• Raffaella Case

    Raffaella Case è nata nel 1977 in pianura, a Bad Schwalbach, Germania, ma cresce sul ripido, a Belluno, ai piedi delle Dolomiti. Da vent’anni vive e lavora a Milano come giornalista. Sogna di rivedere la neve in città.
    Una testa piena di ricci è il suo primo romanzo.

    1. Gent.ma Raffaella, grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog.La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

    «Senza alcun dubbio con Truman Capote. Sul comodino, in camera da letto, ho una sua raccolta antologica (Capote. Romanzi e racconti, collezione I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore). Mi è stata regalata 20 anni fa da unaspirante fidanzato ed è la mia Bibbia. Ogni volta che sono in crisi, svogliata nella lettura o nella scrittura, sfoglio quelle pagine, rileggo l’incipit folgorante di A Sangue Freddo, i perfidi dialoghi tra le signore benissimo di La Côte Basque, spizzico un racconto giovanile e mi riconcilio con il mondo. Ma tornando al nostro tè: inviterei Capote in un albergo elegante del centro di Milano, perché è un tipo esigente, stando bene attenta a cosa mettermi, che una sua squadrata da capo a piedi non me la leva nessuno. Sceglieremmo un tavolino appartato, per praticare lo sport preferito di ogni autore: osservare senza essere visto. Lui al suo tè aggiungerebbe del rum e, a lingua sciolta, commenteremmo tutto: texture dei tovaglioli, biscottini di accompagnamento, colore dei fiori, la piega inesistente sulla blusa di quella cliente».

    2. Il personaggio di Zhenga con la “h” si ispira a qualcuno che fa parte della sua vita o è puro frutto della sua penna? Come le è venuta l’idea di darle questo nome?

    «Il personaggio di Zhenga è legato alla mia biografia per tre motivi. Il primo è che vivo in una grassa, grossa e colorata famiglia mista. Il secondo è che il mio stesso background è multiculturale: figlia e nipote di migranti veneti, ho trascorso l’infanzia tra Italia e Germania. Il terzo è che il mio quartiere, Bovisa, a Milano, è forse il più internazionale d’Italia. Inevitabile che porgessi l’orecchio a una storia come quella di Zhenga, di cui avevo, da subito, visualizzato il cespuglio afro, gli occhi grandi e pensosi, la fisicità ossuta e la cocciutaggine. Per renderla viva, reale, avevo però bisogno di chiamarla per nome. Già, ma quale? Ho interrogato l’oracolo Google e ha sputato fuori Zhenga, con l’acca, nome che non ha un’origine etimologica precisa. Da qualche parte, in Africa, pare significhi Regina, ma non è questo il punto: a me ha fatto subito scattare l’assonanza con il portiere italiano Zenga, campionissimo di parate. E in certe vite e contesti, si sa, bisogna imparare a parare i colpi dei pregiudizi».

    3. I personaggi che ruotano intorno alla protagonista hanno tutti una fortissima identità che supera ogni pregiudizio sociale. Zhenga è come un’eroina che deve affrontare diverse sfide da sola, ma la gente intorno a lei tende (inaspettatamente) ad aiutarla. Lei pensa che nella vita reale sarebbe andata allo stesso modo?

    «Zhenga ha quasi 13 anni, è in un una fase della vita magica e irripetibile. Una fase in cui – ci siamo passati tutti, solo che ce ne dimentichiamo – la volontà non è annacquata dagli è impossibile!, dalle delusioni, e da un certo realismo che fa rima con pessimismo di noi adulti. Sono convinta che un’energia così limpida non possa che attirare figure positive e portarti dritto dove vuoi. Quando credi fermamente in qualcosa – senza calcolo, senza paura – il mondo risponde e ti accompagna. O almeno ti lascia passare».

    4. Il tema dell’identità, “sempre a metà”, è centrale: che cosa significa per lei oggi raccontare la ricerca di appartenenza in un’Italia multiculturale ma ancora spesso chiusa?

