•  Luca Tosi è nato a Cesena nel 1990 e attualmente vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi su «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), su minima&moralia, sulla rivista «’tina» diretta da Matteo B. Bianchi e nelle antologie Matti di guerra (Morellini Editore), curata da Andrea Tarabbia, e Cuore di Pietra (Skinnerboox), curata da Federico Clavarino e Wu Ming 2. Ragazza senza prefazione è il suo romanzo d’esordio.

    1. Gent.mo Luca,grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog. La nostra rubrica, come sa, s’intitola Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

    A questa domanda, mi rendo conto, potrei cambiar risposta a seconda del tipo di momento o di giornata in cui mi trovo. Adesso come adesso, però, non hodubbi. Ti dico Parise. Durante questa estate ho letto molto di Parise, ci sono tornato sopra a qualche anno di distanza e come spesso mi succede rileggendo libri e autori che ho già letto, si sono aperti nuovi spiragli. Mi interessa molto il tiro che la scrittura di Parise ha nei “Sillabari”, in particolare l’effetto che crea, almeno su di me: mi sembra che riesca, in modo sorprendente, a cavalcare un ritmo che riflette lo scorrere del tempo di momento in momento, di parola in parola, pur raccontando sentimenti, la lente d’ingrandimento è sempre posta sui sentimenti. Mi piacerebbe chiedergli cosa lo ha portato a scrivere con questo ritmo “andante”, che cosa c’è sotto.

    2. Il titolo “Ragazza senza prefazione” è fortemente evocativo. In che modo l’assenza di una ‘prefazione’ dell’altro, incide oggi sulle nostre vite? Le piacerebbe se ci fosse?

    No. Sarebbe distopica, una prefazione intesa come didascalia svelata di ogni persona. In realtà però è evidente che ognuno di noi lavora tanto mentalmenteprefigurando sulle persone, in modo anche istintivo, basandosi su apparenze di ogni tipo, reali o virtuali. Ecco, forse, se c’è una prefazione di ognuno di noi oggi, è proprio dentro un profilo online. Il titolo “Ragazza senza prefazione” è anche, in qualche modo, una speranza, un antidoto che si finisce per auto-augurarsi, dato che come dicevo è forse impossibile non crearsi una prefazione una per ogni persona con cui si entra in contatto, anche solo da un telefono. Ma fa parte delle cose, fa parte dello stare al mondo oggi, non ci vedo per forza un difetto in questo, a me piaceva il contrasto che il titolo crea a livello di immaginario e di aspettative, per questo poi l’ho scelto.

    3. La sua scrittura ha un ritmo che ricorda il montaggio cinematografico: tagli netti, silenzi, sguardi. Il cinema ha influenzato il suo modo di raccontare?

    In una qualche misura sì. Mi piace molto lavorare sul ritmo, anche se mi costa tanto in termini di limatura e tempo, e per farlo lavoro soprattutto di sottrazione. Fa parte del mio gusto arrivare a un risultato che per me sia decente, sulla pagina, dove ogni parola o frase conferisca al testo, nell’economia di un paragrafo, tanti cambi di ritmo: per me il ritmo si riesce a creare solo così, quando di frase in frase ci sono battiti alternanti di sentimento ed effetto, idee e svolte una dietro l’altra, anche a livello di senso e logica. È una qualità che ricerco anche da lettore, nella poesia la ritrovo e in generale nelle narrazioni brevi, dove anche i non detti e gli spazi vuoti “parlano”, o almeno suggeriscono. Suggerire è l’effetto che preferisco, in narrativa. Mai spiegare. Le mie prime stesure sono spesso più discorsive, c’è una prosa più folta, ma poi è proprio il mio gusto che mi costringe a stare appiccicato alla pagina e a non sprecare una parola che sia una. Non ho ancora capito se è anche un limite, questo, nel mio caso, perché comunque mi ritrovo a tagliare tantissimo.

