• C’è un momento preciso, un po’ malinconico, e tanto silenzioso, che ogni lettore conosce bene. È quello che arriva subito dopo l’ultima pagina. Quando il libro si chiude, letteralmente e simbolicamente, e con lui si chiude anche un pezzo di mondo che ci aveva accolti, avvolti, forse persino cambiati. È il vuoto che resta. Un vuoto che non fa rumore, ma pesa. Non si vede, ma si sente. Una specie di malinconia che non troviamo il coraggio di nominare ad alta voce.

    Quel vuoto ha una forma ben precisa: ha il profumo delle parole sottolineate, dei personaggi diventati amici, delle notti passate a leggere con una luce fioca. Ha il suono dei respiri trattenuti nei momenti di tensione, delle risate inaspettate, dei sospiri d’amore. È la sensazione di aver lasciato qualcosa, o qualcuno, dietro di sé. Un addio senza cerimonia. Nessun saluto. Solo silenzio. E una copertina chiusa.

    È lo stesso vuoto che si sente dopo il Salone del Libro. Quel brulichio di emozioni, voci, incontri, titoli, sguardi, code agli stand e occhi che si accendono davanti a una dedica scritta a mano… tutto si dissolve, come un sogno al risveglio. Torni a casa con la borsa piena, e il cuore ancora di più. Ma qualcosa manca già. L’adrenalina dei corridoi affollati, le parole scambiate con sconosciuti che sembrano amici da sempre, gli abbracci tra le pagine dei libri nuovi.

    Anche il Salone si chiude. Si spengono le luci, si smontano gli allestimenti, si abbassano le saracinesche. E dentro, resta quel vuoto. Un vuoto bello, intenso, che sa di gratitudine e nostalgia. Lo stesso che provi dopo un romanzo che ti ha sconvolto, o dopo una storia che non volevi lasciare andare.

    Finire un libro o uscire dall’ultima porta del Lingotto sono esperienze simili. Entrambe ti ricordano che qualcosa di bello è successo, e che è finito. Ma ti lasciano anche la consapevolezza di aver vissuto. Di essere stati altrove, in altre vite, in altri tempi, per un po’. Di aver toccato con mano l’anima della letteratura.

    E allora forse non è davvero vuoto quello che resta. Forse è uno spazio da custodire. Una pausa sacra prima di ricominciare. Una ferita dolce, come tutte quelle inflitte dall’arte. È in quello spazio che nascerà la voglia di un altro libro, di un altro Salone, di un’altra emozione da rincorrere.

    Perché i lettori sanno aspettare. E nel frattempo, ricordano.

  • In mezzo al brusio dei padiglioni, tra stand colorati, autori, lettori appassionati e montagne di libri, una domanda continua a girarmi nella testa: leggere è ancora un atto rivoluzionario?

    Nel 2025, in un’epoca dominata dalla velocità e dallo scroll infinito, prendere in mano un libro – e per giunta finirlo – sembra quasi un gesto fuori dal tempo. Leggere significa rallentare, concentrarsi, concedere attenzione. Significa lasciarsi guidare da una voce diversa dalla propria e mettersi in discussione.

    Al Salone del Libro questo gesto collettivo si fa visibile. C’è chi cerca storie per evadere, chi per capire meglio il presente, chi per rispecchiarsi, chi per perdersi. Ma tutti, in qualche modo, riconoscono nel libro un oggetto ancora vivo, necessario. Forse non basta per cambiare il mondo, ma cambia il modo in cui lo guardiamo.

    In queste giornate torinesi cariche di storie, editori indipendenti, e parole che scorrono come fiumi, ho riscoperto quanto la lettura sia ancora un atto intimo e potente. Perché ci chiede tempo, profondità e fiducia. E perché ogni libro scelto è una dichiarazione silenziosa di libertà.

    E tu, che tipo di lettore sei? Pensi che leggere oggi abbia ancora un potere sovversivo?