    «Non sono da sola a raccontare quest’Italia multiculturale: lo raccontano i visi dei ragazzini in metropolitana, dei nostri colleghi al lavoro, degli attori negli spot di marchi “italianissimi”. Non ci può essere un’Italia chiusa, le porte sono spalancate, l’aria fresca circola. Io non ho fatto altro che mettermi in ascolto». 

    5. Lei nasce come giornalista e proviene principalmente dal mondo della moda, ma nel 2024 ha partecipato ad un torneo letterario. Che esperienza è stata per lei? La consiglierebbe?

    «Partecipare a IoScrittore è stato come frequentare un master accelerato in scrittura creativa, editing e gestione dell’ansia. Lo consiglio caldamente a tutti gli aspiranti autori. Perché è vero che scrivere, da giornalista, è il mio pane quotidiano. Ma approcciare un romanzo è un altro campionato. In questo torneo mi sono confrontata con altri dilettanti allo sbaraglio come me: leggere i lavori altrui mi ha aiutata a capire i miei errori di scrittura, mentre ricevere i feedback sul mio romanzo mi è servito per aggiustare il tiro in fase di editing. Per l’ansia invece ci sto ancora lavorando».

    6. Se il suo libro diventasse un film cinematografico, chi vorrebbe come cast e come regista?

    «Senza citare un regista specifico, posso dire che amo un certo cinema ironicoe irriverente. Quei film in cui ridi ma ragioni, per capirci. Quanto al cast ho una sola certezza: Idris Elba nel ruolo di Solomon. Anche se qui a parlare è il mio io da groupie quindicenne». 

    7. Il suo romanzo è stato molto apprezzato anche in ambito scolastico. Lei volutamente desiderava rivolgersi anche a un pubblico di più giovani o il fatto che la protagonista sia così giovane non dovrebbe influire sull’età dei lettori?

    «Mentre scrivevo non ho mai pensato a un target preciso, mi sono semplicemente messa al servizio della storia, che spero parli a più generazioni». 

     8. Solomon, il padre, appare come segnato dal silenzio e dalla rimozione: che cosa significa per lei, come autrice, dare voce a un personaggio che sceglie di non raccontarsi?

    «Il silenzio è una forma di comunicazione eloquente: trovo che Solomon dica moltissimo proprio nel suo sottrarsi alle spiegazioni. Ho scelto di non forzarlo a raccontarsi: il suo dolore custodisce un mistero che merita rispetto».

    9. Se potesse racchiudere in una sola frase l’eredità che desidera lasciare ai lettori con Una testa piena di ricci, quale sarebbe?

    «L’ironia salverà il mondo». 

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

    «Il mio progetto futuro più immediato è riuscire a fare un detox serio dal cellulare. La scrittura, così come la lettura, impongono silenzio e calma, in antitesi con la frenesia da social».

    di Carlotta Lini

  • La seconda invasione dei marziani

    di Arkadij e Boris Strugackij

    Marcos y Marcos, ottobre 2025

    Traduzione di Marco Zapparoli

    pp. 128

    €16 (cartaceo)

    €6.99 (e-book)

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    I fratelli Strugackij non hanno bisogno di presentazioni, ma forse una minima introduzione al loro mondo è necessaria per poter cogliere appieno la loro scrittura. Pur essendo due nella realtà, nella scrittura, assumono la forma di un uno. Sono quattro mani e una sola, grande e brillante mente. Ma chi sono Arkadij e Boris Strugackij? Sono innanzitutto considerati tra i più importanti autori russi del ‘900. Massimi esponenti del genere fantastico nonché esploratori curiosi del concetto di futuro, in rapporto non soltanto con il tempo e con lo spazio, ma soprattutto con l’essere umano in quanto tale. A partire dal 1959 iniziano a scrivere romanzi, sia insieme che separati. Tra i più noti  Picnic sul ciglio della strada, È difficile essere un dio e Un miliardo di anni prima della fine del mondo. Io però vi consiglio anche La città condannata, un’allegoria fantascientifica e distopica sull’indagine cosmica tra ordine e caos…umano.

