• Il mio cuore libero

    di Majd Al-Assar

    Garzanti, novembre 2025

    Traduzione di Simona Garavelli

    pp. 256

    €17 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

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    Per Salah e Nay.

    Possiate avere sempre la certezza che l’amore di vostra madre è stato più forte di qualunque guerra che abbia mai provato a spezzarlo.

    E per ogni madre di Gaza che ha portato il peso dei propri figli, della fame e della paura tra le fiamme e le macerie senza mai smettere di credere nel domani.

    Dare alla luce il proprio figlio è un atto così fortemente doloroso che è quasi impossibile descriverlo. La sofferenza fisica che si prova nel farlo affacciare a questo mondo è lacerante per la maggior parte delle donne che decidono di compiere questo gesto d’amore estremo. Eppure, nonostante non sia vero che ci si dimentichi tutto, nel momento in cui quella piccola creatura è tra le tue braccia, tutto il dolore scompare e la gioia di sentirti madre è così avvolgente ed immensa da farti sentire leggera, sollevata e profondamente grata. Decidere di mettere al mondo un bambino è una grande responsabilità perché significa che per i prossimi anni della tua vita dovrai sacrificare la tua per la sua. Non sarai più indipendente, non sarai più solo tu. Ecco perché è una scelta così importante, delicata ed intima che va rispettata sia che la si abbracci sia che la si rifiuti. La scrittrice e giornalista palestinese Majd Al-Assar ha scelto di essere madre due volte. Non poteva sapere quanta forza immensa avrebbe dovuto trovare in se stessa, come donna e come madre, per rassicurare i suoi figli durante la guerra, ma l’ha trovata e la sta trovando ogni giorno, a Gaza, la sua città. Oltre a questo, ha anche deciso di regalare prima a sé stessa e poi all’intero mondo la sua storia, i suoi orrori e raccontarci che nonostante lo sterminio insaziabile della sua città, c’è ancora speranza per l’umanità.

    Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima sera prima che il cielo crollasse. Prima che le strade si riempissero di fumo invece che di risate. Prima che i bambini imparassero a distinguere il fischio di un missile dal ronzio di un aereo da ricognizione. Prima che lasciassimo casa nostra portandoci solo dietro ciò che potevamo trasportare da soli, senza mai più tornare a essere gli stessi. Quella sera andammo a dormire credendo nel mattino dopo.

    Ma il mattino ci stava già aspettando con il fuoco tra le mani. (p. 34)

    Leggendo le sue parole, capiamo quanto questo libro nasca dalla forte esigenza di divulgazione. Majd, di capitolo in capitolo, condivide con noi il suo dolore di donna, le sue paure di madre e la frustrazione di dover sempre ricominciare da capo senza mai sapere se un giorno potrà mettere la parola fine e ricostruirsi definitivamente.

    La giornalista inizia a raccontarsi partendo dalla nascita dei suoi due figli, Salah e Nay, cui ha dedicato questo romanzo. Prima del 7 ottobre 2023 la vita di Majd, di suo marito Rashad e dei suoi figli era una vita ordinaria, costellata di tanta meravigliosa normalità. Gaza era la loro casa, fatta di piccole routine, di ricordi, di speranze e di sogni. Salah è venuto al mondo il 17 settembre del 2015 , Nay è nata il 5 settembre del 2018. Nessuno ti spiega come essere madre, tantomeno come essere una madre forte e coraggiosa. Majd infatti racconta di come comprese che essere madre consisteva non soltanto nel proteggere i suoi bambini, ma anche nel farsi carico di tutte le loro paure, per infonder loro un barlume di speranza di sopravvivenza. Ma i bambini in preda al terrore e ai propri demoni erano anche altri, li incontrava per le strade, spersi e senza più una famiglia a cui appartenere.

