• La seconda invasione dei marziani

    di Arkadij e Boris Strugackij

    Marcos y Marcos, ottobre 2025

    Traduzione di Marco Zapparoli

    pp. 128

    €16 (cartaceo)

    €6.99 (e-book)

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    I fratelli Strugackij non hanno bisogno di presentazioni, ma forse una minima introduzione al loro mondo è necessaria per poter cogliere appieno la loro scrittura. Pur essendo due nella realtà, nella scrittura, assumono la forma di un uno. Sono quattro mani e una sola, grande e brillante mente. Ma chi sono Arkadij e Boris Strugackij? Sono innanzitutto considerati tra i più importanti autori russi del ‘900. Massimi esponenti del genere fantastico nonché esploratori curiosi del concetto di futuro, in rapporto non soltanto con il tempo e con lo spazio, ma soprattutto con l’essere umano in quanto tale. A partire dal 1959 iniziano a scrivere romanzi, sia insieme che separati. Tra i più noti  Picnic sul ciglio della strada, È difficile essere un dio e Un miliardo di anni prima della fine del mondo. Io però vi consiglio anche La città condannata, un’allegoria fantascientifica e distopica sull’indagine cosmica tra ordine e caos…umano.

    Ma veniamo ora alla nostra (seconda) invasione dei marziani. I personaggi, presentati in legenda, hanno già tutti nomi altisonanti con irriverenti echi alla letteratura classica: Caronte, che qui non è un traghettatore di anime ma un intellettuale rivoluzionario (e cornuto, senza spoiler); Achille, non l’impavido eroe greco, ma un farmacista con la passione per i francobolli; e poi Artemide, Apollo, Ermione (non quella di Harry Potter) e perfino Minotauro e Polifemo.

    Panico totale, come ai vecchi tempi, non vedevo niente di simile da una vita. Sapevo bene che se fosse davvero scoppiata una guerra atomica, non ci sarebbe stato posto migliore della nostra cittadina per nascondersi e attendere. Se invece si fosse trattato di un’eruzione, be’ era comunque lontana e, anche in questo caso, la nostra cittadina non avrebbe corso alcun pericolo. Ma era piuttosto inverosimile: quale eruzione potrebbe mai esserci qui? (p. 11)

    Sulla Terra, per la precisione, vicino a Maratona, sono arrivati gli alieni. Il panico e il caos iniziano a scuotere gli animi della gente, che in preda a un evento così straordinario, come sempre, dà il peggio di sé. L’avevamo visto in Cecità di Saramago, l’abbiamo scoperto in Il prodigio di Sinisi e lo ritroviamo qui, in La seconda invasione dei marziani, in una nuova edizione pubblicata da Marcos y Marcos. Tra forti vibrazioni nella terra e grandi deliri di massa, incontriamo un’umanità più attenta a come sfruttare il prossimo (gli alieni, appunto) e a come manipolare e filtrare le mezze verità, che a capire chi siano davvero questi invasori. I concetti di predominanza e ignoranza non fanno solo rima, ma rendono bene l’idea di quanto dagli anni Sessanta a oggi, 2025, non si siano fatti molti passi avanti, ma solo bei capitomboli. Ripetutamente.

    Come sempre, le traduzioni di Marco Zapparoli sono impeccabili. La restituzione dell’allegoria da una lingua ad un’altra non è mai cosa facile, ma l’intera opera non perde mai attinenza con la realtà, seppur tratti di alieni. Lode anche alle sempre vincenti e suggestive copertine di Andrea drBestia Cavallini. Le sue illustrazioni non sono solo accattivanti, ma hanno sempre qualcosa di curioso da raccontare. Sono un autentico invito alla lettura. L’intera opera si sviluppa sotto forma di diario, solo con date e talvolta orario, ma senza mai specificare l’anno. È impressionante pensare che sia stata pubblicata per la prima volta nel 1967 su rivista e nel 1968 sotto forma di romanzo. La scrittura dei fratelli Strugackij è veramente immortale e non ha davvero scadenza, perché anche le critiche socio-politiche presenti nel testo sembrano scritte oggi per il popolo di domani. Ecco, loro sì che erano veramente nel futuro.

    “Direi che non siamo stati noi a decidere”

    “Come sarebbe a dire, non siete stati voi? E allora chi?” “Direi che è stata la gendarmeria della capitale” ha detto Pandareo con un sussurro, guardandosi intorno. “Ma quale gendarmeria?” ha obiettato la folla.