    4. La sua opera, pubblicata da TerraRossa Edizioni nel 2022, si inserisce in un panorama narrativo in cui la figura femminile viene spesso raccontata dallavoce di un protagonista maschile. Secondo lei oggi c’è ancora spazio perl’editoria maschile?

    Oddio, spero di sì. In generale, spero che ci sia sempre spazio per chi scrive cose belle, il più possibile slegate dalle tendenze, dalla politica in senso largoe dalla censura, fra cui inserirei soprattutto l’autocensura. In questo senso, di questi tempi, è probabile che certi autori miei coetanei, anche inconsciamente, stiano facendo i conti con un’autocensura legata a pensieri e idee che potrebbero essere recepiti come inadatti, sotto varie logiche. A volte ho questa sensazione: che sia facile, oggi, incorrere nel limitarsi nella spontaneità dello scrivere per paura di pestare delle merde. E fare compromessi, ripeto, anche inconsci. Non è facile averne il polso, questo è sicuro. Comunque, il mio unico parametro quando leggo o scrivo è cercare di capire, sempre secondo il filtro del mio gusto, che ormai è l’unico filtro che uso, se quello che sto leggendo è bello e non solo bello “adesso”, ma se lo potrà essere anche fra venti, trenta, cinquant’anni. Sicuramente il mercato editoriale è gonfio di libri che, trascorsi i tempi attuali (a i tempi attuali durano sempre meno, in termini di anni) finiranno nel dimenticatoio e menomale che sia così. Bisogna provarea scorgere la qualità e la bellezza di un testo, secondo me, oltre i parametri utili a un dato periodo o l’altro.

    5. Diventare scrittore era il suo sogno di bambino o si immaginava diversamente?

    Non sognavo di fare lo scrittore da piccolo, zero proprio. Mi ricordo però che mi venivan delle idee, idee di frasi, di parole accostate insieme. È un meccanismo che si è conservato, in me, nel tempo e che è rimasto sempre uguale, c’è sempre un momento della giornata dove un’idea di frase, di personaggio, di libro si presenta e io magari me la segno, oppure può anche essere che non me la segno e me la scordo. Mi capitava da bambino come mi capita oggi, la radice è la stessa. È cambiato sicuramente l’approccio. Scrivere richiede tanta pratica, familiarità col fallimento sulla pagina, soprattutto sulla lunghezza, tempo, pazienza. A me è la pazienza che manca. Molte volte mi tiro i colpi perché non mi sono segnato idee di cose da scrivere che sul momento mi erano sembrate decisive, è che sorgono sempre mentre sto facendo altro. Ho imparato a tenerle in testa immaginando puntine su un atlante bianco, fisso le idee in un ridicolo modo che definirei “geografico” sul vuoto, ma non funziona sempre, a volte le dimentico lo stesso. Da bambino ovviamente erano passeggere, momentanee queste idee, non le conservavo in nessuna maniera e non mi interessava neanche farlo, però ricordo bene lo stesso tipo di sensazione di adesso.

    6. L’elemento ironico è predominante in tutta la sua narrazione, ma oggi, diciamolo, fare dell’umorismo è cosa assai ardua perché la denuncia è sempre dietro l’angolo. Lei cosa ne pensa del “politically correct”: era giusto correggere il tiro di certe battute o siamo solo più permalosi?