    […] compresi un’altra cruda verità della maternità in tempo di guerra: non si tratta solo di tenere stretti i propri figli, ma di estendere quella protezione, quell’amore feroce, a ogni piccola mano che il destino ha posto nella tua, anche se appartiene a un estraneo. Non vivevamo più in una città fatta di abitudini e risate. Eravamo frammenti di esistenze sparse per le strade, uniti dalla paura, dalla speranza e da una volontà di sopravvivenza che non si lascia spezzare. (p. 42)

    L’amore è la forza portante dell’intero racconto dell’autrice che affida a noi lettori il compito di testimoniare l’importanza delle sue parole per far sì che nessuno si dimentichi della verità. E la verità arriva come uno strappo violento e ci ricorda che non stiamo leggendo un libro di fantasia ma di triste realtà. Come l’episodio in cui Rashad, il marito, racconta di aver trovato i pezzi di Yusuf, un bambino che fino a qualche giorno prima giocava spensierato con la sua nonna.

    Majd ha lasciato il suo quartiere per mettersi in salvo. Ha dovuto accettare l’incertezza di una vita nomade, il peso delle domande di Salah a cui non sempre sa rispondere, soprattutto quando la guarda con gli occhi sgranati e pieni di orrore, e le notti trascorse stringendo Nay per proteggerla dal buio, mentre le bacia i capelli. Eppure, lungo quel cammino di privazioni, ha imparato a riconoscere il valore di istanti minuscoli e preziosi. Ricordi di vita che la fanno sentire ancora un essere umano. Perché questa è la storia di una donna palestinese che cerca di rimanere in piedi attraverso la sua voce. Con la casa editrice italiana Garzanti ha scelto di offrire una testimonianza umana e autentica di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Le sue parole sono un inno alla vita e alla voglia di lottare per essa. Dietro le rovine dello sterminio ci sono persone, famiglie, storie che hanno bisogno di essere ascoltate e protette. Non possiamo e non dobbiamo esserne indifferenti. Majd Al-Assar crede in un futuro migliore, e noi dobbiamo credere in lei.

    Porta le nostre voci con te. Raccontale dove regna il silenzio. Ricordale anche quando il mondo vuole dimenticasene. Perchè le storie da sole non possono fermare una guerra, ma se vengono ricordate, raccontate e onorate possono diventare semi di un domani diverso.

    Carlotta Lini

  • Né introversi né estroversi

    di Rami Kaminski

    Corbaccio, ottobre 2025

    Traduzione di Maria Elisabetta De Medio

    pp. 208

    €18.90 (cartaceo)

    €10.99 (e-book)

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    Otroverso

    [agg. e s. m. (f. -a)] Persona tra i cui tratti della personalità figura quello di «non appartenenza», che consiste nel non partecipare dell’esperienza comunitaria, restando un eterno outsider. A differenza di chi soffre di disturbi relazionali, gli otroversi sono empatici e affabili, ma faticano a sentirsi parte integrante di un gruppo, pur non mostrando comportamenti diversi dalle persone ben integrate. (p. 23)

    Questa è la definizione con cui lo psichiatra e scrittore Rami Kaminski ci introduce all’oggetto dei suoi studi. Il fondatore dell’Institute for Integrative Psychiatry di New York, si definisce egli stesso un otroverso, e ha dedicato la maggior parte della sua ricerca all’analisi dei disturbi dell’umore, dei disturbi d’ansia, da stress e tutto ciò che riguarda la sfera neuro-cognitiva. La teoria secondo cui o siamo introversi o siamo estroversi è, secondo Kaminski, inesatta perchè non include coloro che pur essendo a loro agio nella relazione uno a uno con gli altri, non sentono alcun bisogno di appartenenza ad un gruppo per sentirsi bene. A tal proposito l’autore ci fornisce questo chiaro esempio:

    Proprio come essere mancini, essere otroversi è una caratteristica cognitiva, profondamente radicata nel cervello. Come oggi consideriamo sbagliato costringere i bambini mancini a «cambiare mano» (era pratica comune di genitori e insegnanti fino all’inizio dello scorso secolo), lo stesso vale per i tentativi di far «cambiare verso» agli otroversi, insistendo affinché si inseriscano e si sentano parte di un gruppo. (p. 30)

    Ma in cosa si distingue un otroverso?