    Ma veniamo ora alla nostra (seconda) invasione dei marziani. I personaggi, presentati in legenda, hanno già tutti nomi altisonanti con irriverenti echi alla letteratura classica: Caronte, che qui non è un traghettatore di anime ma un intellettuale rivoluzionario (e cornuto, senza spoiler); Achille, non l’impavido eroe greco, ma un farmacista con la passione per i francobolli; e poi Artemide, Apollo, Ermione (non quella di Harry Potter) e perfino Minotauro e Polifemo.

    Panico totale, come ai vecchi tempi, non vedevo niente di simile da una vita. Sapevo bene che se fosse davvero scoppiata una guerra atomica, non ci sarebbe stato posto migliore della nostra cittadina per nascondersi e attendere. Se invece si fosse trattato di un’eruzione, be’ era comunque lontana e, anche in questo caso, la nostra cittadina non avrebbe corso alcun pericolo. Ma era piuttosto inverosimile: quale eruzione potrebbe mai esserci qui? (p. 11)

    Sulla Terra, per la precisione, vicino a Maratona, sono arrivati gli alieni. Il panico e il caos iniziano a scuotere gli animi della gente, che in preda a un evento così straordinario, come sempre, dà il peggio di sé. L’avevamo visto in Cecità di Saramago, l’abbiamo scoperto in Il prodigio di Sinisi e lo ritroviamo qui, in La seconda invasione dei marziani, in una nuova edizione pubblicata da Marcos y Marcos. Tra forti vibrazioni nella terra e grandi deliri di massa, incontriamo un’umanità più attenta a come sfruttare il prossimo (gli alieni, appunto) e a come manipolare e filtrare le mezze verità, che a capire chi siano davvero questi invasori. I concetti di predominanza e ignoranza non fanno solo rima, ma rendono bene l’idea di quanto dagli anni Sessanta a oggi, 2025, non si siano fatti molti passi avanti, ma solo bei capitomboli. Ripetutamente.

    Come sempre, le traduzioni di Marco Zapparoli sono impeccabili. La restituzione dell’allegoria da una lingua ad un’altra non è mai cosa facile, ma l’intera opera non perde mai attinenza con la realtà, seppur tratti di alieni. Lode anche alle sempre vincenti e suggestive copertine di Andrea drBestia Cavallini. Le sue illustrazioni non sono solo accattivanti, ma hanno sempre qualcosa di curioso da raccontare. Sono un autentico invito alla lettura. L’intera opera si sviluppa sotto forma di diario, solo con date e talvolta orario, ma senza mai specificare l’anno. È impressionante pensare che sia stata pubblicata per la prima volta nel 1967 su rivista e nel 1968 sotto forma di romanzo. La scrittura dei fratelli Strugackij è veramente immortale e non ha davvero scadenza, perché anche le critiche socio-politiche presenti nel testo sembrano scritte oggi per il popolo di domani. Ecco, loro sì che erano veramente nel futuro.

    “Direi che non siamo stati noi a decidere”

    “Come sarebbe a dire, non siete stati voi? E allora chi?” “Direi che è stata la gendarmeria della capitale” ha detto Pandareo con un sussurro, guardandosi intorno. “Ma quale gendarmeria?” ha obiettato la folla.

    “La gendarmeria in un’auto marziana? No, la gendarmeria non c’entra”. “Allora chi, secondo voi? ! marziani?” Pandareo si è alterato ancora di più e ha ringhiato: “Ehi, qualcuno ha parlato di marziani, per caso? Ma state un po’ attenti, state!” Nessuno, però, gli prestava più attenzione. Le lingue si erano sciolte definitivamente: “L’auto sarà anche marziana, ma quelli non sono marziani, è sicuro. Si muovono e si comportano come noi’. ‘Appunto. Però che cosa può fregargliene, ai marziani, della droga?’ ‘E dei nostri succhi gastrici, che gliene importa?’ ‘No signori miei, questi non sono esseri umani. Troppo tranquilli, troppo silenziosi. Secondo me sono proprio marziani. Lavorano come macchine’. ‘Hai detto bene, macchine. Perché dovrebbero sporcarsi le mani, i marziani? Ci sono i robot’. […] “Non sono robot. Sono le nuove regole. La gendarmeria ora recluta solamente sordomuti. Per proteggere i segreti di Stato”. (p. 69)

    La seconda invasione dei marziani non è davvero un romanzo sugli alieni, ma sulle persone. Sull’assurdità con cui reagiamo di fronte all’ignoto, sul modo in cui la paura e l’interesse si mescolano fino a diventare indistinguibili. I fratelli Strugackij prendono la cornice della fantascienza solo per mostrarci, attraverso l’uso di allegorie e sarcasmo, quanto fragile e manipolabile sia la realtà in cui crediamo di vivere.