    “La gendarmeria in un’auto marziana? No, la gendarmeria non c’entra”. “Allora chi, secondo voi? ! marziani?” Pandareo si è alterato ancora di più e ha ringhiato: “Ehi, qualcuno ha parlato di marziani, per caso? Ma state un po’ attenti, state!” Nessuno, però, gli prestava più attenzione. Le lingue si erano sciolte definitivamente: “L’auto sarà anche marziana, ma quelli non sono marziani, è sicuro. Si muovono e si comportano come noi’. ‘Appunto. Però che cosa può fregargliene, ai marziani, della droga?’ ‘E dei nostri succhi gastrici, che gliene importa?’ ‘No signori miei, questi non sono esseri umani. Troppo tranquilli, troppo silenziosi. Secondo me sono proprio marziani. Lavorano come macchine’. ‘Hai detto bene, macchine. Perché dovrebbero sporcarsi le mani, i marziani? Ci sono i robot’. […] “Non sono robot. Sono le nuove regole. La gendarmeria ora recluta solamente sordomuti. Per proteggere i segreti di Stato”. (p. 69)

    La seconda invasione dei marziani non è davvero un romanzo sugli alieni, ma sulle persone. Sull’assurdità con cui reagiamo di fronte all’ignoto, sul modo in cui la paura e l’interesse si mescolano fino a diventare indistinguibili. I fratelli Strugackij prendono la cornice della fantascienza solo per mostrarci, attraverso l’uso di allegorie e sarcasmo, quanto fragile e manipolabile sia la realtà in cui crediamo di vivere.

    Alla fine non importa se i marziani siano arrivati davvero o no: ciò che resta è l’immagine di una società pronta ad adattarsi, a speculare, a reinventare il senso delle cose pur di sopravvivere. È un racconto breve ma densissimo, che lascia una sensazione strana, a metà tra il sorriso e l’inquietudine. A me ha lasciato un interessante amaro in bocca: la sensazione di qualcosa di sospeso tra realtà e finzione, come se il confine non fosse superato, ma “orrore”: superabile. Trovo questo aspetto estremamente allarmante perché quest’opera sembra essere quasi profetica. Seppure diversissima come scrittura, mi ha rammentato a tratti l’Orwell di La fattoria degli animali. Solo che qui la forte denuncia al potere e alla manipolazione censurante delle informazioni, non ha l’aspetto né di asini né di maiali.

    L’animo umano è fortemente corruttibile e subdolo e pur di sfruttare è disposto a tutto. E allora cosa ne resta della nostra umanità? Chi è il vero marziano?

    In poche pagine gli autori riescono a farci guardare dall’alto il nostro piccolo mondo, pieno di mezze verità e paure collettive. E quando chiudiamo il libro, viene da chiedersi se la seconda invasione non sia, in fondo, quella che viviamo ogni giorno, senza nemmeno rendercene conto.

    di Carlotta Lini

  • Che cos’è la paura? Gli scrittori da me proposti ne hanno parlato con estrema efficacia, ma senza servirsi per lo più di figure iconiche come mostri e zombie. La vera paura risiede nell’animo umano e nella sua bestialità atroce e credo che questo metta davvero molto di più i brividi 🕷️🎃👻

    Perciò eccovi la selezione dei miei libri consigliati per immergervi nell’atmosfera più spaventosa dell’anno!

    • Agatha Christie – Poirot e la strage degli innocenti. Un classico del giallo che diventa ancora più inquietante in questo periodo dell’anno. Hercule Poirot si trova di fronte a un massacro apparentemente casuale, ma il suo intuito lo porta a scoprire una verità più complessa e oscura di quanto si possa immaginare.
    • Wulf Dorn – La Psichiatra. Un thriller psicologico che ti terrà sulle spine fino all’ultima pagina. La giovane psichiatra Ellen Roth si trova al centro di un incubo di paranoia e ossessione, dove realtà e delirio si confondono. Riuscirà a scoprire la verità prima di essere consumata dai fantasmi del suo passato?
    • Donna Tartt – Il piccolo amico. Un romanzo che esplora il confine tra infanzia e crudeltà, in un Sud decadente e pieno di ombre. La dodicenne Harriet decide di indagare sull’omicidio irrisolto del fratellino Robin, ma la sua ricerca di giustizia si trasforma in un viaggio pericoloso e iniziatico.
    • Lugones, Quiroga e Darío – Ombre del tropico. Un’antologia di racconti simbolisti e fantastici che ti porterà nei paesaggi esotici dell’America Latina. Tra febbri tropicali, ossessioni e visioni mistiche, gli autori esplorano l’animo umano e i suoi abissi.
    • John Harding – La biblioteca dei libri proibiti. Un romanzo gotico e misterioso che ti terrà incollato alla pagina. La giovane orfana Florence scopre una misteriosa biblioteca che nasconde testi “proibiti” e alimenta eventi inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità prima di essere consumata dalle ombre?

