Negli ultimi anni mi sono accorta di cercare sempre più spesso romanzi ambientati in Oriente o scritti da autori che hanno vissuto o vivono lì (come ad esempio la sempre magnifica Laura Imai Messina, Mateusz Urbanowicz con le sue Botteghe dedicate a Tokyo, reali o immaginarie che siano, o la non-guida “Spettro Urbano” scritta a quattro mani da Damiana De Gennaro e Marta Fanasca). Non è una semplice curiosità verso un’altra cultura, né il desiderio di inseguire una moda editoriale. È qualcosa di più intenso per me. Fin da quando ero bambina ho sempre avuto un forte fascino per la cultura soprattutto giapponese (a dodici anni cercai perfino di impararlo da autodidatta). Quando apro questi libri ho la sensazione di entrare in un luogo in cui il tempo rallenta e quasi si ferma, è come se avessero la capacità di trasportarmi in un’altra dimensione. Le storie sembrano procedere lentamente, senza il bisogno di continui colpi di scena. Sono romanzi che trovano significato nei dettagli: una tazza di tè preparata con cura, il profumo dei fiori appena recisi, una libreria di quartiere, un dolce condiviso in silenzio. Piccoli gesti che diventano il modo più autentico per raccontare la solitudine, il dolore e la possibilità di ricominciare.
Questi sono cinque romanzi orientali che, per motivi diversi, mi hanno lasciato qualcosa.
Il magico studio fotografico di Hirasaka – Sanaka Hiiragi (Feltrinelli)

Parlare di morte non è facile, ma se lo si fa con la dovuta sensibilità, allora può davvero diventare una lettura piacevole.
L’idea narrativa è affascinante: uno studio fotografico dove le persone, prima di lasciare definitivamente questo mondo, possono rivivere un ultimo ricordo e scegliere l’immagine che le accompagnerà nell’eternità.
Sembra un romanzo costruito su un espediente fantastico, ma ben presto ci si accorge che il cuore della storia è altrove. Sanaka Hiiragi riflette sul valore dei ricordi, sul peso dei rimpianti e sull’importanza dei piccoli momenti che spesso comprendiamo soltanto quando sono ormai trascorsi.
È un libro malinconico, che invita a guardare la vita con un maggiore senso di gratitudine.
I miei giorni alla libreria Morisaki – Satoshi Yagisawa (Feltrinelli)

Un romanzo capace davvero di farci sentire bene, parte lentissimo e ci mette un po’ ad ingranare, ma è una lettura capace di infondere coraggio e speranza in chi ci si approccia.
Dopo una delusione sentimentale, la protagonista si rifugia nella piccola libreria dello zio, nel quartiere di Jinbōchō, il paradiso dei libri usati di Tokyo. Qui, tra scaffali impolverati e clienti abituali, scopre lentamente una nuova versione di sé.
Non aspettatevi una trama ricca di eventi, si può dire che non succeda quasi nulla di eclatante, ma il fascino del romanzo sta proprio nella sua semplicità. Yagisawa racconta la rinascita attraverso i libri, mostrando come la letteratura possa diventare un luogo sicuro in cui fermarsi, respirare e ritrovare la propria direzione.
Per chi ama leggere, è impossibile non sentirsi a casa.
Una stanza per Momoko – Chisako Wakatake (Piemme)

Fra i romanzi che ho letto di recente, questo è probabilmente quello che affronta con maggiore sensibilità il tema della solitudine da anziani.
Attraverso una scrittura delicata e profondamente empatica, Chisako Wakatake racconta la solitudine, il senso del dovere, l’invecchiamento e il difficile equilibrio tra ciò che desideriamo e ciò che sentiamo di dover fare.
Momoko, ormai anziana, sente di non aver veramente vissuto, ma ora che è vedova riflette sul poco tempo che le resta e sulle scelte fatte da giovane e pian piano cerca di volersi bene nonostante le incomprensioni e le fatiche della vita.
È una lettura che invita a rallentare, a non farsi soffocare dallo stress e ci ricorda che l’amore per se stessi è il primo passo verso la felicità.
La serie della Pasticceria di mezzanotte – Noriko Onuma (Garzanti)

Se dovessi scegliere una parola per descrivere questa serie, sarebbe “casa”, perché ha il potere di farmi sentire in pace.
Ogni volume ruota attorno a una pasticceria che apre quando il resto della città si prepara a dormire. Tra dolci, clienti abituali e incontri inattesi prendono forma storie che parlano di perdita, speranza, amicizia e seconde occasioni.
Il cibo, nella narrativa giapponese, raramente è un semplice elemento decorativo. Diventa allo stesso tempo un linguaggio affettivo e un’occasione di incontro.
Questa serie, composta di quattro volumi, trasmette serenità ed è un luogo sicuro in cui sentirsi bene.
L’apprendista dei fiori – Yukihisa Yamamoto (Garzanti)

Fra tutti questi romanzi, è forse quello che più celebra la bellezza della scoperta di sè.
L’arte della composizione floreale diventa una metafora della crescita personale. Imparare a osservare un fiore significa imparare a osservare anche se stessi, accettando che ogni stagione abbia il proprio ritmo e che non tutto possa essere controllato.
Yamamoto costruisce una storia delicata, in cui disciplina, pazienza e sensibilità convivono senza mai trasformarsi in lezione morale. Ogni pagina restituisce il senso di un apprendimento che riguarda non solo un mestiere, ma un modo di stare al mondo.
È uno di quei romanzi che, una volta chiusi, continuano a fiorire nella memoria del lettore.
Quello che più mi affascina di questi libri è la loro capacità di dare importanza all’ordinario. Forse è proprio questo il motivo per cui continuo a cercare queste storie. Ogni volta che ne termino una, ho la sensazione di aver viaggiato lontano senza essermi mai allontanata davvero. E, soprattutto, di aver imparato a guardare con maggiore attenzione le piccole cose che rendono straordinaria la quotidianità.
Carlotta Lini
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