    Alla fine non importa se i marziani siano arrivati davvero o no: ciò che resta è l’immagine di una società pronta ad adattarsi, a speculare, a reinventare il senso delle cose pur di sopravvivere. È un racconto breve ma densissimo, che lascia una sensazione strana, a metà tra il sorriso e l’inquietudine. A me ha lasciato un interessante amaro in bocca: la sensazione di qualcosa di sospeso tra realtà e finzione, come se il confine non fosse superato, ma “orrore”: superabile. Trovo questo aspetto estremamente allarmante perché quest’opera sembra essere quasi profetica. Seppure diversissima come scrittura, mi ha rammentato a tratti l’Orwell di La fattoria degli animali. Solo che qui la forte denuncia al potere e alla manipolazione censurante delle informazioni, non ha l’aspetto né di asini né di maiali.

    L’animo umano è fortemente corruttibile e subdolo e pur di sfruttare è disposto a tutto. E allora cosa ne resta della nostra umanità? Chi è il vero marziano?

    In poche pagine gli autori riescono a farci guardare dall’alto il nostro piccolo mondo, pieno di mezze verità e paure collettive. E quando chiudiamo il libro, viene da chiedersi se la seconda invasione non sia, in fondo, quella che viviamo ogni giorno, senza nemmeno rendercene conto.

    di Carlotta Lini

  • Che cos’è la paura? Gli scrittori da me proposti ne hanno parlato con estrema efficacia, ma senza servirsi per lo più di figure iconiche come mostri e zombie. La vera paura risiede nell’animo umano e nella sua bestialità atroce e credo che questo metta davvero molto di più i brividi 🕷️🎃👻

    Perciò eccovi la selezione dei miei libri consigliati per immergervi nell’atmosfera più spaventosa dell’anno!

    • Agatha Christie – Poirot e la strage degli innocenti. Un classico del giallo che diventa ancora più inquietante in questo periodo dell’anno. Hercule Poirot si trova di fronte a un massacro apparentemente casuale, ma il suo intuito lo porta a scoprire una verità più complessa e oscura di quanto si possa immaginare.
    • Wulf Dorn – La Psichiatra. Un thriller psicologico che ti terrà sulle spine fino all’ultima pagina. La giovane psichiatra Ellen Roth si trova al centro di un incubo di paranoia e ossessione, dove realtà e delirio si confondono. Riuscirà a scoprire la verità prima di essere consumata dai fantasmi del suo passato?
    • Donna Tartt – Il piccolo amico. Un romanzo che esplora il confine tra infanzia e crudeltà, in un Sud decadente e pieno di ombre. La dodicenne Harriet decide di indagare sull’omicidio irrisolto del fratellino Robin, ma la sua ricerca di giustizia si trasforma in un viaggio pericoloso e iniziatico.
    • Lugones, Quiroga e Darío – Ombre del tropico. Un’antologia di racconti simbolisti e fantastici che ti porterà nei paesaggi esotici dell’America Latina. Tra febbri tropicali, ossessioni e visioni mistiche, gli autori esplorano l’animo umano e i suoi abissi.
    • John Harding – La biblioteca dei libri proibiti. Un romanzo gotico e misterioso che ti terrà incollato alla pagina. La giovane orfana Florence scopre una misteriosa biblioteca che nasconde testi “proibiti” e alimenta eventi inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità prima di essere consumata dalle ombre?