    Buone letture🎃 👻🕷️

  • Ma io quasi quasi

    di Michele Bitossi

    Accento, 2025

    pp. 192

    €16 (cartaceo)

    €8.99 (e-book)

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    Pensavo che questo libro non potesse essere più distante da me, ma ne ero inevitabilmente attratta. A fine lettura ne sono stata completamente sedotta. Chi mi legge da un pochino sa che le mie letture sono quanto mai imprevedibili, perché spazio tantissimo tra i generi e se decido di scriverne è perché ho realmente qualcosa da dirne. Ebbene, questa storia è davvero ben scritta. Se poi pensiamo che l’autore non nasce come scrittore ma proviene dal mondo della musica (sì è famoso, lo-conoscete-tutti-lo-so), questo modo di usare le parole e trasformarle in immagini nitide, amare e grottesche allo stesso tempo, è sorprendente. Perché il linguaggio di Michele Bitossi ha un che di “crudo e sporco” da rendere la sua scrittura sexy.

    Ma parliamo della storia, che se no sembra solo che mi sia partito l’ormone.

    Consiglio: andate subito a leggere i “non-ringraziamenti” dell’autore, io lo faccio sempre, ma questa volta fatelo anche voi. Merita scoprire come è nata questa storia.

    Ne devi fare almeno due alla settimana o ti sparo dritto affanculo, mi ha detto Anna quando ho iniziato con i test delle urine.

    Va bene, le ho risposto. (p. 7)

    Questo è l’incipit del romanzo. Subito capiamo che non siamo in una favola e nemmeno in una situazione per così dire di ordinaria normalità. Infatti l‘intera narrazione si svolge nell’arco di meno di una settimana (da sabato al fatidico giovedì del giudizio), e per lo più tra le mura della mente di Riccardo, un padre separato, un talent scout in ambito calcistico, ma soprattutto un uomo che sta cercando di disintossicarsi dalla droga, non solo per amore della figlia Nora, per poterla continuare a vedere, ma anche per un inconsapevole sentimento di riscatto verso se stesso.

    Questa storia presenta sin da subito un quarantenne in bilico, un po’ tra i suoi demoni di vita, un po’ tra le sue insoddisfazioni e le sue sconfitte e un po’ perché porta sulle spalle il peso della sua generazione. Generazione che, soprattutto quella maschile, doveva sempre essere forte, ma a cui non era permesso mostrarsi nella sua fragilità. Con il risultato di crescere con l’incombenza di dover essere “sempre bravi”, visti i sacrifici fatti dai genitori. Un peso che schiaccia, senza perdono.

    Suo padre è morto da poco, sua madre è un’instancabile giramondo e suo fratello appena ha potuto, se ne è andato via. Riccardo è l’emblema dell’antieroe: vive di piccole ossessioni come splamarsi costantemente la crema Nivea sulle mani e farsi la radiocronaca mentale delle sue sventure. Ha una giovane fidanzata di nome Anna che appunto lo controlla in video chiamata per verificare che sia pulito. Il protagonista si muove dunque in uno spazio tragicomico, in cui si alternano momenti di esilaranti disavventure a momenti di non troppo celate tristezza e malinconia. Ma in questo romanzo c’è molto di più: con una punteggiatura quasi inesistente nei dialoghi, si passa dai pensieri paranoici al viaggio alla scoperta di sé e delle proprie crepe.

    L’attesa del verdetto della psicologa, la Dottoressa Fontaneto, che dovrà fornirgli una restituzione clinica sulla possibilità o meno di vedere Nora, scandisce bene l’angoscia che pervade il protagonista in questi sei giorni che precedono il famigerato giovedì. Infatti l’uomo, pur di sfuggire ai suoi demoni, intraprende un assurdo viaggio on the road che lo porterà dalla Liguria alle Marche.

