• Impulso di scrittura giornaliero
    Quale tratto della personalità nelle persone fa alzare un muro con te?

    Col passare degli anni, mi sono riscoperta essere estremamente selettiva. Questo perché il mio tempo libero è talmente limitato che pretendo sempre che sia di qualità. Perciò, in questo breve tempo di svago e relax in cui mi sforzo di non pensare a tutto quello che devo fare, ho necessità di circondarmi soltanto di persone che mi facciano star bene e me ne vogliano a loro volta. Può sembrare banale, ma l’amore è uno dei concetti meno compresi dal genere umano, soprattutto l’amore per se stessi. A volersi bene, non sì egoisti, ma consapevoli. A volersi bene, si impara a stare al mondo, a stare con gli altri. A saperli trattare e apprezzare. Perciò amarsi davvero è la chiave per il proprio relax, e forse anche per la propria sanità mentale.

    Cosa fa alzare un muro in me con gli altri?

    L’essere umano stesso. La cattiveria, l’arroganza e la presunzione dell’animo umano, mostro di crudeltà e vergogna per questa Terra mi fa alzare un muro altissimo, che mi impedisce di vedere oltre, nei limiti che questo comporta. Sarebbe bello credere che la gentilezza e la bontà d’animo facciano parte di noi esseri umani, ma la storia attuale e passata ci insegna che non possiamo aspettarci altro.

    Bella domanda, brutta risposta. Ma sono sincera. Tendo a chiudermi molto tra i libri, e meno con le persone, non perché mi voglia nascondere, ma perché i libri sono autentici, sempre e comunque. I libri ci ricordano la nostra umanità facendoci viaggiare tra mondi e culture. Ci permettono di essere tristi e di piangere senza giudicare, ma anzi ci rendono possibile abbracciare il nostro dolore. E per fortuna ci fanno anche ridere e sorridere con spensieratezza, come ad esempio Stefano Benni sapeva fare, a modo suo, con la sua scrittura originale e ironica. Non amo ripubblicare post di commiato, ma un saluto glielo devo, menzionandolo e pensando alla sua bella “Il bar sotto il mare” una delle mie primissime letture di bambina.

    La domanda esatta era quale tratto della personalità nelle persone fa alzare un muro con me, vero?

    La bestialità , ecco.

  • Una testa piena di ricci

    di Raffaella Case

    Corbaccio, 2025

    pp. 208

    €16.90 (cartaceo)

    €9.99 (e-book)

    https://amzn.to/4nppPrthttps://amzn.to/4nppPrt: Alla ricerca delle proprie radici – Recensione di: “Una testa piena di ricci” di Raffaella Case

    Zhenga (con la h, non come il noto calciatore) è una quasi tredicenne con una testa riccioluta e in particolare con un cespuglio ribelle, che vive di una propria identità, affettuosamente ribattezzato Bao (deve il nome al Baobab). A scuola c’è chi tenta di bullizzarla, ma lei tiene sempre testa con risposte argute e battuta pronta, fino a quando non le viene affidato il compito di scrivere un tema sulle proprie origini con tanto di albero genealogico, con nomi, professioni, vita, morte e miracoli di tutti i famigliari.

    Il lunedì è partito con il piede sbagliato. La mamma già in ansia, già in ritardo, Zhenga muoviti. Bao che, causa fretta, non ha ricevuto la sua dose quotidiana di balsamo e acqua e ora se ne sta offeso, ispido, sulle sue. […]E poi: l’albero genealogico. Oggi si consegna il compito. (p. 61)

    Nessun problema dal ramo materno, Nonno Arturo, trasferitosi (controvoglia) in casa sua, è pronto a scendere in campo, armato di racconti, aneddoti, storie e curiosità su tutti i parenti. Ma dal lato paterno, chi sono i parenti di Zhenga? Questo aspetto destabilizza completamente la vita della ragazza, la quale, per la prima volta sente una lacuna nella sua vita: la sua famiglia non le basta.

    Zhenga è infatti figlia di Anna, milanese che lavora per uno pseudo politico, arrivista e opportunista (scoprirete perché), e Solomon, tassista proveniente dal Ruanda, le cui origini familiari sono oscure perfino alla moglie.