    Buone letture🎃 👻🕷️

  • Ma io quasi quasi

    di Michele Bitossi

    Accento, 2025

    pp. 192

    €16 (cartaceo)

    €8.99 (e-book)

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    Pensavo che questo libro non potesse essere più distante da me, ma ne ero inevitabilmente attratta. A fine lettura ne sono stata completamente sedotta. Chi mi legge da un pochino sa che le mie letture sono quanto mai imprevedibili, perché spazio tantissimo tra i generi e se decido di scriverne è perché ho realmente qualcosa da dirne. Ebbene, questa storia è davvero ben scritta. Se poi pensiamo che l’autore non nasce come scrittore ma proviene dal mondo della musica (sì è famoso, lo-conoscete-tutti-lo-so), questo modo di usare le parole e trasformarle in immagini nitide, amare e grottesche allo stesso tempo, è sorprendente. Perché il linguaggio di Michele Bitossi ha un che di “crudo e sporco” da rendere la sua scrittura sexy.

    Ma parliamo della storia, che se no sembra solo che mi sia partito l’ormone.

    Consiglio: andate subito a leggere i “non-ringraziamenti” dell’autore, io lo faccio sempre, ma questa volta fatelo anche voi. Merita scoprire come è nata questa storia.

    Ne devi fare almeno due alla settimana o ti sparo dritto affanculo, mi ha detto Anna quando ho iniziato con i test delle urine.

    Va bene, le ho risposto. (p. 7)

    Questo è l’incipit del romanzo. Subito capiamo che non siamo in una favola e nemmeno in una situazione per così dire di ordinaria normalità. Infatti l‘intera narrazione si svolge nell’arco di meno di una settimana (da sabato al fatidico giovedì del giudizio), e per lo più tra le mura della mente di Riccardo, un padre separato, un talent scout in ambito calcistico, ma soprattutto un uomo che sta cercando di disintossicarsi dalla droga, non solo per amore della figlia Nora, per poterla continuare a vedere, ma anche per un inconsapevole sentimento di riscatto verso se stesso.

    Questa storia presenta sin da subito un quarantenne in bilico, un po’ tra i suoi demoni di vita, un po’ tra le sue insoddisfazioni e le sue sconfitte e un po’ perché porta sulle spalle il peso della sua generazione. Generazione che, soprattutto quella maschile, doveva sempre essere forte, ma a cui non era permesso mostrarsi nella sua fragilità. Con il risultato di crescere con l’incombenza di dover essere “sempre bravi”, visti i sacrifici fatti dai genitori. Un peso che schiaccia, senza perdono.

    Suo padre è morto da poco, sua madre è un’instancabile giramondo e suo fratello appena ha potuto, se ne è andato via. Riccardo è l’emblema dell’antieroe: vive di piccole ossessioni come splamarsi costantemente la crema Nivea sulle mani e farsi la radiocronaca mentale delle sue sventure. Ha una giovane fidanzata di nome Anna che appunto lo controlla in video chiamata per verificare che sia pulito. Il protagonista si muove dunque in uno spazio tragicomico, in cui si alternano momenti di esilaranti disavventure a momenti di non troppo celate tristezza e malinconia. Ma in questo romanzo c’è molto di più: con una punteggiatura quasi inesistente nei dialoghi, si passa dai pensieri paranoici al viaggio alla scoperta di sé e delle proprie crepe.

    L’attesa del verdetto della psicologa, la Dottoressa Fontaneto, che dovrà fornirgli una restituzione clinica sulla possibilità o meno di vedere Nora, scandisce bene l’angoscia che pervade il protagonista in questi sei giorni che precedono il famigerato giovedì. Infatti l’uomo, pur di sfuggire ai suoi demoni, intraprende un assurdo viaggio on the road che lo porterà dalla Liguria alle Marche.

    E Genova è l’altra grande protagonista di quest’opera, una città che non fa solo da cornice alla storia, ma che ne diventa parte attiva, sia dal punto di vista calcistico in riferimento allo stadio Luigi Ferraris, sia alle sue piazze e ai suoi scorci meno gettonati. Questa città in qualche modo è come se assorbisse il flusso di pensieri del protagonista, che per non farsi soffocare da questa forte stretta sceglie la fuga, inconsapevole in realtà, di aver soltanto paura di fallire, un’altra volta.