    E Genova è l’altra grande protagonista di quest’opera, una città che non fa solo da cornice alla storia, ma che ne diventa parte attiva, sia dal punto di vista calcistico in riferimento allo stadio Luigi Ferraris, sia alle sue piazze e ai suoi scorci meno gettonati. Questa città in qualche modo è come se assorbisse il flusso di pensieri del protagonista, che per non farsi soffocare da questa forte stretta sceglie la fuga, inconsapevole in realtà, di aver soltanto paura di fallire, un’altra volta.

    Queste paure di Riccardo lo accompagnano per tutto il romanzo, ma nonostante la drammaticità delle tematiche trattate, l’intera opera è ricca di ironia e auto-ironia, tanto che il dramma degli eventi ha un ritmo talmente incalzante e scorrevole che la lettura risulta leggera e mai ridondante.

    Ho apprezzato moltissimo questa storia perché è una storia vera, che potrebbe accadere a ognuno di noi. Credo che questo romanzo, oltre ad avermi regalato bellissimi sorrisi per le situazioni più imbarazzanti di cui è vittimamente protagonista il nostro Riccardo, mi abbia anche regalato una grande consapevolezza: la speranza, è la sola ancora che ci salvi dall’abisso dei nostri fantasmi.

    Ti è crollata una diga dentro, le dico dopo che abbiamo provato per la terza volta, a fare l’amore.

    Non mi risponde.

    Sono due anni esatti che che ci conosciamo e forse questa è la prima volta che mi rendo conto di quanta sofferenza c’è in lei.

    Chiudo gli occhi e vedo un piccolo paese di montagna, completamente inondato, distrutto, annientato, annullato da milioni di metri cubi d’acqua, mista a tutto lo schifo possibile e immaginabile.

    Poi Anna mi abbraccia e stiamo in silenzio qualche minuto, completamente nudi, sotto le coperte della stanza dell’agriturismo che abbiamo trovato al volo su Booking.

    Nonostante l’operaio che ci sta dando dentro col martello pneumatico sulla terrazza al pianoterra, m i sembra di sentire, dalle macerie del paese distrutto dentro di me, le urla disperate di qualcuno che evidentemente è riuscito a non morire ancora. (p. 95-96)

    Grazie Michele per questo libro, non vedo l’ora di leggere il prossimo.

    Carlotta Lini

  • Kukum

    di Michel Jean

    Marcos y Marcos (2024)

    Traduzione di Sara Giuliani

    pp. 232

    €18 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

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    Un mare fra gli alberi. Acqua a perdita d’occhio, grigia o blu a seconda dell’umore del cielo, attraversata da correnti gelide. Il lago è al tempo stesso bello e terribile.

    Smisurato. E la vita vi è tanto fragile quanto ardente.

    Il sole sorge nella bruma mattutina, ma la sabbia conserva ancora la freschezza della notte. Da quanto tempo sto qui seduta davanti a Pekuakami?

    Mille macchie scure danzano fra le onde e starnazzano insolenti. La foresta è un universo di occultamento e silenzio. Prede e predatori rivaleggiano nell’arte di mimetizzarsi. Eppure, il vento porta con sé il chiasso degli uccelli migratori ben prima che appaiano in cielo, e il loro vocio è incontenibile.

    […] Non so come finirà la storia del nostro popolo. Per me è cominciata con quella cena, tra la foresta e il lago. (pp. 13-14)

    La vita della giovane protagonista, Almanda, quindicenne di orgini irlandesi, orfana e in custodia ai suoi zii, cambia radicalmente quando si innamora di Thomas, nomade innu che le insegna a vivere e ad amare. La ragazza molla tutto, la sua casa, le sue abitudini, le sue sicurezze, per inseguire quello che tutti i giovani adolescenti cercano a quell’età: se stessi. E nell’abbandonare i suoi panni di quotidianeità, Almanda scopre se stessa, scopre l’importanza dei legami famigliari, impara una nuova lingua, impara a procurarsi da sola il cibo per non morire di fame e scopre che la vita può essere altro. Il suo cambio radicale di esistenza è una scelta coraggiosa e impulsiva, tipica dell’adolescenza, difficilmente condivisibile dalla mente adulta, soprattutto se si considera che la storia comincia negli ultimi anni del 1800, ed è la storia (seppure un po’ romanzata) della bisnonna dell’autore, Michel Jean. L’autore non ci regala però soltanto uno scorcio di vita famigliare, ma ci regala un mondo intero, quello del Canada, delle sue origini, delle sue terre, dei suoi odori e delle sue radici. La lettura è scorrevole, si legge d’un fiato e ha il potere miracoloso di isolare il lettore tra le pareti di questo mondo da scoprire, lasciando fuori le voci dello stress contemporaneo.