    […] Sente che lì troverà quello che sta cercando. Già, cosa sta cercando? Risposte signore e signori, ne ha il diritto. Non è che uno fa lo splendido mescolando il suo DNA con una donna di un altro continente, tutti ti bombardano di domande, e i tuoi capelli, e da dove vieni, e i tuoi genitori, e tu che mi hai messo in questa situazione ti metti a fare il misterioso su quella che è, a tutti gli effetti, anche la mia famiglia. I suoi amici hanno zii, cugini, nonni. Lei chi ha, a conti fatti? (p. 43)

    Ma questo non è un giallo, è un racconto di formazione e in-formazione, perché la giovane protagonista ha tante domande e nessuna risposta. Zhenga inizia così una ricerca ossessiva delle proprie origini, in un viaggio che la porterà ben oltre i confini dei banchi di scuola e del compito che le era stato assegnato. Una scoperta che non la porterà alla conoscenza di se stessa, perché lei, pur essendo così giovane, ha già una sua bella e forte identità, ma la condurrà invece alla conoscenza della natura umana, in tutte le sue più ricche sfumature.

    L’autrice con brillante armonia unisce i fili di un percorso che si insinua a poco a poco nella mente della protagonista, regalandole una caratterizzazione impossibile da dimenticare. Zhenga è uno di quei personaggi che il lettore ricorderà per sempre. E suo malgrado, ci si affezionerà. Il commiato coi personaggi ben riusciti è sempre doloroso, e qui, in questa storia, i personaggi hanno tutti una caratterizzazione talmente forte e lontana da qualsiasi stereotipia che si avrebbe voglia di saperne di più su ciascuno di loro. Io ho amato moltissimo il fatto che ognuno fosse introdotto dalla descrizione non del personaggio stesso, ma del suo ambiente. Una sorta di prefazione a ciò che stava per accadere. Questo romanzo si legge tutto d’un fiato, sia per come è meravigliosamente scritto, sia per l’intreccio e la curiosità di voler andare alla fine e scoprire la verità.

    La verità è che in un panorama di banalità letterarie, rivisitazioni non richieste di grandi classici e adattamenti improbabili a testi che dovrebbero restare intoccabili, abbiamo bisogno di storie ben scritte . Quelle che ti consentono di viaggiare con la mente, lontano, dove i confini non hanno più senso.

    Per chi, come me, è italiano, ma ha origini straniere e vagamente la cosa è notabile dal colore della pelle, da un capello riccio o da un non-so-cosa-ma-non-sei-italiana-vero?!, questa storia è ironicamente rappresentativa. Ho atteso con molta impazienza la sua pubblicazione, ne avevo letto in anteprima i primissimi capitoli e il primo giorno di pubblicazione l’ho acquistato. Questa storia tocca delicatamente punti e tasti dolenti di chiunque sia alla ricerca di un vuoto da colmare. Dove abbiamo lasciato le nostre radici? Da chi abbiamo preso questi ricci? Chi è così alto in famiglia? Queste sono le domande che ci poniamo, e questo libro ci offre una bellissima chiave di risposta.

    Carlotta Lini

  • Ripetizione

    di  Vigdis Hjorth 

    Traduzione di Margherita Podestà Heir

    Fazi Editore, 2025

    pp. 127

    €18 (cartaceo)

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    Ci si chiede spesso se una donna possa essere una brava madre, ma di rado, invece ci si chiede se una donna possa essere una brava figlia. L’autrice, voce narrante di Ripetizione se lo chiede e richiede di continuo. Sua madre le ripeteva che era la causa del suo dolore, del suo malessere e che non capiva come potesse avere una figlia così. Cosa accade quando la propria famiglia non è “casa” ma soltanto frustrazione e sofferenza?

    Siamo a Oslo, la notte di Natale, e la protagonista ci informa di essere a un concerto a teatro. Vede una ragazza adolescente ripetutamente bacchettata dalla madre. Più che una madre sembra un’istitutrice, di quelle di una volta, che se sbagli o non fai come ti ordinano, son botte. La narratrice ha quindi come un flashback e torna mentalmente al 1975, a quando aveva sedici anni e ci racconta il suo dolore nel rapporto tormentato con la madre.