  • Oggi avrei voluto parlarvi solo del Salone del Libro. Della mia passione, di un evento bello e spensierato. Ma la realtà mi ha dato uno schiaffo forte in faccia, facendomi rigare il volto da una lacrima. Silenziosa e straziante.

    Viviamo in un mondo che fa sempre più paura. Un mondo in cui la cronaca sembra superare ogni limite di brutalità, lasciandoci attoniti, indignati, impotenti.

    In questi giorni, due notizie – distanti geograficamente ma tragicamente affini nella loro disumanità – hanno scosso profondamente le nostre coscienze. Una ragazza di 22 anni, influencer messicana, è stata uccisa brutalmente durante una diretta social. In Italia, una bambina di appena 14 mesi, rapita e poi ritrovata positiva alla cocaina, è diventata il simbolo di un’infanzia violata, strappata alla sua innocenza.

    Che cosa ci sta succedendo?
    Come possiamo continuare a parlarci di innovazione, di progresso, di futuro, se non siamo più in grado di tutelare il presente, se permettiamo che la fragilità venga calpestata, che l’innocenza venga assassinata sotto gli occhi di tutti?

    Non è questo il mondo che vogliamo. Non è questa la società che possiamo accettare.
    La violenza, il narcisismo estremo, l’assuefazione al dolore altrui che ci rende spettatori passivi davanti all’orrore: tutto questo deve interrogarci, come individui e come comunità.

    Serve un’etica collettiva che riporti l’umano al centro.

    Serve responsabilità, in ogni gesto, in ogni parola.

    Serve il coraggio di dire che no, non va tutto bene. Che non ci abitueremo mai.

    Non possiamo salvare il mondo da soli, ma possiamo scegliere ogni giorno da che parte stare. Possiamo scegliere di essere umani. Davvero. Perché io, non so voi, ma mi sento stanca, affranta e non basta l’indignazione.

    Questa umanità di umano non ha più nulla, se non le sembianze.

  • Montale non è un autore a cui avvicinarsi con leggerezza. Ti accoglie con la sua voce roca e riservata, lo sguardo altrove, come se avesse sempre già visto tutto. Ma quando ti siedi con lui – per un tè o per qualche verso – scopri che quell’apparente freddezza è solo un modo per dire la verità senza farla sanguinare.

    Eugenio Montale ha attraversato il Novecento come un sismografo: registrando ogni scossa dell’anima e della storia. Le sue poesie sono pietre levigate dalla disillusione, ma ogni tanto, tra un’immagine secca e una negazione, si apre un varco. Un’occasione. Una rivelazione.

    Nel suo mondo poetico, le piccole cose – un muro, un limone, una persiana chiusa – diventano frammenti del senso, indizi di bellezza possibile, epifanie silenziose. La sua è una poesia dell’essenziale, del non detto, del non essere.

    In questo nostro tè del mercoledì, Montale ci invita a non fidarci delle certezze, a trovare la verità nelle crepe, nei vuoti, nel gesto minimo. Non è un poeta che consola, ma uno che risveglia. E questo, in tempi rumorosi come i nostri, è già tanto.

    Montale ci insegna che la poesia può abitare il silenzio, può essere frammento e scissione. La sua scrittura non offre mai appigli immediati: è spoglia, asciutta, quasi scabra. Ma proprio in questa essenzialità si nasconde la sua forza. In un mondo che ci chiede continuamente di apparire, di raccontarci, di spiegare tutto, Montale preferisce togliere. Privare. Far spazio al dubbio.

    Eppure, in questo scavo nel buio, sa trovare parole che illuminano. Le sue immagini sono verticali, taglienti: parlano di mare, di pietra, di vento, di stanze chiuse e gesti appena accennati. Parlano, soprattutto, di quella tensione verso qualcosa che resta sempre un po’ oltre – “l’anello che non tiene”, la “maglia rotta nella rete”, il famoso “varco” che forse si aprirà, forse no.