    In parte l’ho detto sopra. In generale a me sembra che sia più quello che si perde, che quello che si guadagna col timore di pestare delle merde scrivendo. Però dev’esserci anche coerenza. Se una battuta scorretta, amara, offensiva la dice un personaggio scapestrato, che ne so, semi-analfabeta, insomma un tipoche può permettersi di dire quella battuta in termini di credibilità interna al testo, allora è sacrosanto che la dica, non ci dovrebbe proprio essere alternativa o compromesso. L’importante è che la battuta non sia gratuita, ma messa in bocca al personaggio secondo i suoi connotati e la sua voce. Mi viene in mente una poesia di Nino Pedretti che s’intitola “Orgasmo”, è in dialetto romagnolo con annessa traduzione dello stesso Pedretti. Comincia col verso “Adès i cieva tótt”, che in dialetto significa “Adesso chiavano tutti” e lodice (la poesia è una sorta di brevissimo monologo) una vecchia appostata alla porta di casa che ragiona su come le ragazze di oggi abbiano più libertà di quanta ne avesse avuta lei da giovane. Pedretti però si traduce così: “Adesso fanno tutti sesso”, o addirittura, mi pare di aver letto da qualche parte, che in una versione precedente avesse tradotto: “Adesso c’è libertà di coito”. Èevidente che entrambe queste sue traduzioni non stanno in bocca a una vecchia irrancidita, non è più lo stesso personaggio di prima, perde la sua pelle. Questo penso valga per ogni tipo di battuta, se c’è una coerenza narrativa non bisogna preoccuparsi del politicamente corretto, ma solo seguire ciò che i personaggi ti chiedono.

    7. Se la sua vita fosse una sit-com, quale pensa che sarebbe?

    Non ne ho idea. Non per fare lo snob ma giuro, non le ho mai guardate.

    8. Nel romanzo si avverte un senso di disorientamento, come se il lettore fosse invitato a perdersi nella storia. Quanto è voluto questo spaesamento narrativo?Ha mai avuto paura che i lettori potessero fraintendere il senso del libro?

    Mi vien da dire che lo spaesamento che può percepire il lettore è circa quello che vive Marcello, il protagonista del libro, che cammina a passo stanco per il paese in cui è cresciuto senza ritrovarsi, e senza ritrovare il paese in sé. C’è di sicuro un senso di straniamento in lui, ecco, più che di disorientamento. Marcello cerca di snebbiarsi, vorrebbe far ritorno a casa dopo la passeggiata con le idee più chiare rispetto a quando è uscito per camminare poche ore prima, ma non riesce assolutamente nel suo intento, o se ci riesce è solo in una piccola parte. Non penso che il lettore possa perdersi o fraintendere, cioè, non più di questo, perché la voce di Marcello (sì, in certi momenti rimugina e tende all’accumulo di pensieri e situazioni) si scandaglia da sola, pretende chiarezza, proprio perché lui ha un bisogno interiore di mettere ordine. In questo senso, penso che i due estremi si compensino. Invece, alcuni lettori che conoscono bene Santarcangelo e i suoi luoghi più simbolici mi hanno detto che si sono disorientati, e questo lo capisco e in un certo senso volevo che accadesse: ho affastellato i luoghi del paese secondo una mia mappa che non segue quella vera del territorio, e quindi i nomi di piazze, vie, bar sono quasi tutti veri, ma li ho disposti come pareva a me. Volevo costruire una mia Santarcangelo “mentale” e della memoria, un po’, ma non è un paragone,come ha fatto Fellini con la Rimini di “Amarcord”.

    9. Qual è stata la scena o il passaggio più difficile da scrivere, e perché?

    Quando provo a scrivere un romanzo parto quasi sempre stracarico di idee,ma spesso arrivo scarico al finale. Tirare i fili alla fine è stata la parte più complicata, se ricordo bene, in termini di tenuta narrativa: questo perché allo stesso tempo volevo, nella seconda parte, che il libro si aprisse anche a temi accessori che sono rimasti solo suggeriti, accennati, sottosviluppati rispetto a quelli principali. Il rapporto infantile e raffazzonato che ha Marcello con la fede, per dirne uno. Questo “scivolo” verso il basso nella seconda parte delle storie fa parte del mio gusto, mi piacciono i romanzi e anche i film che si concedono una quota lirica quando possono, dove i punti fissi a un certo momento si diradano, passano in secondo piano per liberare altro, e magari confluire poi in un finale aperto, come appunto succede in “Ragazza senza prefazione”. Non è facile, sia come effetto da creare, sia come materia da scrivere, ti rendi presto conto di aver lavorato su certe sfaccettature primarieche dai per assodate, poi però è bello metterle in discussione, mostrare risvolti minori, ombre e luci laterali, ma appunto ti può risultare più complicato tenerle insieme e c’è da scervellarsi. Resta comunque una dimensione che mi piace, sento la mancanza della lirica nei testi che leggo e che scrivo quando non la riscontro, quindi tanto vale faticare un po’ di più pur di arrivare a contemplarla nell’insieme di una storia. 