    Il vento si alza e viene ad accarezzarmi il volto stanco. Il lago si agita. Sono soltanto una vecchia che ha vissuto troppo. Almeno a te, lago mio, non possono fare nulla. Sei immutabile. (p. 16)

    Almanda, ormai anziana si (e ci) racconta la sua storia. Attraverso i suoi ricordi, il lettore si fa cullare dalla natura che la circonda, perché la natura qui è parte attiva della storia, si fa personaggio. E così tra colori e magnifiche descrizione ci si lascia immergere nel selvaggio Québec, nella storia di una vita vera, abilmente narrata. Dei suoi genitori non ricorda quasi più nulla, se non alcuni dettagli fisici, ma tutto il resto non c’è più. Non sa se le due persone che l’hanno accudita fino ai suoi quindici anni le hanno voluto veramente bene, ma di sicuro hanno saputo prendersi cura di lei.

    Gli zii erano agricoltori, e la protagonista li descrive come stanchi e grandi lavoratori. La domenica andava con loro a messa, in settimana invece, prima di andare a scuola mungeva la mucche e si occupava della fattoria. La zia sognava per lei un futuro da insegnante, ma purtroppo la famiglia di Almanda non aveva i mezzi economici per farla studiare normalmente. Questo però non sembra importare alla giovane, forse perché il suo sogno era un altro, anche se ancora non lo sapeva.

    Ciò che emerge da questi ricordi è la forte voglia di andare oltre i propri confini, oltre le barriere geografiche. Cosa c’era oltre il suo mondo, al di là del fiume? È un mondo diverso da quello che conosciamo? Almanda se lo domanda spesso, affascinata e intimorita allo stesso tempo, perchè ciò che non si conosce, all’inizio, fa sempre un po’ paura.

    Una sera Almanda incontra Thomas, un giovane innu dalla pelle ambrata, alto, “bello nel suo silenzio”. Da quel primo breve incontro, ogni sera il ragazzo, di poco più grande di lei ma dallo sguardo saggio di chi conosce il mondo con sicurezza e rispetto, le fa visita. A piedi, o in canoa. I loro due mondi separati si incontrano e nonostante i diversi stili di vita e le barriere linguistiche, sono destinati a non separarsi più.

    “Mi piacerebbe vedere il fiume Péribonka e le sue montagne Thomas”.

    “Non avresti paura?”

    “Sì, un po’. Ma al tempo stesso…”

    “Mi piacerebbe che venissi, Almanda. In canoa” ha detto, puntando il dito davanti a sé, “a casa mia”.

    Ho guardato negli occhi chi mi stava chiedendo di seguirlo in capo al mondo. Ci ho visto il fiume, il lungo lago; al centro io e questo ragazzo dalle spalle larghe, lo sguardo sicuro. (p. 29)

    Nella prima parte del romanzo scopriamo insieme ad Almanda le regole di vita e di rispetto per la natura della comunità innu, mentre nella seconda parte soffriamo insieme a lei per lo sradicamento non soltanto delle foreste, e con esse della fauna che le abita, ma assistiamo anche alla distruzione e alla devastazione di un’intera popolazione. Come la storia (ma anche il presente) troppo spesso ci insegna, la bestialità umana pecca sempre di presunzione nel voler predominare le culture che non conosce, o meglio che non vuole neanche provare a conoscere. E così, attraversiamo un secolo di storia in cui il male umano emerge, strappando i figli innu da quelli che erano considerati i loro genitori selvaggi (si doveva rimuovere “l’indiano” dai bambini), la natura viene sventrata, abusata e la comunità innu in preda all’alcolismo finisce per autodestruggersi tra sconforto e miseria. Per fortuna però, il potere delle storie e l’importanza del tramandarle vede sempre il trionfo della luce, anche nei momenti che ci sembrano più bui e desolanti.

