spazio a voci che insieme diventano così tanto assordanti da annullarsi. Tutto e niente, un universo fatto di assoluti e dissolvenze che cancellano ogni certezza e restituiscono al lettore un piacevole effetto di squilibrio. Lo stesso effetto che si ha quando si beve più di un calice di vino e i confini iniziano a sfocarsi, e la mente è libera di navigare verso nuovi orizzonti. Così descriverei l’opera di Cardetta. Questo, per me, è saper fare poesia.

Il mare costituisce dunque l’asse portante dell’intera raccolta. È un principio dinamico che organizza il movimento interno del testo: spazio di emersione e dispersione, matrice di una pluralità di voci in trasformazione continua. Odessa, a sua volta, assume la funzione di soglia: un punto di contatto tra lingue, memorie e appartenenze che sembrano arrivare lentamente, sostare e poi subito ripartire velocemente. Proprio come le onde.

“Cosa viene dal mare?

Eh Elia – rispondi!”

“Viene… viene…”

E schiaffi in faccia.

“Cosa viene dal mare?”

“Viene…”

E schiaffi in faccia

assestava –

lo zio, schiaffeggiava.

E là restavamo, io, e Nicolaj,

e la madre di Nicolaj e…

e il padre, e Natasha

così gli altri, con Pesja –

con l’acqua del mare.

al bacino

a bagnare la vita –

nel mare del mare,

nel mare blu kobalto –

nel mare del mare,

Nero. (p.83)

La scrittura si presenta ben stratificata e costellata di piani di lettura che invitano all’interpretazione. Ne deriva una lettura che richiede attenzione e tempo, perché ogni componimento, pur essendo legato al precedente e al successivo, è comunque un prodotto a sé, dotato di un suo scheletro narrativo che lo sorregga senza bisogno di supporto esterno. In alcuni passaggi il peso della stratificazione incide sul ritmo, eppure questa stessa densità sostiene l’impianto complessivo dell’opera, rafforzandone la coerenza e la liricità.

Ciò che emerge è una riflessione costante sull’identità come processo mobile, esposto a continue ridefinizioni, e sull’appartenenza come esperienza parziale della nostra esistenza, ma estremamente significativa proprio nella sua instabilità. La raccolta si configura, in ultima analisi, come uno spazio aperto all’interrogazione, capace di prolungare i propri effetti ben oltre il momento della lettura. Una lettura che consiglio a tutti coloro che vogliano uscire dall’abisso della banalità.

Carlotta Lini

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