    Novembre 1975. Avevo sedici anni e mia madre aveva paura di me e per me. La cosa era iniziata un paio di anni prima, fu infatti quando ne avevo compiuti quattordici e mi erano venute le mestruazioni che aveva cominciato ad averne. La situazione era peggiorata all’età di quindici, quando mi era cresciuto il seno. […] Aveva paura che iniziassi a fumare, bere, andare a letto con i ragazzi, rovinarmi e fare una brutta fine. così mi contagiava con i suoi timori, doveva esserci qualcosa in me che lei vedeva, una specie di predizposizione che mi rendeva particolarmente incline a rovinarmi e a fare una brutta fine, sì, mi sembrava di percepirla. (p.17)

    Fuori è buio, dentro ancora di più. La protagonista sessantenne rammenta col lettore di tutti gli abusi psicologici compiuti da sua madre nei suoi confronti. Spesso si ha l’idea che la parola madre coincida con “buono”, “affettuoso”, “comprensivo”, ma in questo romanzo delicato, lento, anzi lentissimo, in cui il dolore torna, e ritorna incessantemente, scopriamo un nuovo e inquietante significato di madre. La madre è una figura “carceraria”, una sorvegliante opprimente e controllante che non prova mai pietà o amore per la figlia (per gli altri figli invece sì, solo lei è la causa del dolore). Quanto le turbe e le paranoie psichiche di questa donna ossessionata così tanto dall’idea che la figlia compia l’indicibile o semplicemente che cresca, diventi una donna e sfugga al suo controllo serrato, influiscono sull’adolescenza di questa ragazza? Tanto, troppo, e pagina dopo pagina il duello madre-figlia prende vita, crescendo sempre più forte, di pari passo con la protagonista. I legami famigliari non sono mai semplici da raccontare, specie se in prima persona e attraverso la memoria. Si finisce per rendere tutto eccessivamente carico di perbenismo e commiserazione, dimenticandosi che i veri protagonisti sono i sentimenti, belli o brutti che siano. Vigdis Hjiorth invece ci riesce, con autenticità e assenza di pietà. Non risparmia nè a se stessa nè al lettore nulla, soprattutto il suo dolore. Qui vediamo la verità nuda e cruda di una giovane ragazza che vorrebbe crescere spensierata e libera, ma in maniera assolutamente normale e come ogni adolescente meriterebbe di fare, con sbalzi di umore e insicurezze, brufoli e baci rubati. Qui però, il peso soffocante degli eventi che la travolgono, schiaccia anche il lettore, soffocandolo. I capitoli brevissimi del romanzo, sono come piccoli frammenti di un’anima che oltre quarant’anni dopo, non si è ancora del tutto riassemblata. Sono schegge nel cuore e toglierle non è facile, perché anche se sono lì da tempo, da una vita, fanno male. Ancora, e ancora.

    Ripetizione è un romanzo da leggere davvero con calma, bisogna concedersi il tempo (anche dilazionato) di entrare nel pieno di quel dolore per capire veramente cosa stiamo affrontando, dentro e fuori le pagine. La narrazione è volutamente ripetitiva e ridondante. Ho letto pareri contrastanti su quest’opera e temo che questa voluta circolarità ripetitiva non sia stata colta da tutti. Il dolore in fondo, non è per tutti, non è facile accoglierlo e ammetterlo nelle proprie vite, perchè significa ammettere che non siamo invincibili, che siamo soli e che forse, abbiamo bisogno di aiuto o di un gesto gentile. La gentilezza non appartiene a questo romanzo, ma la speranza per fortuna sì.

    Andai in bagno, chiusi la porta a chiave e mi guardai allo specchio. Quel viso infantile, quel volto ansioso, lo sguardo timoroso e vagante, il tremore nervoso dell’angolo della bocca, domenica tutto questo sarebbe scomparso. Nulla sarebbe stato più lo stesso. Finalmente un atto che avrebbe aperto, trasformato e avrebbe fatto sparire quella faccia stupida, avrebbe calmato il cuore che martellava, avrebbe spezzato quel legame cocente, mi avrebbe reso libera! Promisi a me stessa che sarebbe successo, mi chinai in avanti e sigillai quel patto con un bacio. (p. 72)

    Carlotta Lini

  • I titoli di coda di una vita insieme

    di Diego De Silva

    Einaudi, 2024

    €19 (cartaceo)

    €14.99 (e-book)

    https://amzn.to/42qksQC

    Alice e io ci vogliamo bene. Per questo ci stiamo lasciando. Lo so, è un paradosso, ma è cosí che finiscono i matrimoni. Per quanto illogico sembri, sono i difetti che tengono in vita le coppie.

    Parlare d’amore e di momenti felici è apparentemente facile. Quando in una relazione si sta bene, e, soprattutto, le cose vanno bene, tutto si alleggerisce e anche le sfide quotidiane si affrontano con maggiore spensieratezza. Ma quando il matrimonio arriva alla deriva, solitamente i sentimenti di amore che ci avevano spinti al fatidico sì, vengono a mancare e lasciano il posto all’odio, al rancore e al non volersi più. Condividere la stessa stanza e talvolta perfino la stessa aria diventa intollerabile. L’altro non è un estraneo ma un intruso, qualcuno che non vogliamo più nella nostra vita.

