Come ben sapete, amo spaziare tra i generi, perché farlo mi consente di ampliare i miei orizzonti e superare i miei limiti, e poi perché sicuramente mi piace farlo. Questa lettura è stata una vera scoperta, perché seppure breve, catapulta in territori lontani (sono infatti racconti scritti a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento). L’autrice attraverso la sua scrittura evoca scenari di Natali passati, riportandoci in una dimensione così remota oggi, da sembrarci quasi un’evocazione. Entriamo in un mondo bello, che ben abbraccia ciò che il Natale dovrebbe sempre essere: una splendida festa famigliare.
Ma di cosa parla?
Il Natale con le sue leggende, il buio dell’inverno svedese, il calore delle storie accanto al fuoco, la nostalgia di antichi ricordi, l’immensità della natura, ma anche la piccola dose di crudeltà tipica della tradizione delle fiabe popolari sono le atmosfere che si respirano negli otto magistrali racconti della narratrice svedese Selma Lagerlöf. L’incipit da C’era una volta risveglia l’incanto delle storie dell’infanzia, ma basta un incontro inatteso, un gesto, una parola perché ci sia un piccolo scatto, una deviazione: dal mondo delle fiabe si passa a quello degli uomini, resi più umani da quel lampo d’illuminazione. Un regalo sbagliato che apre le porte a una nuova conoscenza, un’intuizione metafisica evocata da una modesta trappola per topi, un segno divino custodito nel foro di un proiettile in un teschio: c’è sempre una fede che fa da leva all’immaginazione, e questa, spesso, a una redenzione. Il tono è solo apparentemente ingenuo, è un trucco del mestiere di un’artista che sa trasformare il folklore delle tradizioni nordiche in storie senza tempo di grande e semplice profondità. Perché è la complessità che si nasconde dietro la normalità a interessarle, la ricca varietà della vita, e la buona novella che c’è sempre un destino diverso che aspetta chi lo vuole cercare. Anche in un libro regalato a Natale.
Questa è stata sicuramente tra le letture più intime, toccanti e schiaccianti di quest’anno. Di Natalizio, ha in realtà solo l’ambientazione, ma le emozioni fortissime che invadono il lettore, pagina dopo pagina, a mio avviso, meritano una lettura lenta, lentissima e soppesata, apprezzando ogni virgola. Avverto che potrebbe scendere una lacrima, perché questo romanzo è una continua ripetizione di dolore, come si intuisce dal titolo, ma ciò che amo del Natale è quel barlume di speranza e di luce, che entra inevitabilmente nei nostri cuori di pietra. Ecco perché consiglio questa meravigliosa opera. Se volete approfondire ne ho parlato qui.
Ma di cosa parla?
A Oslo, una scrittrice sessantenne assiste come tutti gli anni a un concerto di Natale; siede accanto a una coppia accompagnata dalla figlia adolescente, che si mostra palesemente infastidita e viene rimproverata di continuo dalla madre. La scena fa scattare nella donna il ricordo dei suoi sedici anni, e il lettore viene catapultato nel racconto del suo passato: un’adolescenza su cui grava una figura materna opprimente, che controlla la figlia in maniera ossessiva, terrorizzata al pensiero che possa bere, fare sesso, assumere droghe. Dal canto suo la ragazza, spalleggiata dalle amiche, beve, frequenta feste in casa di sconosciuti e conosce Finn, un giovane apparentemente navigato con cui decide di avere il primo rapporto sessuale. Sullo sfondo di questo conflitto tra madre e figlia, il padre resta in disparte. Quarantotto anni dopo, la scrittrice riflette su quel periodo mettendosi a nudo, cercando il coraggio di essere e ritrovare se stessa, rivivendo ogni momento del passato attraverso la memoria. È questa continua e mutevole ripetizione del ricordo a renderla più forte, a proiettarla in avanti e a donarle una nuova, drammatica consapevolezza: qualcosa è successo, tra quelle mura domestiche, ed è il momento di affrontarlo.
Questa estate ho iniziato uno dei miei viaggi alla scoperta di autori, sensazioni, luoghi e…un po’ di magia. Mi sono imbattuta in Tunström quasi per caso, leggendo il suo breve ma intenso Un prosatore a New York, sempre edito da Iperborea.
In sole 50 pagine l’autore riesce ad attirare il lettore a sé in un modo tanto autentico quanto magnetico: così è cominciato questo viaggio, che non è ancora terminato ma che mi ha portato oggi a consigliare questa sua opera, decisamente più lunga, e ancora più lirica.
Ma di cosa parla?
Un giovane e famoso musicista di nome Victor, una sera d’inverno torna a Sunne, la cittadina dov’è nato, persa nelle foreste svedesi, per dirigere l’Oratorio di Natale di Bach, alla ricerca di se stesso e delle fonti più profonde della sua arte. L’intera narrazione rimane come sospesa in un lunghissimo flash-back, fino a concludersi circolarmente nella scena della corale. È insieme la storia di un amore immenso, un amore vissuto in modo diversificato e corale da tutti i protagonisti, e del lavoro di preparazione del concerto dell’Oratorio da parte di una corale di una piccola cittadina svedese, che dà il via alla narrazione, l’accompagna via via, e la chiude.
Una lettura delicata, sensibile e profonda sul senso della vita e delle proprie radici. Consigliato a chiunque voglia fermarsi un po’ per rigenerarsi, con calma e un pizzico di malinconia, tipica del periodo natalizio.
Benvenuto Dicembre, di solito sei il mio mese preferito, quest’anno però sono un po’ sottotono…ma per fortuna i libri sanno sempre come farci stare meglio!