    L’autore ce lo spiega punto per punto, offrendoci innumerevoli spunti sia su celebri autori del passato come ad esempio Virginia Woolf con Una stanza tutta per sé , sia riportandoci gli stimolanti casi di alcuni suoi pazienti (chiaramente nominati solo con un’iniziale non riconducibile ad alcun individuo). Ecco dunque le principali caratteristiche:

    1. Mancanza di istinto gregario: l’otroverso non ha bisogno di sentirsi parte della comunità per vivere un’esistenza felice. L’otroverso sa perfettamente relazionarsi col gruppo, può essere anche molto popolare ma l’adesione alla comunità non è requisito di felicità.
    2. Osservazione, non partecipazione: quante volte alle feste vediamo i timidi che stanno in disparte senza farsi notare e gli estroversi che sono invece l’anima della festa? Ecco, in mezzo a questi due universi c’è l’otroverso che ha un ottimo rapporto one-to-one con tutti i presenti ma che in un contesto di raggruppamento si sente solo e a disagio ma non perché non accettato (come gli introversi) ma perché semplicemente non sente questa necessità di aggregazione.
    3. Mancanza di conformità: l’otroverso non disdegna la compagnia di un amico, ma non sente il bisogno di avere o fare come fanno “tutti” per sentirsi accettati. Crescendo questo atteggiamento spesso si attenua nell’adulto, ma se si pensa agli adolescenti quanto è fondamentale per loro avere il jeans che fa tendenza e fare contenuti social che diventino virali? Ecco, l’otroverso ha piacere di stare in compagnia di un suo amico, ma non sente il bisogno di emularlo.
    4. Pensiero indipendente e originale: il valore di una persona non dipende dalla sua abilità nel tessere una grande rete sociale e questo l’otroverso, una volta capito di esserlo, lo abbraccia come una regola fondamentale. Forzarlo non serve a niente, se non a creargli disagio. L’otroverso ha una sua identità che viaggia da sola. Non è un recluso, ma una persona consapevole di ciò che lo fa stare bene, e per questo non cerca di snaturarsi.

    E quindi come viene percepito dalla società un otroverso?

    Attraverso innumerevoli spunti riflessivi ed esempi pratici dei suoi pazienti vediamo come la società etichetti erroneamente gli otroversi come introversi, persone con disturbo di ansia sociale, emarginati e neuro divergenti. Ad esempio, una madre, paziente di Kaminski, durante una seduta lamenta la preoccupazione che il figlio adolescente non desideri partecipare a feste, andare in campeggio e passare le giornate coi suoi coetanei. Sostiene non sia “normale” e lo esorta (o meglio quasi lo costringe) a partecipare agli eventi precedentemente menzionati. Il risultato è negativo per entrambi: la madre si sente irrequieta perché non vede il figlio omologato, il figlio è frustrato perché non vuole omologarsi. La soluzione? Lasciare che il giovane faccia ciò che si sente di fare. Oggi infatti il figlio della paziente ha brillantemente portato a termine i propri studi, ha una fidanzata e una vita sociale appagante ma non forzata. Sarebbe facile etichettare la madre come insensibile, ma la verità è che è semplicemente mossa dal desiderio di sapere suo figlio felice, senza però soffermarsi sul fatto che il concetto di felicità non sia un fenomeno standard e uguale per tutti. Per un giovane otroverso, infatti, felicità è preferire una partita alla play con il suo migliore amico piuttosto che andare alla festa dell’ultimo anno di liceo con altri cinquanta coetanei.

    L’intera opera è volta quindi alla scopo di far accettare gli esseri umani per quello che sono e in qualche modo anche di rincuorare coloro che si son sempre sentiti fuori posto e continuamente spinti a essere qualcosa che non sono, a non sentirsi alieni ma umani. Questo libro è una lettura interessante non soltanto per il suo contenuto informativo e divulgativo, ma è un forte toccasana in contrasto con l’esigenza innata della società di voler controllare ogni ricciolo fuori posto.