    Ne I titoli di coda di una vita insieme la storia però è un’altra: cosa accade quando il matrimonio finisce ma l’affetto e l’amore restano?

    Fosco e Alice non sono rivali, sono due persone che si sono amate e che si vogliono tuttora bene, ma come coppia non funzionano più. Anche se hanno un figlio, Cristiano, una casa, i ricordi e, appunto, una vita insieme.

    L’amore non è una storia, ma due. È lo squilibrio narrativo che rende scellerato il patto che regola la vita di coppia.

    Il lettore non deve scegliere con chi schierarsi, perché De Silva non lo pone mai dinanzi a una scelta ma lo fa entrare piano piano nei sentimenti dei protagonisti. Fosco è uno scrittore e ha sempre la battuta pronta. Alice è un medico e scopriamo la sua personalità attraverso le attenzioni che riserva ai suoi pazienti. La bravura dell’autore risiede proprio in questa sua neutralità. Questa non è una storia di rivalsa o di frustrazione ma, paradossalmente, è una grande prova d’amore: lasciarsi andare, avere la forza di amarsi così tanto da dire basta.

    Attorno ai protagonisti ruotano anche le figure dei due avvocati che seguono le pratiche di divorzio. Questo aspetto più burocratico ci viene infatti riportato minuziosamente e fa da contrappeso ai sentimenti. Un divorzio, non è solo una separazione fisica e mentale dall’altro ma è la rottura definitiva e legale di un unione. È tanto lacerante quanto un parto, perché in effetti, rimette al mondo due individui che dopo anni di noi, tornando a indossare gli abiti scomodi dell’io e del tu.

    De Silva con quest’opera delicata ci dimostra ancora una volta quanto sia un piacere leggerlo e quanto lui stesso conosca da vicino le fragilità dell’animo umano. Una storia, quella di Fosco e Alice, che potrebbe essere la nostra, senza finzioni o abbellimenti.

    Io vorrei isolare il momento in cui ho visto la crepa e ho preso atto della fine, ma non lo trovo, perché non c’è. L’amore è discreto nel morire, non si lamenta e non fa scenate, non c’informa quando si ammala. Siamo noi a risponderne, e tutto quello che gli capita è colpa nostra. Ma non siamo all’altezza di questa responsabilità, anche se in buona fede affermiamo di assumercela. Allora, molto semplicemente, non facciamo nulla.

    Ci affidiamo al silenzio.

  • Cosa ti dona pace?

    Questo titolo non potrebbe essere più caotico, contorto e, no non mi vengono in mente altre parole che inizino con la “c” che siano pertinenti. 

    Rabbia, enorme fastidio. Ho già tantissimi pensieri che mi sovrastano, ma sono in vacanza, quindi stacco il cervello. O almeno ci provo. Non considero i social, voglio appunto godermi la mia esistenza senza vedere in uno schermo le vite altrui che mi scorrono sotto gli occhi e io che senza essere più in grado di intendere e di volere le subisco. Capisco il Grinch, vorrei essere lui. Ci si può far rimpicciolire il cuore? Ah no, non posso?

    Torniamo a noi, ai social. A sti maledetti vampiri succhia vita. Non li guardo, non li vedo, non li sento, non li scrollo. Pace, sì, questo mi dà pace. Peccato che loro ti trovino sempre. Anche se sei in un posto dimenticato dal mondo dove non prende nulla che manco se ti mettessi alluminio in testa prenderesti via cavo. No, loro ti trovano sempre. Come Radio Maria. Così leggo parzialmente la notizia, ma quando realizzo, cerco di fermarmi, perché non voglio, non mi appartiene, non sono affari miei, non è la mia vita, non c’entro nulla io con questa storia. Dolore, frustrazione, rabbia. Dovrei eliminarmi da tutto, dovrei smetterla e non scrollare, non guardare, non fare. Ma non è giusto, se voglio avere una mia piccola realtà, allora è giusto che l’abbia. Devo semplicemente togliere, o saranno i social a farlo con me. Mi toglieranno il sorriso, poi la serenità, poi la ragione. Finiranno col togliermi tutto e di me non rimarrà che un triste fantasma prosciugato da un’aspettativa che non è riuscito a mantenere.

    Rabbia, tristezza, impotenza. Sono andata fuori tema. Recupero: mi donano pace la Nutella e i cani. Possibilmente non insieme. Buone vacanze a me!