Il cuoco giapponese

di Lucia Visonà

Einaudi, febbraio 2026

pp. 200

€17.50

Leggere Il cuoco giapponese di Lucia Visonà, significa innanzitutto lasciarsi trasportare per le strade, i locali, gli odori e i sapori di Parigi. Questo romanzo ha due grandi armi vincenti dalla sua: è pura finzione nata dalla mente dell’autrice ed è piacevolmente lento. Una scrittura di finzione è cosa assai rara ultimamente, forse per questo mi sorprendo piacevolmente. Lento nel senso che si lascia assaporare con calma, lo si gusta dolcemente e alla fine ne si sente un piacevole retrogusto amaro.

Racconta la storia di tre protagonisti che il destino ha deciso di unire: il primo è Hugo, un giovane poco più che ventenne, timido, impacciato e senza una meta. Dalla periferia si trasferisce nella capitale francese per seguire un percorso accademico desiderato dalla sua famiglia ma non da lui stesso. Infatti mollerà presto la facoltà di Giurisprudenza perché non è ciò che desidera fare nella vita. Il problema è che Hugo non sa chi sia. L’incontro con la seconda protagonista di questo meraviglioso romanzo darà inizio a una rivoluzione interiore che porterà il ragazzo a compiere un autentico viaggio di formazione verso se stesso e il suo posto nel mondo.

Il secondo personaggio di questa storia è Marguerite Laval, detta Margot, un’eccentrica e bizzarra vecchietta che vive in un mondo tutto suo e che trascina il passivo giovane in una disavventura dopo l’altra. L’improbabile duo, se a una prima lettura può suscitare ilarità, perché di fatto è così assurdo da risultare comico, a una seconda e più attenta revisione ne fa emergere la profonda solitudine che accomuna i due protagonisti. Infatti i due, sono due anime sole, perse tra bollicine e ricordi distorti.

Questo perché le bugie sono alla base di questo romanzo. Il titolo stesso fa riferimento a un’origine inesistente, come viene rivelato fin dall’incipit: il cuoco giapponese, non è davvero giapponese. Per certi versi si può dire che lo sfavillante mondo in cui vive Margot abbia assorbito talmente tanto la debole personalità del ragazzo, da divenirne lei stessa il suo demiurgo. Questo perché Madame Laval è un personaggio costruito con un’abilità talmente ben riuscita da farla amare e odiare allo stesso tempo. Inizialmente, ci viene mostrata come una donna egoista, detestata e non voluta perfino dai suoi cinque figli, amica di conti e personaggi illustri, una donna di mondo che conosce la vita e l’alta cucina. È lei che decide che Hugo sarà un cuoco, e ancora una volta il ragazzo subirà le decisioni altrui senza sapere se quella sarà davvero la sua vocazione. Margot è irrefrenabile, un vulcano grottesco che regala memorabili situazioni equivoche come quella in cui Hugo incontra Florian, un suo vecchio amico che non vedeva da anni.

«Chéri, guarda che i negozi chiudono».Madame Laval gli ha appoggiato una mano sulla spalla e, come se non bastasse, muove su e giú le dita in una specie di carezza. Florian fa una faccia incredula e divertita in parti uguaIi. È troppo educato per chiedere chi sia quella donna, ma si vede che muore dalla voglia di saperlo. Hugo in effetti non ci ha mai pensato, a come presentarla. Potrebbe dire che è una vecchia zia, gli viene in mente, ma teme che Margot si offenda e gli faccia una scenata davanti a mezza Belleville. Mentre cerca di riflettere su come uscire da quella situazione, la mano di Madame Laval si stacca dalla sua spalla. Poi, con orrore, Hugo la sente dire: «Sono un’amica di Hugo, un’amica intima. Mi chiamo Marguerite Laval, ma tu puoi chiamarmi Margot». (p. 72-73)

Questo castello di bugie creato da Margot è una chiara evasione dalla sua realtà, dal suo passato, dalla sua infelicità. È come se l’anziana non potesse fare a meno di inventare continue fughe mentali. Ma quando Hugo scopre che la donna non è mai stata fuori dai confini francesi la verità su quel mondo scintillante inizierà a sgretolarsi, ma non senza un profondo sentimento di tenerezza. Infatti entrambi generano nel lettore una sincera empatia, e la loro surreale amicizia è forse l’unico elemento di realtà di tutta la loro storia.

Non importa se il marmo alle pareti era solo dipinto, se l’oro dei lampadari era una lamina scrostata, e neppure se dopo la guerra l’argenteria era stata venduta, ormai il danno era fatto: Margot aveva scoperto che i nobili mangiano bene, e aveva creduto che per questo fossero anche felici. La nobiltà, il vino, i piatti raffinati erano diventati nella sua testa gli ingredienti di una ricetta che da una vita cercava inutilmente di riprodurre. Perché per quanto buone fossero le sue bottiglie da migliaia di euro, non erano mai come il goccio di rosso che le versava nel bicchiere la domenica il barone Von Hardt, a lei sola fra tutti i bambini. E nessun piatto le è mai piaciuto tanto quanto i pomodori rubati dal suo orto, con Lucie che piangeva perché l’aveva costretta a fare il palo. In verità, nella sua vita adulta, Marguerite Laval era stata felice solo fra il terzo e il quarto bicchiere di champagne. (p.78)

La terza protagonista indiscussa di questa narrazione è Parigi, città in cui l’autrice vive da anni. Questa sua profonda conoscenza della città si percepisce e il lettore, come detto, compie davvero un viaggio di scoperta tra i meandri della capitale francese. Io, da amante della città, sono tornata col pensiero lì, e mentre leggevo mi pareva davvero di vedere e sentire ciò che Visonà raccontava. Parigi rappresenta la casa di Margot e la rinascita di Hugo, dando loro la forza e la voglia di viverla in ogni sua sfumatura. Ho amato questo aspetto, perché ha dato uno spessore alla storia separandola dalla sua dimensione di irrealtà e conferendole una sfera di autenticità e malinconia.

L’intera narrazione è un romanzo di formazione sia interiore che culinaria, perché qui le ricette descritte sono tante quanti gli esperimenti spesso fallimentari del “cuoco giapponese”. Basti pensare ai diciannove tentativi di riprodurre l’okonomiyaki tanta fatica, tanti tentavi e poi il piatto non viene nemmeno apprezzato come si deve, finendo velocemente nel dimenticatoio. Una metafora della vita che Visonà ci trasmette con delicata sensibilità.

L’esordio di questa autrice è sorprendente, perché è partita da un mondo parigino a lei caro per costruire con abilità e profondità psicologica personaggi memorabili, umani, sbagliati e imperfetti. Questo romanzo si distingue davvero dal monotono panorama editoriale e una volta terminato lascia con la voglia insaziabile di prenotare un viaggio di sola andata verso la splendida Parigi. Per gli amici, Paname.

Carlotta Lini

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