    Una chicca? A fine testo c’è un utile test per valutare la propria otroversia.

    Carlotta Lini

  • Oppure il diavolo

    di Luca Tosi

    TerraRossa edizioni, novembre 2025

    pp. 100

    €13

    €7.50

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    Sul mio conto dicevan finocchio, o anche succhiacazzi, dicevan. Ma non le ho mica combinate, io, le porcaggini che dicevan loro. Ignoranti sopraffini che non sono altro.

    È che loro, se si convincon di una roba, dopo non gli scappa più dalla zucca. Gli fa i cunicoli dentro, come i bruchi.

    In trentun anni che ci ho abitato, a Poggio Berni ne ho viste di tutti i colori. lo c’ero anche quella notte che Florian Dragoi ha fatto una gran briscola con la sua Mini Cooper, in piazzetta davanti al bar dell’Angela. Un incidente da restarci stecchiti.

    Lì, il mio primo pensiero era stato: gli sta bene, non la scampa, a ‘sto giro. E invece… Non si può mai indovinar niente sulla vita degli altri, niente. (p. 7)

    Così ha inizio la nuova opera di Luca Tosi, già autore del bellissimo Ragazza senza prefazione, sempre pubblicato da TerraRossa nel 2022. Natale, giovane poco più che trentenne, ha un nome che è già una condanna e un presagio ingombrante (non poteva chiamarsi Filippo o Giacomo?).

    Segni particolari? Una madre manesca che gli ripete ogni giorno che se non fosse mai nato sarebbe stato meglio. Una madre che quando porta a casa degli uomini per scoparseli, non lo vuole, ovviamente, tra i piedi. Lui si tappa le orecchie per non sentirla ansimare, ma il sonno, come dice Tosi, non è facile da “acciuffare”. E nemmeno la felicità. Come se non bastasse, Natale vive a Poggio Berni, un posto dimenticato da Dio, con appena 3000 abitanti. Metà dei quali che tirano di coca.

    Ho sentito in televisione che l’azzurro sarebbe il colore della serenità. Possibile? Io mi sentivo schiacciare, sotto quel cielo, come se ci fosse mia mamma, lassù, pronta a sganciarmi una tozza in picchiata. Sarà per questo che a me è il cielo nuvolo che piace. Quando non piove, nuvole come dirigibili, che ti lecchi un dito e senti l’aria, il verso che c’ha. (p. 24-25)

    Tosi, ancora una volta, si conferma maestro del perfetto connubio tra dialetto e italiano. La sua lingua è ruvida, diretta e affilatissima, quasi quanto le vendette sottili che tende il suo protagonista, Natale. Questo romanzo breve è infatti una pungente satira antropologica. Natale è un rimuginante, ma simpatico, parassita che vive la propria infelice esistenza sulla pelle degli altri. I forti tozzoni della mamma l’hanno reso timido, introverso, goffo e fortemente insicuro. Non sa rapportarsi con gli altri se non “patendo” le loro vite. Il ragazzo è infatti oggetto di scherno da parte dei suoi compaesani che si beffano della sua camminata, lo deridono per non essere mai stato con una donna e in fondo, sono soltanto annoiati perchè anche nelle loro vite succede ben poco. Ma questa non è una storia di compassione. Questa è una favola al contrario: Natale è l’antieroe per eccellenza, il più sfortunato fra i paladini. Come un Don Chisciotte dei giorni nostri che è alla ricerca di risposte: perchè mia madre mi ha dato alla luce se poi mi ha sempre riempito di botte? Perchè se prego Dio per un po’ di affetto non ottengo nulla? La risposta è cercare di essere diabolici, facendola pagare a tutti, con conseguenze tragicomiche, tipiche della scrittura irriverente dell’autore.