    Grazie a Kukum (la bisnonna Almanda), e al suo pronipote Michel (l’autore) oggi la speranza è ancora viva, e sono convinta che la storia di questa donna straordinaria verrà preservata, di generazione in generazione, pagina dopo pagina.

    Carlotta Lini

  •  Luca Tosi è nato a Cesena nel 1990 e attualmente vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi su «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), su minima&moralia, sulla rivista «’tina» diretta da Matteo B. Bianchi e nelle antologie Matti di guerra (Morellini Editore), curata da Andrea Tarabbia, e Cuore di Pietra (Skinnerboox), curata da Federico Clavarino e Wu Ming 2. Ragazza senza prefazione è il suo romanzo d’esordio.

    1. Gent.mo Luca,grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog. La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

    A questa domanda, mi rendo conto, potrei cambiar risposta a seconda del tipo di momento o di giornata in cui mi trovo. Adesso come adesso, però, non hodubbi. Ti dico Parise. Durante questa estate ho letto molto di Parise, ci sono tornato sopra a qualche anno di distanza e come spesso mi succede rileggendo libri e autori che ho già letto, si sono aperti nuovi spiragli. Mi interessa molto il tiro che la scrittura di Parise ha nei “Sillabari”, in particolare l’effetto che crea, almeno su di me: mi sembra che riesca, in modo sorprendente, a cavalcare un ritmo che riflette lo scorrere del tempo di momento in momento, di parola in parola, pur raccontando sentimenti, la lente d’ingrandimento è sempre posta sui sentimenti. Mi piacerebbe chiedergli cosa lo ha portato a scrivere con questo ritmo “andante”, che cosa c’è sotto.

    2. Il titolo “Ragazza senza prefazione” è fortemente evocativo. In che modo l’assenza di una ‘prefazione’ dell’altro, incide oggi sulle nostre vite? Le piacerebbe se ci fosse?

    No. Sarebbe distopica, una prefazione intesa come didascalia svelata di ogni persona. In realtà però è evidente che ognuno di noi lavora tanto mentalmenteprefigurando sulle persone, in modo anche istintivo, basandosi su apparenze di ogni tipo, reali o virtuali. Ecco, forse, se c’è una prefazione di ognuno di noi oggi, è proprio dentro un profilo online. Il titolo “Ragazza senza prefazione” è anche, in qualche modo, una speranza, un antidoto che si finisce per auto-augurarsi, dato che come dicevo è forse impossibile non crearsi una prefazione una per ogni persona con cui si entra in contatto, anche solo da un telefono. Ma fa parte delle cose, fa parte dello stare al mondo oggi, non ci vedo per forza un difetto in questo, a me piaceva il contrasto che il titolo crea a livello di immaginario e di aspettative, per questo poi l’ho scelto.

    3. La sua scrittura ha un ritmo che ricorda il montaggio cinematografico: tagli netti, silenzi, sguardi. Il cinema ha influenzato il suo modo di raccontare?

    In una qualche misura sì. Mi piace molto lavorare sul ritmo, anche se mi costa tanto in termini di limatura e tempo, e per farlo lavoro soprattutto di sottrazione. Fa parte del mio gusto arrivare a un risultato che per me sia decente, sulla pagina, dove ogni parola o frase conferisca al testo, nell’economia di un paragrafo, tanti cambi di ritmo: per me il ritmo si riesce a creare solo così, quando di frase in frase ci sono battiti alternanti di sentimento ed effetto, idee e svolte una dietro l’altra, anche a livello di senso e logica. È una qualità che ricerco anche da lettore, nella poesia la ritrovo e in generale nelle narrazioni brevi, dove anche i non detti e gli spazi vuoti “parlano”, o almeno suggeriscono. Suggerire è l’effetto che preferisco, in narrativa. Mai spiegare. Le mie prime stesure sono spesso più discorsive, c’è una prosa più folta, ma poi è proprio il mio gusto che mi costringe a stare appiccicato alla pagina e a non sprecare una parola che sia una. Non ho ancora capito se è anche un limite, questo, nel mio caso, perché comunque mi ritrovo a tagliare tantissimo.

    4. La sua opera, pubblicata da TerraRossa Edizioni nel 2022, si inserisce in un panorama narrativo in cui la figura femminile viene spesso raccontata dallavoce di un protagonista maschile. Secondo lei oggi c’è ancora spazio perl’editoria maschile?