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

    Sì. A novembre di quest’anno uscirà “Oppure il diavolo”, il mio secondo libro, sempre per TerraRossa Edizioni. Non posso dire molto, dico solo che si tratta di un romanzo che, secondo me, ha una sua continuità con “Ragazza senza prefazione” per lingua, ironia, ambientazione, ritmo, ma contiene varie sorprese ed elementi della mia scrittura che ho voluto sperimentare e che sonodel tutto nuovi. Di sicuro è una storia meno scanzonata, cambia l’atmosferagenerale e ci sono sapori diversi legati alla voce narrante. Nel frattempo continuo a scrivere racconti, periodicamente appaiono su riviste, come faccio ormai da parecchi anni a questa parte. 

    di Carlotta Lini

  • La meravigliosa lampada di Paolo Lunare

    di Cristò

    TerraRossa Edizioni, Sperimentali 2019

    https://amzn.to/4obc4gs

    pp. 102

    €13 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

    Ho appena terminato la lettura di questo inno alla vita, alla sua imponenza e alla sua spietata fragilità. Se posso, preferisco sempre recensire un’opera a freddo, non mentre sono ancora in preda alle emozioni, perché difficilmente riesco a essere obiettiva. Questa volta farò un’eccezione, perché la scrittura di Cristò è un vero abisso: ti afferra e ti trascina a sé, dolcemente, ma con tutta la sua forza.

    Paolo (Lunare, appunto) e Petra, sua moglie, si conoscono dai tempi del Liceo. Sono entrambi orfani di un genitore. Ed entrambi si nascondono dietro ai loro segreti. Non con malizia, ma con paura. Paura di non essere l’uno all’altezza dell’altra. E così, ormai quarantenni si nascondono dietro a falsi sorrisi e nottate separate. Lei nel letto, lui in garage a lavorare segretamente al regalo perfetto per il loro anniversario. Una lampada che con cura e dedizione coltiva e perfeziona da tre anni. Vuole ricreare la perfetta luce naturale, quella che inonda la stanza, quella che rasserena e dà gioia. Tutto questo per rendere felice sua moglie Petra. Ma quando Paolo, una notte, finalmente collauda il suo lungo esperimento e lo accende, la sorpresa che gli rivela questa lampada è incredibile. Se da un lato sarà un trionfo, dall’altro sarà l’inizio della fine.

    Più di venti anni dopo quell’acquazzone estivo, in una notte di metà ottobre in cui aveva sentito freddo per la prima volta dopo una lunga e torrida estate, Paolo Lunare accese la sua meravigliosa lampada e, dopo tre ani di fallimenti, quello che vide non fu la luce del sole ma qualcosa di molto più straordinario e che lo lasciò senza parole.

    (p. 24)

    L’autore sviluppa questa storia in tre atti: il primo introduttivo e decisamente più lento, volto a creare l’atmosfera e a portare il lettore in uno stato di abbandono e piacere. Il secondo atto è invece carico di tensione, di attesa, di non detto e di menzogna. Il terzo ed ultimo, quello conclusivo, è poesia. Una dedica intima e sentita all’amore e alla vita. Non ci sono smancerie, serenate o eclatanti gesti romantici, ma le parole che accompagnano il lettore verso la fine dell’opera confermano quanto questo autore sappia far vibrare le parole oltre ogni barriera umana e linguistica .

