
Il finale si scrive da sé
di Evelyn Clarke
Mondadori, aprile 2026
Traduzione di
pp. 432
€22
Se me l’aveste chiesto a metà lettura vi avrei detto che questo giallo è sensazionale, tiene incollati alle pagine, ben studiato e dal ritmo lento ma stimolante. Poi certo, a me, la lentezza piace, non tutto deve essere rapido e immediato. Purtroppo però è mia abitudine volgere al termine delle mie letture e questa, mi spiace dirlo, ma mi ha davvero profondamente delusa…proprio sul finale.
L’idea di partenza non è originale, ma conserva in sé un fascino suggestivo: un’isola scozzese che ospita la casa di un brillante scrittore di thriller, tale Arthur Fletch, il quale invita misteriosamente sei scrittori sconosciuti e non particolarmente eccelsi, a soggiornare da lui. L’arrivo nell’antica dimora cela però un grande segreto: l’autore è in realtà morto e i sei sono stati chiamati per terminare in sole settantadue ore il suo ultimo manoscritto, rimasto incompleto. Facciamo dunque la conoscenza di questi personaggi, tutti molto diversi fra loro. C’è la timida e promettente ventenne Cate, una scrittrice di thriller che non ha ancora pubblicato nulla ma che vanta di condividere con Fletch la sua stessa agente, Eleanor Vandenberg. Ci sono poi i coniugi Sienna e Malcom, anche loro giallisti. La prima è ambiziosa e risoluta e desidera liberarsi per sempre dal peso di condividere col secondo non soltanto lo pseudonimo di scrittura (Penn Stonely) ma la stessa vita matrimoniale. Il secondo, Malcom, è un fanfarone narcisista e spiantato, che brama solo gloria, senza curarsi dei sentimenti altrui. Tra i sei scrittori vi è anche la giovane Millie, specializzata in Young Adult, un’apparente ingenuotta che nasconde non pochi segreti. L’esperta di romance, Priscilla, stereotipata come colei che si veste sempre di rosa e fucsia, Jaxon, il palestrato specializzato in fantascienza e infine l’esperto di horror, Kenzo. La gara sembra stimolare le menti degli aspiranti scrittori, fino a quando non ci scappa un altro morto…
Sembrano gli elementi perfetti per un thriller alla Agatha Christie, ma purtroppo siamo molto lontani dalla leggenda britannica. Dietro allo pseudonimo di Evelyn Clarke si nascondono le penne della scrittrice V.E. Schwab e della sceneggiatrice Cat Clarke. Ciò che ho apprezzato ampiamente è la loro pungente e spietata critica al mondo dell’editoria. Perchè dietro a questo ambizioso romanzo si nasconde il mistero più grande di tutti: cosa si è disposti a fare pur di essere pubblicati? Le autrici ben descrivono le dinamiche sociali degli scrittori, mostrando come perfino un mondo come quello editoriale sia in realtà un meccanismo di marketing volto solo a monetizzare, attento più all’apparenza che ai contenuti. Gli autori sono solo pedine di una scacchiera macabra e di un gioco di cui non conoscono le regole: vittime della loro stessa ambizione. Questo aspetto è fresco, ben trattato e mira a punzecchiare un settore che si ritiene sopra le parti, ma che di fatto è allo stesso livello di tutti gli altri.
Ciò che invece non mi ha proprio convinta è il tipo di scrittura, interrotta e tratteggiata in maniera un po’ troppo marcata e ridondante e soprattutto il finale scelto. L’ho trovato assurdo, poco credibile e incoerente. Non è affrettato ma manca di senso con il resto della narrazione, come se fosse slegato e scritto solo per creare suspense e colpi di scena. La sensazione è che si voglia lasciare una porticina aperta per un capitolo due. Ma se è vero che il finale si scrive da sé, a questo punto era meglio lasciarlo incompiuto. Lo so, Stephen King l’ha definito come uno dei migliori thriller del 2026, e chi sono io dunque per dire la mia? Solo una lettrice delusa. Peccato, davvero un’occasione sprecata.
Carlotta Lini
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