    Oddio, spero di sì. In generale, spero che ci sia sempre spazio per chi scrive cose belle, il più possibile slegate dalle tendenze, dalla politica in senso largoe dalla censura, fra cui inserirei soprattutto l’autocensura. In questo senso, di questi tempi, è probabile che certi autori miei coetanei, anche inconsciamente, stiano facendo i conti con un’autocensura legata a pensieri e idee che potrebbero essere recepiti come inadatti, sotto varie logiche. A volte ho questa sensazione: che sia facile, oggi, incorrere nel limitarsi nella spontaneità dello scrivere per paura di pestare delle merde. E fare compromessi, ripeto, anche inconsci. Non è facile averne il polso, questo è sicuro. Comunque, il mio unico parametro quando leggo o scrivo è cercare di capire, sempre secondo il filtro del mio gusto, che ormai è l’unico filtro che uso, se quello che sto leggendo è bello e non solo bello “adesso”, ma se lo potrà essere anche fra venti, trenta, cinquant’anni. Sicuramente il mercato editoriale è gonfio di libri che, trascorsi i tempi attuali (a i tempi attuali durano sempre meno, in termini di anni) finiranno nel dimenticatoio e menomale che sia così. Bisogna provarea scorgere la qualità e la bellezza di un testo, secondo me, oltre i parametri utili a un dato periodo o l’altro.

    5. Diventare scrittore era il suo sogno di bambino o si immaginava diversamente?

    Non sognavo di fare lo scrittore da piccolo, zero proprio. Mi ricordo però che mi venivan delle idee, idee di frasi, di parole accostate insieme. È un meccanismo che si è conservato, in me, nel tempo e che è rimasto sempre uguale, c’è sempre un momento della giornata dove un’idea di frase, di personaggio, di libro si presenta e io magari me la segno, oppure può anche essere che non me la segno e me la scordo. Mi capitava da bambino come mi capita oggi, la radice è la stessa. È cambiato sicuramente l’approccio. Scrivere richiede tanta pratica, familiarità col fallimento sulla pagina, soprattutto sulla lunghezza, tempo, pazienza. A me è la pazienza che manca. Molte volte mi tiro i colpi perché non mi sono segnato idee di cose da scrivere che sul momento mi erano sembrate decisive, è che sorgono sempre mentre sto facendo altro. Ho imparato a tenerle in testa immaginando puntine su un atlante bianco, fisso le idee in un ridicolo modo che definirei “geografico” sul vuoto, ma non funziona sempre, a volte le dimentico lo stesso. Da bambino ovviamente erano passeggere, momentanee queste idee, non le conservavo in nessuna maniera e non mi interessava neanche farlo, però ricordo bene lo stesso tipo di sensazione di adesso.

    6. L’elemento ironico è predominante in tutta la sua narrazione, ma oggi, diciamolo, fare dell’umorismo è cosa assai ardua perché la denuncia è sempre dietro l’angolo. Lei cosa ne pensa del “politically correct”: era giusto correggere il tiro di certe battute o siamo solo più permalosi?

    In parte l’ho detto sopra. In generale a me sembra che sia più quello che si perde, che quello che si guadagna col timore di pestare delle merde scrivendo. Però dev’esserci anche coerenza. Se una battuta scorretta, amara, offensiva la dice un personaggio scapestrato, che ne so, semi-analfabeta, insomma un tipoche può permettersi di dire quella battuta in termini di credibilità interna al testo, allora è sacrosanto che la dica, non ci dovrebbe proprio essere alternativa o compromesso. L’importante è che la battuta non sia gratuita, ma messa in bocca al personaggio secondo i suoi connotati e la sua voce. Mi viene in mente una poesia di Nino Pedretti che s’intitola “Orgasmo”, è in dialetto romagnolo con annessa traduzione dello stesso Pedretti. Comincia col verso “Adès i cieva tótt”, che in dialetto significa “Adesso chiavano tutti” e lodice (la poesia è una sorta di brevissimo monologo) una vecchia appostata alla porta di casa che ragiona su come le ragazze di oggi abbiano più libertà di quanta ne avesse avuta lei da giovane. Pedretti però si traduce così: “Adesso fanno tutti sesso”, o addirittura, mi pare di aver letto da qualche parte, che in una versione precedente avesse tradotto: “Adesso c’è libertà di coito”. Èevidente che entrambe queste sue traduzioni non stanno in bocca a una vecchia irrancidita, non è più lo stesso personaggio di prima, perde la sua pelle. Questo penso valga per ogni tipo di battuta, se c’è una coerenza narrativa non bisogna preoccuparsi del politicamente corretto, ma solo seguire ciò che i personaggi ti chiedono.