    Nella casa silenziosa Petra sentì rimbombare le proprie bugie talmente forte che per un attimo temette che Paolo potesse essere svegliato da tutto quel baccano. In ogni caso avrebbe dovuto alzarsi non oltre le sette e trenta per non fare tardi al lavoro.

    Si guardò nello specchio dell’ingresso: i capelli ingarbugliati dal sonno le davano un’aria trasandata e rendevano più evidenti i pochi tratti somatici che aveva malauguratamente ereditato da sua madre; la piccola fototessera incastrata nell’angolo superiore dello specchio, che la ritraeva in un sorriso incerto di pochi giorni precedente alla sua scomparsa, le assomigliava ogni giorno di più.

    Anche quella foto era una menzogna, un modo per ricordarsi di fingere ogni giorno di avere un’amata madre da commemorare.

    (p. 27)

    La storia di Paolo e Petra, uniche due figure attorno cui ruota l’intera narrazione (a parte, ovviamente, la lampada) è la storia di una coppia che si frequenta da sempre, ma che non si conosce affatto. Il tema dell’identità viene quindi proposto ma in maniera nuova, perché chi mente lo fa senza secondi fini. Lo fa perché non può farne a meno, perché è parte del suo essere, e anche se non è giusto, è inevitabile.

    La cura con cui viene data la tridimensionalità a entrambi i personaggi è sorprendente, perché l’autore riesce a rimanere neutralmente distaccato senza mai svelare la sua preferenza e la sua posizione. Si sorride, ci si emoziona, ci si rattrista. Questo viaggio verso la nostra anima ci conduce ben oltre le aspettative: là, dove sogno e realtà si incontrano, e ne nasce una magia.

    Carlotta Lini

  • Ho creato questo blog e successivamente i vari canali social ad esso legati, per condividere la mia passione: leggere. Amo i libri in particolare, per come mi fano sentire: libera.

    Non tutti hanno questo privilegio, non solo di lettura, ma soprattutto di libertà. Oggi, perciò, mi sento libera di urlare dentro questa pagina ed esprimere tutto il mio disprezzo e disgusto verso il nostro genere umano. Non soltanto per quello che sta accadendo, e che non scordiamoci, è accaduto non troppi anni fa, ma per l’ignoranza dilagante che ci circonda. La mancanza di empatia, di rispetto verso l’umanità è qualcosa che non tollero e non ammetto.

    Vado al dunque: ero a tavola, con altre persone (per fortuna non mie amiche). Tv accesa. Al vedere i video dell’assalto barbarico alle imbarcazioni che trasportano persone, volontarie, che non soltanto portano aiuto morale e fisico ma danno la vita per questo gesto, a tale visione e al loro impedimento di proseguire nella loro corsa contro la morte, in soccorso alla vita, tali “belve” che mi circondano esclamano indignate” Speriamo che se li tengano, sti coglioni”.

    Se questa è l’intelligenza umana, allora evviva quella artificiale, facciamoci soppiantare subito. Ho sempre agito silenziosamente, ora basta. Non si può stare in silenzio, non si può accettare questo disgustoso atteggiamento. Il credo politico non conta, contano i valori umani. Ma è proprio vero che finché una cosa non ci tocca da vicino, in prima persona, ce ne freghiamo altamente.

    “Non serve a niente, tanto quelli la si fanno sempre la guerra. Che non ci rompessero a noi”.

    Oggi ho provato sulla mia pelle la giusta distanza dal distacco. Urlavo ma nessuno mi sentiva. Seduta a tavola con le bestie. Me ne sono andata, li ho lasciati nella loro ignoranza patinata. Non auguro a nessuno il male perchè sono una brava persona, ma auguro loro di ricevere un giorno, la speranza di ricredersi e capire che se tutti la pensassero come loro e non-agissero come loro, saremmo già tutti quanti estinti come i dinosauri. Siamo bestie, non esseri umani. Sono solo disgustata, ma non perdo la speranza. Certo una consapevolezza si è fatta strada tra i miei pensieri. Questo Halloween, ad alcuni, la maschera non servirà affatto.