Il mio consiglio di lettura di oggi è Natale a Thompson Hall dal maestro degli equivoci natalizi, il britannico Anthony Trollope.
Io non sono solita ascoltare audiolibri perché perdo di concentrazione, mentre amo profondamente sfogliare le pagine del cartaceo e lasciarmi assorbire dalla lettura. Tuttavia, questa versione, pubblicata da Marcos y Marcos, esiste solo ed esclusivamente in versione audiolibro. Quindi o così, i niente. In realtà esiste una versione cartacea di Sellerio, ma pare introvabile.
Ma di cosa parla?
Da anni, i coniugi Brown trascorrono il Natale in Francia. Ma quell’anno, la Signora Brown vuole tornare a Thompson Hall per ricongiungersi col suo passato. Thompson Hall è infatti la dimora di famiglia di lei. Quando convince finalmente il marito, la coppia incontra per caso in un Hotel di Parigi il futuro cognato di lei. Un incontro davvero strano, che cambia tutto. Una splendida e farsesca commedia degli errori vittoriana che ruota attorno agli equivoci e al giorno più atteso dell’anno.
Una lettura breve e spensierata per iniziare la stagione natalizia nel migliore dei modi.
Nel panorama dei libri illustrati dedicati ai temi del neurosviluppo, Ady e io occupa un posto speciale. Non si limita a spiegare l’ADHD in termini tecnici, né a elencarne i sintomi come farebbe un manuale. Sceglie invece la stradapiù insidiosa: raccontare l’ADHD attraverso gli occhi di una bambina che convive con questo modo di funzionare. Prima di inoltrarci nella mia recensione vorrei spiegare brevemente il significato di questo acronimo, facendo anche una piccola introduzione al tema. L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che riguarda la capacità di mantenere l’attenzione, controllare l’impulsività e regolare il livello di attività. Non dipende dalla volontà o dall’educazione: è un diverso modo di funzionare. Io non sono un’esperta del settore, ma il tema mi ha affascinata perché tratta un argomento ampiamente dibattuto al giorno d’oggi e per cui innumerevoli professionisti hanno pareri nettamente contrastanti. Parlando con psicologi e insegnanti è emerso come non sia sempre facile riconoscerla e trattarla tempestivamente.
Il punto di forza del libro è la personificazione dell’ADHD in “Ady”, un’ombra-amica (che nelle bellissime e suggestive illustrazioni di Sara Rhys appare come una creatura luminosa) che vive insieme alla protagonista, una bambina di nome Sophie.
Dare un nome al disturbo significa renderlo accettabile e quindi meno spaventoso. Ma soprattutto consente a Sophie di distinguere la propria identità dalle proprie difficoltà: io sono io, Ady è una parte di me, ma non sono solo lei. È un passaggio pedagogico cruciale, che aiuta a proteggere l’autostima e a ridurre il senso di colpa che spesso accompagna i bambini con ADHD. Qui, vedremo infatti come in maniera volutamente espasperante venga sottolineato esplicitamente il senso di colpa che un’insegnante scarica sulla protagonista, non sforzandosi di capirla. O meglio, non provando nemmeno a instaurare un dialogo con lei per cercare di capirla.
La narrazione è realistica e facilmente comprensibile sia per gli adulti che i giovani lettori (dai 5 anni in su).
Ci sono molteplici esempi in cui Ady prende il sopravvento scatenando distrazioni improvvise, guai disastrosi e fatica a stare nei tempi. Ma questi momenti non vengono presentati come esempi di “maleducazione”, bensì come il risultato di un modo di funzionare in maniera completamente differente, e questo è sicuramente una svolta che può fare la differenza per molti insegnanti e genitori, ma anche per gli stessi bambini e futuri adulti. Attraverso le immagini e il ritmo scandito da rime scopriamo il caos interno di Sophie, e la difficoltà a incanalare energia e attenzione.
Accanto alle difficoltà, però, emergono anche risorse: creatività, entusiasmo, capacità di osservare il mondo in modo non convenzionale. Questa visione equilibrata aiuta il lettore, bambino o adulto, a cogliere la complessità dell’ADHD. Il valore del libro sta anche nella sua funzione comunicativa. Letto a casa, può diventare un modo per un genitore di accogliere le emozioni del proprio figlio e di dare parole a ciò che spesso resta confuso. In una classe, può aprire un dialogo sull’inclusione e sull’empatia, aiutando gli altri bambini a capire il comportamento del compagno. Per un insegnante, significa spostare il proprio sguardo: dall’idea di un comportamento scorretto a quella di un bisogno da comprendere.
Qui apro una parentesi e spezzo una lancia in favore degli insegnanti: non sempre si hanno i mezzi e le energie per poter trattare con la dovuta tutela queste situazioni, perchè sugli insegnanti ricadono una serie di responsabilità inimmaginabili a chi è fuori da questo mondo. A questo proposito sarebbe utile far leggere questo testo nelle aule e nelle famiglie per normalizzare l’ADHD, e dare il giusto supporto sia a chi insegna sia a chi riceve l’insegnamento.
A mio avviso Ady e Io non è soltanto un libro per bambini: è uno strumento narrativo che restituisce dignità e voce a chi vive l’ADHD, e al tempo stesso educa gli adulti a una lettura più rispettosa e informata della diversità neuropsicologica. Con il suo linguaggio semplice e diretto riesce a raggiungere facilmente tutti, così da rendere Ady non un problema ma un qualcosa da abbracciare e accogliere nella propria vita, che sia la nostra o di chi ci sta accanto.