    7. Se la sua vita fosse una sit-com, quale pensa che sarebbe?

    Non ne ho idea. Non per fare lo snob ma giuro, non le ho mai guardate.

    8. Nel romanzo si avverte un senso di disorientamento, come se il lettore fosse invitato a perdersi nella storia. Quanto è voluto questo spaesamento narrativo?Ha mai avuto paura che i lettori potessero fraintendere il senso del libro?

    Mi vien da dire che lo spaesamento che può percepire il lettore è circa quello che vive Marcello, il protagonista del libro, che cammina a passo stanco per il paese in cui è cresciuto senza ritrovarsi, e senza ritrovare il paese in sé. C’è di sicuro un senso di straniamento in lui, ecco, più che di disorientamento. Marcello cerca di snebbiarsi, vorrebbe far ritorno a casa dopo la passeggiata con le idee più chiare rispetto a quando è uscito per camminare poche ore prima, ma non riesce assolutamente nel suo intento, o se ci riesce è solo in una piccola parte. Non penso che il lettore possa perdersi o fraintendere, cioè, non più di questo, perché la voce di Marcello (sì, in certi momenti rimugina e tende all’accumulo di pensieri e situazioni) si scandaglia da sola, pretende chiarezza, proprio perché lui ha un bisogno interiore di mettere ordine. In questo senso, penso che i due estremi si compensino. Invece, alcuni lettori che conoscono bene Santarcangelo e i suoi luoghi più simbolici mi hanno detto che si sono disorientati, e questo lo capisco e in un certo senso volevo che accadesse: ho affastellato i luoghi del paese secondo una mia mappa che non segue quella vera del territorio, e quindi i nomi di piazze, vie, bar sono quasi tutti veri, ma li ho disposti come pareva a me. Volevo costruire una mia Santarcangelo “mentale” e della memoria, un po’, ma non è un paragone,come ha fatto Fellini con la Rimini di “Amarcord”.

    9. Qual è stata la scena o il passaggio più difficile da scrivere, e perché?

    Quando provo a scrivere un romanzo parto quasi sempre stracarico di idee,ma spesso arrivo scarico al finale. Tirare i fili alla fine è stata la parte più complicata, se ricordo bene, in termini di tenuta narrativa: questo perché allo stesso tempo volevo, nella seconda parte, che il libro si aprisse anche a temi accessori che sono rimasti solo suggeriti, accennati, sottosviluppati rispetto a quelli principali. Il rapporto infantile e raffazzonato che ha Marcello con la fede, per dirne uno. Questo “scivolo” verso il basso nella seconda parte delle storie fa parte del mio gusto, mi piacciono i romanzi e anche i film che si concedono una quota lirica quando possono, dove i punti fissi a un certo momento si diradano, passano in secondo piano per liberare altro, e magari confluire poi in un finale aperto, come appunto succede in “Ragazza senza prefazione”. Non è facile, sia come effetto da creare, sia come materia da scrivere, ti rendi presto conto di aver lavorato su certe sfaccettature primarieche dai per assodate, poi però è bello metterle in discussione, mostrare risvolti minori, ombre e luci laterali, ma appunto ti può risultare più complicato tenerle insieme e c’è da scervellarsi. Resta comunque una dimensione che mi piace, sento la mancanza della lirica nei testi che leggo e che scrivo quando non la riscontro, quindi tanto vale faticare un po’ di più pur di arrivare a contemplarla nell’insieme di una storia. 

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

    Sì. A novembre di quest’anno uscirà “Oppure il diavolo”, il mio secondo libro, sempre per TerraRossa Edizioni. Non posso dire molto, dico solo che si tratta di un romanzo che, secondo me, ha una sua continuità con “Ragazza senza prefazione” per lingua, ironia, ambientazione, ritmo, ma contiene varie sorprese ed elementi della mia scrittura che ho voluto sperimentare e che sonodel tutto nuovi. Di sicuro è una storia meno scanzonata, cambia l’atmosferagenerale e ci sono sapori diversi legati alla voce narrante. Nel frattempo continuo a scrivere racconti, periodicamente appaiono su riviste, come faccio ormai da parecchi anni a questa parte. 

    di Carlotta Lini