    Queste paure di Riccardo lo accompagnano per tutto il romanzo, ma nonostante la drammaticità delle tematiche trattate, l’intera opera è ricca di ironia e auto-ironia, tanto che il dramma degli eventi ha un ritmo talmente incalzante e scorrevole che la lettura risulta leggera e mai ridondante.

    Ho apprezzato moltissimo questa storia perché è una storia vera, che potrebbe accadere a ognuno di noi. Credo che questo romanzo, oltre ad avermi regalato bellissimi sorrisi per le situazioni più imbarazzanti di cui è vittimamente protagonista il nostro Riccardo, mi abbia anche regalato una grande consapevolezza: la speranza, è la sola ancora che ci salvi dall’abisso dei nostri fantasmi.

    Ti è crollata una diga dentro, le dico dopo che abbiamo provato per la terza volta, a fare l’amore.

    Non mi risponde.

    Sono due anni esatti che che ci conosciamo e forse questa è la prima volta che mi rendo conto di quanta sofferenza c’è in lei.

    Chiudo gli occhi e vedo un piccolo paese di montagna, completamente inondato, distrutto, annientato, annullato da milioni di metri cubi d’acqua, mista a tutto lo schifo possibile e immaginabile.

    Poi Anna mi abbraccia e stiamo in silenzio qualche minuto, completamente nudi, sotto le coperte della stanza dell’agriturismo che abbiamo trovato al volo su Booking.

    Nonostante l’operaio che ci sta dando dentro col martello pneumatico sulla terrazza al pianoterra, m i sembra di sentire, dalle macerie del paese distrutto dentro di me, le urla disperate di qualcuno che evidentemente è riuscito a non morire ancora. (p. 95-96)

    Grazie Michele per questo libro, non vedo l’ora di leggere il prossimo.

    Carlotta Lini

  • Kukum

    di Michel Jean

    Marcos y Marcos (2024)

    Traduzione di Sara Giuliani

    pp. 232

    €18 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

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    Un mare fra gli alberi. Acqua a perdita d’occhio, grigia o blu a seconda dell’umore del cielo, attraversata da correnti gelide. Il lago è al tempo stesso bello e terribile.

    Smisurato. E la vita vi è tanto fragile quanto ardente.

    Il sole sorge nella bruma mattutina, ma la sabbia conserva ancora la freschezza della notte. Da quanto tempo sto qui seduta davanti a Pekuakami?

    Mille macchie scure danzano fra le onde e starnazzano insolenti. La foresta è un universo di occultamento e silenzio. Prede e predatori rivaleggiano nell’arte di mimetizzarsi. Eppure, il vento porta con sé il chiasso degli uccelli migratori ben prima che appaiano in cielo, e il loro vocio è incontenibile.

    […] Non so come finirà la storia del nostro popolo. Per me è cominciata con quella cena, tra la foresta e il lago. (pp. 13-14)

    La vita della giovane protagonista, Almanda, quindicenne di orgini irlandesi, orfana e in custodia ai suoi zii, cambia radicalmente quando si innamora di Thomas, nomade innu che le insegna a vivere e ad amare. La ragazza molla tutto, la sua casa, le sue abitudini, le sue sicurezze, per inseguire quello che tutti i giovani adolescenti cercano a quell’età: se stessi. E nell’abbandonare i suoi panni di quotidianeità, Almanda scopre se stessa, scopre l’importanza dei legami famigliari, impara una nuova lingua, impara a procurarsi da sola il cibo per non morire di fame e scopre che la vita può essere altro. Il suo cambio radicale di esistenza è una scelta coraggiosa e impulsiva, tipica dell’adolescenza, difficilmente condivisibile dalla mente adulta, soprattutto se si considera che la storia comincia negli ultimi anni del 1800, ed è la storia (seppure un po’ romanzata) della bisnonna dell’autore, Michel Jean. L’autore non ci regala però soltanto uno scorcio di vita famigliare, ma ci regala un mondo intero, quello del Canada, delle sue origini, delle sue terre, dei suoi odori e delle sue radici. La lettura è scorrevole, si legge d’un fiato e ha il potere miracoloso di isolare il lettore tra le pareti di questo mondo da scoprire, lasciando fuori le voci dello stress contemporaneo.

