Onnipotenti

di Irene Doda

Fuoriscena, febbraio 2026

pp. 176

€16.90

Irene Doda non è una profeta di sventure. È un’autrice brillante che sta facendo sentire sempre più la sua voce. Da anni smonta il capitalismo digitale nei suoi saggi Lavoro senza fine (Ledizioni, 2024) e L’utopia dei miliardari (Tlon, 2024). Con Onnipotenti, pubblicato da Fuoriscena nel 2026 fa il salto: smette di analizzare il “sistema” e punta il dito sulle persone che lo guidano.

Ma chi è Irene Doda?

Una saggista che ha scelto la trincea più scomoda, quella dove la tecnologia smette di essere “innovazione” e diventa ideologia. Doda scrive per noi, per chi usa Instagram ogni giorno e si chiede perché si senta più solo, più controllato, più stanco. Lo fa con un taglio netto, senza gergo accademico, con linguaggio diretto e accessibile, come a voler dire che un messaggio, per essere ben compreso, ha bisogno di essere spiegato con semplicità.

Onnipotenti parte da una domanda semplice: la Silicon Valley è davvero il tempio del progresso?

La risposta di Doda è secca. Forse non lo è mai stata. Attraverso Zuckerberg, Musk, Thiel, Karp, Yarvin, ricostruisce la traiettoria di un tecnolibertarismo californiano che ha trasformato l’innovazione nel laboratorio politico della nuova destra globale. La tesi è dura ma coerente: la retorica della libertà individuale ha mascherato disuguaglianze crescenti, colonizzazione dell’immaginario, erosione della democrazia. Le tecnologie nate per emanciparci sono diventate strumenti di sorveglianza, armi di controllo e di guerra. Doda lo chiama “tecnofascismo”, un termine che non ha inventato lei ma che appartiene al linguaggio giornalistico. L’autrice lo fa suo perché ben spiega il suo pensiero e il suo approccio alla materia. Con questo termine, soprattutto nei capitoli terzo e quarto, fa un’autopsia semantica in cui smembra ogni certezza che pensiamo di avere.

Lo siluppo e la diffusione di immaginari relativi all’Al sono strettamente legati alla proiezione e al mantenimento del potere. L’immaginario parareligioso della «superintelligenza artificiale», entità non reale e non precisamente definita, serve prima di tutto ai suoi creatori. Attraverso questo immaginario simbolico, coloro che controllano, nei fatti, la tecnologia possono raggiungere due scopi tra loro collegati. Da una parte, orientano il dibattito lontano dai reali impatti materiali del loro operato. Dall’altro, muntengono il controllo del discorso sulle nuove tecnologie, che sono presentate non come un fenomeno socialmente situato e quindi governabile, ma come una serie di eventi soprannaturali da cui l’umanità rischia di essere schiacciata. (p. 79)

Il merito del libro non è solo la denuncia diretta al potere e all’uso della tecnologia “dall’alto”, ma l’urlo fortissimo che dovrebbe svegliare le folle da questo sonno perenne. Perché se il nostro futuro è stato messo in vendita, dobbiamo fare in modo di riprendercelo.
Fuoriscena tratta testi scomodi e forse ritenuti più “di nicchia”, ma in realtà sono libri che anticipano il dibattito globale di anni, quindi se non altro aiutano il risveglio non solo di noi lettori e lettrici ma, più ampiamente, di noi esseri umani.

Doda e Fuoriscena stanno facendo lo stesso lavoro da due sponde diverse: la scrittrice smonta i miti con la ricerca, la casa editrice le dona un foglio e una penna su cui prendere appunti. Qual è il nostro ruolo in tutto ciò? Leggere.

Indubbiamente questa è un’operazione editoriale coraggiosa nel 2026, anno in cui è più facile pubblicare manuali su “come fare soldi con l’AI” che saggi su “chi ci guadagna davvero con l’AI”. Onnipotenti è un libro che fa dimenticare il telefono dopo soli pochi minuti, perché condivisibile o meno, il pensiero di Doda fa una cosa molto preziosa: scuote e fa riflettere.

Questo saggio si rivolge a chi ha smesso di credere che la tecnologia sia neutrale. È una guida non dichiarata a chi vuole capire, senza tecnicismi, come siamo arrivati a delegare le nostre scelte a pochi uomini con troppi soldi.

Onnipotenti, capitolo dopo capitolo, offre una ricostruzione politica su ciò che sta avvenendo nel mondo. Doda parte dai padri fondatori del tecnolibertarismo californiano e arriva agli uomini che oggi decidono i confini del reale. La tesi è chiara e scomoda: la Silicon Valley non è mai stata il luogo neutrale dell’innovazione. È il laboratorio in cui si è forgiata una nuova forza globale. Una forza che non ha bisogno (solo!) di carri armati perché dispone anche e soprattutto di algoritmi.

Secondo l’autrice questo fenomeno è pericoloso per la nostra libertà perché concentra il potere, cancella le mediazioni democratiche e riduce l’individuo a un semplice dato da analizzare. L’uso della tecnologia diventa quindi un potere smisurato che usa la retorica della libertà digitale per mascherare forme di dominio più capillari e meno visibili delle vecchie dittature. Disuguaglianze crescenti, colonizzazione dell’immaginario, erosione dello spazio pubblico: tutto passa attraverso interfacce pulite e slogan libertari.

Il punto di forza del saggio è il metodo. Doda mostra come la tecnologia nata per emancipare e per rendere l’uomo più autonomo sia diventata in realtà uno strumento di sorveglianza e manipolazione. E lo fa senza cadere nella demonizzazione astratta: ogni affermazione poggia infatti su fatti, nomi e date. Si percepisce tra le pagine l’enorme lavoro di ricerca svolto.

L’ultimo capitolo, intitolato Appunti di resistenza non chiude con una sentenza di catastrofe, anzi apre una possibilità. L’autrice indica pratiche culturali e politiche quotidiane per sottrarre il futuro all’egemonia tecnofascista.

Onnipotenti è un saggio politico nel senso pieno del termine perché ci costringe a chiederci chi decide al posto nostro e lo fa in meno di duecento pagine. La scrittura di Doda è scelta con cura e il ritmo è volutamente martellante. Sembra un gong continuo volto al risveglio delle nostre anime. È un testo fresco e chiaro che andrebbe messo nei programmi di scienze politiche, almeno prima che anche in Italia i libri vengano censurati.

Oggi, nel mondo, mancano voci che abbiano il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Doda, questo coraggio, ce l’ha.

Carlotta Lini

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