  • Giulia Lombezzi

    Giulia Lombezzi, nasce a Milano nel 1987, ed è oltre che scrittrice, anche sceneggiatrice e drammaturga. È stata finalista al premio Calvino col suo primo romanzo intitolato La sostanza instabile (Giulio Perrone editore, 2021), e oggi con L’estate che ho ucciso mio nonno (Bollati Boringhieri, 2025), attraverso gli occhi della sedicenne Alice, ci racconta cosa si nasconda dietro la parola “amore” nelle relazioni famigliari.

    1. Gentilissima Giulia, grazie per aver accettato l’invito a partecipare a questa intervista per il nostro blog. La nostra rubrica, come sa, s’intitola appunto Un tè con autore. Una sorta di salotto virtuale in cui sorseggiare una buona tazza della bevanda british per eccellenza, in compagnia di scrittori illustri. Lei con quale autore, del passato o del presente, prenderebbe un tè oggi?

    Probabilmente Mircea Cărtărescu, per vedere come parla, pensa e si muove qualcuno che scrive con un linguaggio così pittorico e chiaroscurale. 
    E anche perché non sono riuscita a beccarlo al Salone del libro.

    2.Il suo romanzo L’estate che ho ucciso mio nonno tratta il delicato tema dell’accudimento famigliare, ponendo appunto la famiglia come priorità assoluta laddove i veri protagonisti sono i sentimenti umani. Alice, infatti, la giovane adolescente protagonista, si sente sopraffatta dall’arrivo dell’anziano e burbero nonno in quella che è la sua routine. Ma anche la mamma viene completamente schiacciata da questo personaggio ingombrante e scomodo. Il nonno frantuma gli equilibri delle due donne.Cosa l’ha ispirata a ricreare una situazione così scomoda ma presentandola da un punto di vista nuovo, innovativo, fresco?

    Ci tenevo che il punto di vista fosse fresco e prevalentemente umoristico perché per me la comicità è sacra, è una forma di elevazione, così come il riso è una forma raffinatissima di pensiero. Solo attaverso una voce sferzante e comica come quella di Alice ho potuto parlare di dinamiche così poco confortevoli come la cura di un anziano, la progressiva rinuncia a sé stessi e i vuoti d’aria che si creano dentro una famiglia quando vengono tenuti dentro troppi segreti.

    3.Alice si pone molte domande e, pagina dopo pagina, appare sempre più sola e disarmata di fronte a una realtà che le sfugge.Secondo lei, i giovani di oggi si sentono altrettanto impotenti davanti alle scelte familiari, oppure hanno conquistato maggiore indipendenza?

    Credo che dipenda da quanto in famiglia si è abituati a parlarsi, a non temere il confronto, a non procedere ognuno sul proprio binario. Uno dei fattori che fa esplodere Alice è proprio l’incapacità, da parte dei membri della famiglia, di vedere la difficoltà di Marta e il suo progressivo indebolimento. Questa storia parla anche dell’impossibilità di chiedere aiuto e della mancanza di una rete che ti porti a farlo.

    4.Il titolo del suo romanzo è volutamente provocatorio. È di quelli che colpiscono al primo sguardo.È nato prima della storia o è arrivato dopo?

    È arrivato dopo, a seguito di un breve brainstorming con la mia editrice, Daniela Guglielmino.
    Il titolo di lavorazione di questo romanzo era “Il drago”, ma l’ho sempre vissuto per l’appunto come un titolo di lavorazione che serviva a me per orientarmi rispetto all’archetipo distorto Drago – Principessa – Principe su cui fa perno tutta la dinamica tra Alice, Marta e Andrea.
    Era troppo vago e troppo associabile al fantasy per essere il titolo vero.
    Questo invece funziona perché viene detto proprio dalla voce – anche volutamente sgrammaticata e colloquiale – di Alice.

