L’accompagnatrice

di Ken Greenhall

Adelphi, maggio 2026

Traduzione di Cristiana Mennella

pp. 220

€19 (cartaceo)

Qualcuno – un vicino o anche una persona ben vestita e pettinata al telegiornale – potrebbe avervi raccontato delle bugie su me e mio padre. Vogliono convincervi che siamo squilibrati o perfino disumani, ma vi assicuro che non c’è niente di vero. Spero mi lascerete raccontare la verità, perché sono certa che, come me, siete stati educati a credere che la verità genera comprensione. (p. 11)

Fin dall’incipit cogliamo l’inafferrabilità di questo romanzo. Ancor prima delle parole, possiamo notare un indizio visivo nella sua copertina, scelta raffinata, che raffigura un’immagine femminile del tutto sfuggente: non la si comprende appieno, ma all’occhio risulta subito inquietante. Sembra volersi disfare di una maschera rivelando la sua vera personalità. Infatti l’opera comincia mettendo in discussione la credibilità della narratrice, la quale avverte il lettore dell’inattendibilità delle voci che riguardano sia lei che suo padre, ritenendole bugie.

La storia è narrata in prima persona da Jillian Cole, una giovane donna apparentemente insignificante che gira gli Stati Uniti in compagnia del padre Matthew, un uomo cieco, ex musicista di jazz e con un incerto passato da miracoloso guaritore. I predicatori ingannano. Quelli buoni ingannano solo sé stessi; quelli cattivi ci ingannano tutti. (p. 78) Lei, invece, si definisce una dama di compagnia per anziane signore.

Ricordai il momento in cui avevo deciso di fare l’accompagnatrice. Era stato un moto improvviso e urgente come una vocazione religiosa. Non era stata una decisione riguardo al mio futuro, ma la risposta a una chiamata. (p. 69)

Svolge il suo incarico con così tanta dedizione da accompagnare le donne che accudisce non “fino alla”, ma verso la morte e con questo suo scritto narrato in prima persona vuole informare il lettore delle motivazioni che l’hanno portata a svolgere il suo compito con così profonda dedizione. I suoi intenti non sono ovviamente di facile condivisione.

Jillian prova un piacere disturbante nel portare le persone alla morte. […] donavo a quelle donne scampoli della mia giovinezza, offrivo loro di rinascere nella morte. (p. 47) Ciò che risulta più macabro non è la narrazione dell’orrore da parte di Greenhall ma la percezione che questa missione che la protagonista compie senza mai provare empatia o compassione, rende il testo inquietantemente magnetico.

L’orrore si manifesta quindi anche attraverso la mancata moralità, è un’opera che risulta agghiacciante soprattutto per l’ambientazione e i personaggi. Mrs Dobb, il figlio David, la gemella Eva. Tutto disturba, tutto crea squilibrio e tensione e in questo l’autore restituisce atmosfere cupe che richiamano i classici del gotico letterario. La bravura di Greenhall sta proprio nel rendere equilibrato e armonico ciò che chiaramente è totalmente fuori asse.

La figura scaltra e spigolosa di Mrs Elizabeth Dobb, ad esempio, è quanto di più lontano dall’immaginario canonico che si ha della docile anziana che ha bisogno di cure. La donna è quasi un alter ego di Jillian, le tiene testa, la manipola, anche se in tutto il romanzo il confine tra vittima e carnefice non è mai netto, oscilla e continua ripetutamente a confondere il lettore che rimane come ipnotizzato dalle parole. Analizzando il rapporto anche tra la protagonista e suo padre, il loro è un legame insolito, non di sincero affetto quanto di squilibrio e mancanza: c’è infatti il disperato bisogno in Jillian di servire e riverire il padre, trasformandone la figura di uomo in idolo da venerare. E, al contempo, lo stesso padre ha un sentimento di profonda dipendenza nei confronti della figlia. Pur avendo trent’anni, non vuole lasciarla andare tanto quanto la stessa non vuole separarsi dalla figura paterna. L’altra grande protagonista dell’intero componimento è la morte, che è presente sin dalle prime pagine. La morte qui ha le sembianze di un vento freddo, di una brezza che arriva da lontano e si avvicina lentamente. Se all’inizio appare piacevole e rinfrescante, col tempo diventa sempre più molesta, invadente e silenziosa, penetrando le ossa e raggelando il sangue.

«È ora che impari a non aver paura della morte, Jillian. La morte – la mia morte – ti darà vita». All’epoca mi erano sembrate parole sciocche e incomprensibili, invece erano profetiche. La morte […] aveva ridato forma e carica alla mia vita. (p. 90)

Si sa poco della vita dello scrittore, non molto noto anche nella sua stessa patria, ma per fortuna, il lavoro di scoperta e traduzione che sta attuando Adelphi nel farcelo scoprire è un vero e prezioso arricchimento culturale, immancabile nella libreria di chiunque sia affascinato dalle storie piene di elegante tensione e marcata inquietudine.

Carlotta Lini

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