    L’aspetto che però maggiormente mi ha colpito di quest’opera, in rapporto alla precedente, è l’attenzione ai dettagli. Se in Ragazza senza prefazione il focus era incentrato più sul legame fra i due protagonisti e aveva una sua linearità temporale, al contrario Oppure il diavolo, sembra non avere né spazio né tempo. La dimensione in cui tutto si evolve è come chiusa in un grottesco e vendicativo vaso di Pandora, pronto ad esplodere. Questa storia pullula di personaggi: i benevoli chiamati per nome e i maligni per cognome. Eppure, nonostante il sovraffollamento sulle pagine, la triste verità è che il protagonista è un personaggio in preda a una totale solitudine e a uno schiacciante senso di abbandono. Chi si preoccupa per lui?

    La velata ricerca d’amore di Natale mostra una nuova sensibilità narrativa. Se l’ironia e il sarcasmo si riconfermano le armi vincenti dell’autore, questa sorprendente delicatezza ci presenta una nuova sperimentazione artistica che non lascia spazio al dubbio: la scrittura di Tosi può arrivare ovunque e superare ogni confine, umano e narrativo.

    Carlotta Lini

  • Chiara

    di Antonella Lattanzi

    Einaudi, ottobre 2025

    pp. 176

    €18 (cartaceo)

    €11.99 (e-book)

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    «Non bisognerebbe mai avere figli» queste sono le parole che Marianna si sente continuamente ripetere come un disco rotto dai suoi genitori apparentemente perfetti. Siamo a Bari, in Puglia, nell’Italia degli anni Novanta, e Marianna è soltanto una bambina che va all’ultimo anno delle elementari. Ed è proprio alle elementari che la bambina ne incontra un’altra. Una che le offre un panino con la frittata, una che viene derisa dai compagni che la chiamano “La baffuta”, una che non ama mettersi in mostra e a casa ha l’inferno. Questa bambina si chiama Chiara e per tutta la sua infanzia sarà la sola salvezza, l’ancora a cui aggrapparsi con le unghie, e, in realtà, l’unico affetto di Marianna. Due bambine con situazioni famigliari molto differenti ma accomunate dalla paura di vivere: cosa succede quando il mostro non è sotto al letto ma ti siede accanto e lo chiami papà?

    Nessuno può credere che dentro l’uomo che strega c’è il mostro, e quindi io non lo racconto neanche più.[…] Io e Chiara non sappiamo quando, ma sappiamo che si paleserà. (p. 109)

    Il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi non è una storia di formazione, ma è una storia che strattona l’animo umano e lo scaglia in un crescendo di tensione e angoscia, in un’altalena che oscilla tra presente e passato. A ogni pagina il lettore sente e vive la violenza fisica che subisce Chiara e la violenza mentale e psicologica di cui è vittima Marianna. Questa lettura può sembrare una sofferenza, ma è invece un inno alla forza di voler vivere nonostante tutto. Lattanzi ci accompagna verso gli eccessi del voler essere grandi, per scappare dalla famiglia, per scappare dalla paura, dalle responsabilità e soprattutto dal dolore. Il dolore di essere soltanto delle bambine prima e delle adolescenti poi. In questo tentativo di fuga dal mostro che hanno dentro, in maniera diversa, le due protagoniste si imbattono nella scoperta del piacere, dell’erotismo. Crescendo infatti Marianna scopre come darsi piacere e scopre cos’è l’amore, anche se non sa bene distinguerli e non sa dar loro il giusto nome e il giusto peso. Ma la fanno star bene, nonostante l’oscurità casalinga che la risucchia e la divora, giorno dopo giorno. Per fortuna nella sua vita c’è Chiara, per cui non prova solo amicizia, ma la forma più alta dell’amore: ne è attratta, non la capisce fino in fondo ma la ama incondizionatamente e nella lettera da non aprire che le affida da bambina le consegna, in fondo, il suo cuore e la sua stessa vita.

    Quella sera, ho scritto tutto quello che era successo nella lettera per Chiara. Ogni dettaglio, per benino. (p. 36)

    Questo romanzo breve conferma quanto la lingua italiana, se maneggiata con cura e con il giusto peso, possa regalare opere uniche con personaggi indelebili. Le due protagoniste finiscono infatti per rapire il lettore, lo trascinano nel loro mondo, e anche se a tratti sembrano volerlo soffocare per il senso di angoscia e terrore che sovrasta tutti, la bravura di Lattanzi nel raccontare con spietata genuinità la crudeltà domestica attraverso gli occhi di due bambine, dimostra una sensibilità artistica tale da rendere indimenticabile l’intera opera. Solo così, Chiara e Marianna vivranno per sempre.