    5.Nel romanzo l’ironia sembra strisciare sotto la pelle, anche nei momenti più drammatici. Quanto conta per lei l’umorismo nella scrittura? È un istinto, una strategia o un modo per difendersi dalla realtà?

    Decisamente un istinto. Non saprei scrivere senza umorismo, neanche le storie più tristi.

    6.La Giulia sedicenne, se potesse, cosa direbbe alla Giulia autrice di successo, di oggi?

    “Tutto bello, ma i soldi?”

    7. Qual è il romanzo che avrebbe voluto scrivere? E perché?

    Ho letto tanto Ellroy, Mosley, Cornwell, Lansdale, Ellis, Carrisi, Carlotto e vorrei proprio scrivere un thriller, un giorno, perché ammiro tantissimo come questo genere si struttura: la precisione degli incastri, la gestione del timing, il saper seminare i dettagli e infondere di tensione ogni pagina. Amo i libri che sanno far paura e spero prima o poi di realizzarne uno anche io.

    8. Ha mai pensato a una trasposizione cinematografica o teatrale del suo romanzo? Che volto avrebbe, secondo lei, Alice?

    Pierfrancesco Favino, ovviamente. 
    O forse una giovane Danielle Mc Donald, o Shannon Berry. 
    Ho visto tante ragazze in giro per Milano che sono lei, tante Alici che mi hanno ispirata, le ho viste scivolare in metro, appoggiarsi sui banchi di scuola, gironzolare nelle fumetterie. 
    E sì, mi piacerebbe moltissimo, ovviamente, che diventasse un film. 
    Se c’è qualche produttore che sta leggendo l’intervista, io sono qua.

    9. Scrivere questa storia l’ha cambiata in qualche modo? Ha scoperto qualcosa di inaspettato durante la stesura?

    Credo che il percorso di questo romanzo mi abbia reso più solida, ma so anche che certe dinamiche sono come nei videogiochi: più si sale di livello, più grosso, brutto e cattivo è il mostro finale.
    Io in ogni caso sto pronta. 

    10. Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri o di un’opera in arrivo?

    Sto scrivendo la storia di un orfano che vive con gli zii e il cugino bullo, dorme in un sottoscala e ha una strana cicatrice sulla fronte. La sua vita sembra procedere nella più completa infelicità.
    Un giorno, però, riceve una lettera…

    di Carlotta Lini

  • L’estate che ho ucciso mio nonno

    di Giulia Lombezzi

    Bollati Boringhieri, marzo 2025

    pp. 313

    €17.00 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

    https://amzn.to/3VIgLC4 pp.320: Chi si prende cura di chi accudisce? Recensione di “L’estate che ho ucciso mio nonno” di Giulia Lombezzi

    Alice ha sedici anni, è figlia di genitori separati, legge manga, scopre il suo corpo pensando a Jason Momoa e ha degli ottimi amici su cui contare. Angiu, amica sincera, che si sente un 8 di corpo ma un 5 di viso e Cane, leggero ritardo cognitivo, stronzo autentico, ma di quelli simpatici. La sua vita è perfettamente equilibrata, per come può esserlo quella di un’adolescente con gli ormoni in fermento e i bisogni di quiete che se no Aliceesplode. Alice però non sa che nella sua vita piacevolmente imperfetta, sta per abbattersi una presenza invadente, tiranna e soprattutto che da sempre la terrorizza.

    Sopraggiunge poi, sorretto da due facchini, il letto ortopedico. Lo vedo arrivare dalla finestra, beccheggiare come una macabra imbarcazione in giro per il cortile. Spero che sbagli direzione. La porta d’ingresso viene spalancata e la barca è in casa e in corridoio e poi in camera, un ospite violento, pieno di tubicini e pulegge. Un letto-frigorifero, senza legno né colori. Non c’è niente di personale. Ha senso, i malati non hanno mai niente di personale. Sono tutti uguali. Le volte che sono stata in ospedale mi è parso così. Sarà per il pigiama, forse, chi l’ha mai visto un malato in jeans? O per quel ridicolo camice col culo fuori.