    Durante un tè con lui, Montale resterebbe in silenzio per lunghi tratti. Ma poi direbbe qualcosa di inatteso, di obliquo, che ti obbligherebbe a guardare il mondo con occhi diversi. Come i suoi versi: mai gridati, eppure indimenticabili.

    Oggi più che mai, rileggere Montale significa imparare l’arte dell’ascolto e del margine. Significa accettare che la poesia – quella vera – non è mai risposta, ma apertura. E che nel non detto si nasconde spesso la più profonda verità.

  • “Scrivere è questo, per me: prendere la parola nel silenzio.” (Lalla Romano)

    Ci sono libri che parlano sottovoce, che non alzano mai la voce, ma che riescono a risuonare dentro come un’eco profonda. Le parole tra noi leggere di Lalla Romano è uno di questi. Pubblicato nel 1969 e vincitore del Premio Strega, è un romanzo che si muove come un passo lieve sul ghiaccio sottile delle relazioni umane, e in particolare su quel legame insondabile e fragile che unisce una madre a suo figlio.

    Non è una storia da seguire con la tensione della trama, ma un movimento interiore, un diario senza date, fatto di appunti emotivi, ricordi spezzati, interrogativi sospesi. Lalla Romano non descrive, osserva. Non giudica, registra. La protagonista – alter ego dichiarato dell’autrice – racconta il proprio essere madre con una lucidità disarmante, scavando in quella zona grigia in cui amore e incomunicabilità si intrecciano.

    Il figlio è distante, ribelle, inafferrabile. Eppure amato. Ma l’amore, qui, non ha nulla di epico o consolatorio: è un sentimento che graffia, che lascia dubbi, che non sempre salva.

    Rileggere oggi Le parole tra noi leggere significa fare i conti con la parte più vera e più nuda dei legami familiari. In un Salone del Libro 2025 che riflette sul potere della parola, questo romanzo ci ricorda che anche le parole più leggere possono pesare quanto pietre. O salvarci, a volte.

    E proprio questo è il paradosso su cui si regge tutto il romanzo: la leggerezza delle parole e la densità del loro significato. Quelle parole tra madre e figlio – a volte appena accennate, altre non dette – costruiscono una geografia dell’intimità che è fatta più di omissioni che di dichiarazioni. La parola non è mai scontata, mai gratuita: è una scelta, una responsabilità, una forma di amore che cerca la sua espressione senza rumore.

    Lalla Romano scrive con una penna che sembra quasi trasparente, ma che scava con precisione chirurgica nella psiche, nel quotidiano, nell’affettività. Ogni dettaglio – uno sguardo mancato, un gesto appena accennato, una stanza chiusa – acquista un valore simbolico che si riflette nel lettore, costringendolo a interrogarsi sulla propria esperienza di relazione, sulle proprie mancanze, sul linguaggio che usa (o non usa) per amare.

    Il rapporto madre-figlio raccontato in queste pagine non è idealizzato, né reso universale a forza. È invece profondamente reale, individuale, e per questo ancora più vero. È un rapporto che non si risolve, non trova pacificazione, ma si accetta per quello che è: umano, imperfetto, necessario.

    In un’epoca come la nostra, che tende a semplificare ogni cosa – anche i sentimenti – questo romanzo ci obbliga a restare nel dubbio, nella sfumatura, nell’ambiguità. È una lettura che richiede pazienza e ascolto, ma che, proprio per questo, riesce a restare dentro. Lunga, come una risonanza.E forse il suo messaggio più potente è proprio questo: che le parole, quando sono vere, non devono essere molte. Basta che siano giuste. E leggere, sì. Ma solo in apparenza.

    E forse il suo messaggio più potente è proprio questo: che le parole, quando sono vere, non devono essere molte. Basta che siano giuste. E leggere, sì. Ma solo in apparenza.