    Proprio allora sento un rumore provenire da una delle case sopra di me, un rumore che non mi piace per niente.

    C’è un destino nelle tragedie, ne sono certa. Quando abbassi un attimo la guardia, quelle ti colpiscono piú forte.

    Chiara non ha sentito, sta canticchiando che mi vuole bene non l’ho mica capito, mi vuole bene, lascio stare il vestito, e vuole darmi altri baci e fare il girotondo veloce come piace a noi bambine che poi cadi a terra, ridi, ti vien da vomitare; ma io ora non posso giocare né baciare.

    Di solito lo vede dalla mia faccia che qualcosa con mio padre non funziona, ma adesso è in solluchero, mi ama, e non vede nient’altro che questa felicità piccola e grossa.

    Non vede altro che me.

    Di nuovo il rumore.

    Che faccio? (p. 56)

    Carlotta Lini

  • Raffaella Case

    Raffaella Case è nata nel 1977 in pianura, a Bad Schwalbach, Germania, ma cresce sul ripido, a Belluno, ai piedi delle Dolomiti. Da vent’anni vive e lavora a Milano come giornalista. Sogna di rivedere la neve in città.
    Una testa piena di ricci è il suo primo romanzo.

    1. Gent.ma Raffaella, grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog.La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

    «Senza alcun dubbio con Truman Capote. Sul comodino, in camera da letto, ho una sua raccolta antologica (Capote. Romanzi e racconti, collezione I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore). Mi è stata regalata 20 anni fa da unaspirante fidanzato ed è la mia Bibbia. Ogni volta che sono in crisi, svogliata nella lettura o nella scrittura, sfoglio quelle pagine, rileggo l’incipit folgorante di A Sangue Freddo, i perfidi dialoghi tra le signore benissimo di La Côte Basque, spizzico un racconto giovanile e mi riconcilio con il mondo. Ma tornando al nostro tè: inviterei Capote in un albergo elegante del centro di Milano, perché è un tipo esigente, stando bene attenta a cosa mettermi, che una sua squadrata da capo a piedi non me la leva nessuno. Sceglieremmo un tavolino appartato, per praticare lo sport preferito di ogni autore: osservare senza essere visto. Lui al suo tè aggiungerebbe del rum e, a lingua sciolta, commenteremmo tutto: texture dei tovaglioli, biscottini di accompagnamento, colore dei fiori, la piega inesistente sulla blusa di quella cliente».

    2. Il personaggio di Zhenga con la “h” si ispira a qualcuno che fa parte della sua vita o è puro frutto della sua penna? Come le è venuta l’idea di darle questo nome?

    «Il personaggio di Zhenga è legato alla mia biografia per tre motivi. Il primo è che vivo in una grassa, grossa e colorata famiglia mista. Il secondo è che il mio stesso background è multiculturale: figlia e nipote di migranti veneti, ho trascorso l’infanzia tra Italia e Germania. Il terzo è che il mio quartiere, Bovisa, a Milano, è forse il più internazionale d’Italia. Inevitabile che porgessi l’orecchio a una storia come quella di Zhenga, di cui avevo, da subito, visualizzato il cespuglio afro, gli occhi grandi e pensosi, la fisicità ossuta e la cocciutaggine. Per renderla viva, reale, avevo però bisogno di chiamarla per nome. Già, ma quale? Ho interrogato l’oracolo Google e ha sputato fuori Zhenga, con l’acca, nome che non ha un’origine etimologica precisa. Da qualche parte, in Africa, pare significhi Regina, ma non è questo il punto: a me ha fatto subito scattare l’assonanza con il portiere italiano Zenga, campionissimo di parate. E in certe vite e contesti, si sa, bisogna imparare a parare i colpi dei pregiudizi».