    Nonna l’aveva, per un periodo. Si vergognava da morire. Infatti poi è morta.

    C’è anche un comodino, alto, giallognolo. E una sedia a rotelle, che viene spinta in un angolo. (p. 13)

    Come un uragano inaspettato, l’arrivo di Nonno Andrea nelle vite di Alice e di sua madre Marta è tanto indesiderato, quanto inevitabile. Un urto non gradito che si schianta improvvisamente e distrugge tutto. Distrugge gli equilibri di madre e figlia, ma devasta anche la stabilità mentale e lo spazio fisico della giovane protagonista, perché il vecchio che non conosce e che deve chiamare “nonno”, lei non lo vuole in casa sua. Nessuno infatti ha chiesto ad Alice il permesso di far entrare una figura decadente, burbera e con la sigaretta sempre in mano nella sua vita. La madre, si annulla. Anzi si auto-distrugge completamente per prendersi cura di un uomo anziano, che si lamenta, che cade rovinosamente in bagno, nudo e flaccido. Ma il problema non è questo. Il problema è che non dice mai “grazie”. E Alice, la protagonista, ha solo sedici anni e quell’invadenza che le cambia la vita radicalmente la urta, perché casa diventa una prigione, in cui il nonno da accudire è sempre presente, troppo presente.

    L’altra notte Nonno mi ha guardata dormire. Una presenza sfocata sbatteva contro il mio sonno, ho aperto gli occhi ed era lì. Ho urlato. (p. 37)

    Al lettore sorge spontanea una domanda: ” Chi si prende cura di chi accudisce?”

    Ad Alice è stata impartita una lezione generazionale: bisogna voler bene ai nonni e rispettare gli anziani. Peccato che lei non sappia chi sia quell’anziano che con arroganza si è appropriato della sua vita, ma soprattutto di quella di sua madre, rendendola una badante involontaria delle sue isterie senili. Attraverso la rabbia crescente di questa giovane, il lettore scopre pagina dopo pagina un passato pesante nella vita delle due donne, un segreto che porterà la protagonista a chiedersi quale sia il vero confine tra vittima e carnefice, scoprendo che non è sempre così facile prendere la decisione più saggia.

    Fin dalle primissime pagine, l’attenzione viene catturata da due elementi che caratterizzano la lettura e coesistono parallelamente per tutta la durata del romanzo: la fortissima e neanche troppo sottile ironia da un lato, il premuroso e silenzioso amore protettivo di una figlia per sua madre, dall’altro. In mezzo, tanta rabbia, tantissima fame, e un senso di abbandono e solitudine. E anche badanti molestate che scappano.

    Nessuno ha detto quanto Nonno si fermerà. Si deve rimettere perché gli hanno fissato una vite nell’anca, e ha fatto infezione, così l’hanno riaperto e richiuso e ora è depresso. Da quando è morta nonna – quasi un anno fa – gli è peggiorato il diabete e gli sono venuti gli attacchi di panico, principalmente perché non sapeva lavare i piatti. Nessuno gli aveva detto dove stavano le padelle, anche, o come si carica la lavatrice. Nonna era troppo occupata a morire per lasciargli istruzioni. (p. 17)

    Giulia Lombezzi con arguta ironia riesce a descrivere l’atto violento e indesiderato del dover sopportare la presenza di un estraneo nella vita di un’adolescente. Con una lingua ricca, tagliente e autentica, ci trasporta in un romanzo che non si rivolge soltanto ai più giovani, ma soprattutto ai genitori e alle istituzioni, nella speranza che le cose cambino. Il sarcasmo irriverente nel descrivere la drammaticità di certi passaggi è tanto crudo da dover talvolta rileggere la stessa frase per coglierlo bene, perché la maestria dell’autrice sta proprio nello sbeffeggiare, forse lei direbbe “perculare”, le situazioni più grottesche della vita, smantellandole gentilmente.

    Carlotta Lini