    Il vento si alza e viene ad accarezzarmi il volto stanco. Il lago si agita. Sono soltanto una vecchia che ha vissuto troppo. Almeno a te, lago mio, non possono fare nulla. Sei immutabile. (p. 16)

    Almanda, ormai anziana si (e ci) racconta la sua storia. Attraverso i suoi ricordi, il lettore si fa cullare dalla natura che la circonda, perché la natura qui è parte attiva della storia, si fa personaggio. E così tra colori e magnifiche descrizione ci si lascia immergere nel selvaggio Québec, nella storia di una vita vera, abilmente narrata. Dei suoi genitori non ricorda quasi più nulla, se non alcuni dettagli fisici, ma tutto il resto non c’è più. Non sa se le due persone che l’hanno accudita fino ai suoi quindici anni le hanno voluto veramente bene, ma di sicuro hanno saputo prendersi cura di lei.

    Gli zii erano agricoltori, e la protagonista li descrive come stanchi e grandi lavoratori. La domenica andava con loro a messa, in settimana invece, prima di andare a scuola mungeva la mucche e si occupava della fattoria. La zia sognava per lei un futuro da insegnante, ma purtroppo la famiglia di Almanda non aveva i mezzi economici per farla studiare normalmente. Questo però non sembra importare alla giovane, forse perché il suo sogno era un altro, anche se ancora non lo sapeva.

    Ciò che emerge da questi ricordi è la forte voglia di andare oltre i propri confini, oltre le barriere geografiche. Cosa c’era oltre il suo mondo, al di là del fiume? È un mondo diverso da quello che conosciamo? Almanda se lo domanda spesso, affascinata e intimorita allo stesso tempo, perchè ciò che non si conosce, all’inizio, fa sempre un po’ paura.

    Una sera Almanda incontra Thomas, un giovane innu dalla pelle ambrata, alto, “bello nel suo silenzio”. Da quel primo breve incontro, ogni sera il ragazzo, di poco più grande di lei ma dallo sguardo saggio di chi conosce il mondo con sicurezza e rispetto, le fa visita. A piedi, o in canoa. I loro due mondi separati si incontrano e nonostante i diversi stili di vita e le barriere linguistiche, sono destinati a non separarsi più.

    “Mi piacerebbe vedere il fiume Péribonka e le sue montagne Thomas”.

    “Non avresti paura?”

    “Sì, un po’. Ma al tempo stesso…”

    “Mi piacerebbe che venissi, Almanda. In canoa” ha detto, puntando il dito davanti a sé, “a casa mia”.

    Ho guardato negli occhi chi mi stava chiedendo di seguirlo in capo al mondo. Ci ho visto il fiume, il lungo lago; al centro io e questo ragazzo dalle spalle larghe, lo sguardo sicuro. (p. 29)

    Nella prima parte del romanzo scopriamo insieme ad Almanda le regole di vita e di rispetto per la natura della comunità innu, mentre nella seconda parte soffriamo insieme a lei per lo sradicamento non soltanto delle foreste, e con esse della fauna che le abita, ma assistiamo anche alla distruzione e alla devastazione di un’intera popolazione. Come la storia (ma anche il presente) troppo spesso ci insegna, la bestialità umana pecca sempre di presunzione nel voler predominare le culture che non conosce, o meglio che non vuole neanche provare a conoscere. E così, attraversiamo un secolo di storia in cui il male umano emerge, strappando i figli innu da quelli che erano considerati i loro genitori selvaggi (si doveva rimuovere “l’indiano” dai bambini), la natura viene sventrata, abusata e la comunità innu in preda all’alcolismo finisce per autodestruggersi tra sconforto e miseria. Per fortuna però, il potere delle storie e l’importanza del tramandarle vede sempre il trionfo della luce, anche nei momenti che ci sembrano più bui e desolanti.

    Grazie a Kukum (la bisnonna Almanda), e al suo pronipote Michel (l’autore) oggi la speranza è ancora viva, e sono convinta che la storia di questa donna straordinaria verrà preservata, di generazione in generazione, pagina dopo pagina.

    Carlotta Lini