    3. I personaggi che ruotano intorno alla protagonista hanno tutti una fortissima identità che supera ogni pregiudizio sociale. Zhenga è come un’eroina che deve affrontare diverse sfide da sola, ma la gente intorno a lei tende (inaspettatamente) ad aiutarla. Lei pensa che nella vita reale sarebbe andata allo stesso modo?

    «Zhenga ha quasi 13 anni, è in un una fase della vita magica e irripetibile. Una fase in cui – ci siamo passati tutti, solo che ce ne dimentichiamo – la volontà non è annacquata dagli è impossibile!, dalle delusioni, e da un certo realismo che fa rima con pessimismo di noi adulti. Sono convinta che un’energia così limpida non possa che attirare figure positive e portarti dritto dove vuoi. Quando credi fermamente in qualcosa – senza calcolo, senza paura – il mondo risponde e ti accompagna. O almeno ti lascia passare».

    4. Il tema dell’identità, “sempre a metà”, è centrale: che cosa significa per lei oggi raccontare la ricerca di appartenenza in un’Italia multiculturale ma ancora spesso chiusa?

    «Non sono da sola a raccontare quest’Italia multiculturale: lo raccontano i visi dei ragazzini in metropolitana, dei nostri colleghi al lavoro, degli attori negli spot di marchi “italianissimi”. Non ci può essere un’Italia chiusa, le porte sono spalancate, l’aria fresca circola. Io non ho fatto altro che mettermi in ascolto». 

    5. Lei nasce come giornalista e proviene principalmente dal mondo della moda, ma nel 2024 ha partecipato ad un torneo letterario. Che esperienza è stata per lei? La consiglierebbe?

    «Partecipare a IoScrittore è stato come frequentare un master accelerato in scrittura creativa, editing e gestione dell’ansia. Lo consiglio caldamente a tutti gli aspiranti autori. Perché è vero che scrivere, da giornalista, è il mio pane quotidiano. Ma approcciare un romanzo è un altro campionato. In questo torneo mi sono confrontata con altri dilettanti allo sbaraglio come me: leggere i lavori altrui mi ha aiutata a capire i miei errori di scrittura, mentre ricevere i feedback sul mio romanzo mi è servito per aggiustare il tiro in fase di editing. Per l’ansia invece ci sto ancora lavorando».

    6. Se il suo libro diventasse un film cinematografico, chi vorrebbe come cast e come regista?

    «Senza citare un regista specifico, posso dire che amo un certo cinema ironicoe irriverente. Quei film in cui ridi ma ragioni, per capirci. Quanto al cast ho una sola certezza: Idris Elba nel ruolo di Solomon. Anche se qui a parlare è il mio io da groupie quindicenne». 

    7. Il suo romanzo è stato molto apprezzato anche in ambito scolastico. Lei volutamente desiderava rivolgersi anche a un pubblico di più giovani o il fatto che la protagonista sia così giovane non dovrebbe influire sull’età dei lettori?

    «Mentre scrivevo non ho mai pensato a un target preciso, mi sono semplicemente messa al servizio della storia, che spero parli a più generazioni». 

     8. Solomon, il padre, appare come segnato dal silenzio e dalla rimozione: che cosa significa per lei, come autrice, dare voce a un personaggio che sceglie di non raccontarsi?

    «Il silenzio è una forma di comunicazione eloquente: trovo che Solomon dica moltissimo proprio nel suo sottrarsi alle spiegazioni. Ho scelto di non forzarlo a raccontarsi: il suo dolore custodisce un mistero che merita rispetto».

    9. Se potesse racchiudere in una sola frase l’eredità che desidera lasciare ai lettori con Una testa piena di ricci, quale sarebbe?

    «L’ironia salverà il mondo». 

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

    «Il mio progetto futuro più immediato è riuscire a fare un detox serio dal cellulare. La scrittura, così come la lettura, impongono silenzio e calma, in antitesi con la frenesia da social».

    di Carlotta Lini