Hotel Camelot

di Leonardo Gliatta

Les Flâneurs edizioni, maggio 2026

pp. 262

€18

L’incipit di Hotel Camelot è forte, disturbante. Un incipit di quelli che ti conduce subito dentro un’inquietudine. Leonardo Gliatta costruisce fin dalle prime pagine una tensione raffinata, fatta di domande, ricordi e dettagli apparentemente casuali che finiscono per comporre un disegno più grande. E soprattutto introduce una parola, Camelot, capace di spalancare immediatamente una porta tra ciò che Alex crede di conoscere e ciò che, forse, ha sempre intuito senza riuscire a nominarlo.

«Lui a un certo punto, è scomparso. È morto nella mia vita ancora prima di esserlo nella sua. Sparito. Mi torna a fare visita ogni tanto, in un sogno ricorrente di un uomo che esce dall’acqua e mi bacia sulla bocca. Poi mi sveglio e lui non esiste più. Non è il primo padre che va via, mi rendo conto, e non devo sentirmi nemmeno tanto speciale. Ma il modo in cui ogni padre se ne va, quello resta sempre» (p. 8)

Alex è un protagonista giovane, contemporaneo, profondamente radicato nella realtà milanese e allo stesso tempo attraversato da diverse etnie. Le sue origini marocchine e portoghesi, il rapporto con la madre Hasna, il lavoro all’Euronics, gli studi universitari, l’amicizia non sempre decifrabile con il Toso e il sentimento che nasce per Viola compongono un’esistenza concreta, riconoscibile sia da chi è un ventenne ora e da chi lo è stato un tempo. Ma sotto questa quotidianità scorre un’altra storia: quella di un padre scomparso, di una memoria che non è mai completamente affidabile e di un’identità che vuole essere ricostruita.

È qui che Gliatta mostra una delle qualità più interessanti della sua scrittura: nella sua bellissima opera affronta la ricerca del padre come una necessità esistenziale che va oltre il semplice espediente narrativo. La domanda “Chi era davvero mio padre?” finisce per trasformarsi in qualcosa di più profondo: chi sono io, se una parte della mia storia mi è stata sottratta? Quanto di noi nasce dai ricordi e quanto, invece, dalle omissioni degli altri?

Il riferimento al mito arturiano appare centrale nel romanzo. Camelot diventa una promessa, quasi un luogo mentale prima ancora che geografico. Il mito entra nella contemporaneità senza stravolgerla e la ricerca di Alex assume così i contorni di un viaggio iniziatico, nel quale realtà e immaginazione si sfiorano continuamente. Gliatta riesce a mantenere questa ambiguità senza appesantirla, lasciando che sia il lettore a interrogarsi insieme al protagonista. Particolarmente riuscita è poi la costruzione dei personaggi. Hasna non è semplicemente la madre di Alex, così come Toso e Viola non vengono relegati al ruolo di figure funzionali alla vicenda. Ognuno porta con sé una propria zona d’ombra, un desiderio, una ferita, una verità. Gliatta concede spazio alle loro individualità e proprio per questo il romanzo acquista una dimensione corale: mentre Alex cerca suo padre, il lettore finisce per conoscere anche le mancanze e le aspirazioni di chi gli sta intorno. Questo è un elemento estremamente importante nei romanzi corali, perché spesso le voci degli altri finiscono o per creare nel lettore un disturbante senso di sovraffollamento oppure sono talmente marginali da essere unicamente stereotipo di spalla in funzione del protagonista, perdendo anima essenza e spessore. Non è questo il caso, qui l’autore ha saputo con grande maestria dare il giusto spazio e tempo a ogni voce.

La scrittura alterna momenti di grande immediatezza a passaggi più introspettivi, senza perdere il ritmo. È una lingua capace di stare nella quotidianità e, un attimo dopo, di aprire una fenditura verso qualcosa di più simbolico. Anche i luoghi acquistano progressivamente un peso narrativo: Milano, il Portogallo, la Toscana non sono solo di cornice, sono tappe di un percorso che modifica lo sguardo del protagonista e, insieme a lui, quello del lettore.

Il merito maggiore di Hotel Camelot sta forse proprio nel suo equilibrio pur essendo tante realtà. È romanzo di formazione, storia familiare, viaggio, mistero e riflessione sull’identità, ma non si lascia imprigionare completamente da nessuna di queste definizioni. L’autore sa alimentare la curiosità senza sacrificare la dimensione emotiva e sa parlare di radici e mancanze senza trasformare il romanzo in una semplice indagine sul passato. Una nota di merito va anche a Les Flâneurs Edizioni, che ancora una volta dimostra attenzione verso una narrativa capace di cercare strade proprie, lontana dalle formule più prevedibili. La scelta di pubblicare un testo come Hotel Camelot conferma il valore di un catalogo che guarda a voci e storie interessanti, originali, capaci di lasciare nel lettore qualcosa che vada oltre la conclusione della trama.

La domanda che muove tutta la storia è principalmente una: cosa accade quando il passato torna a reclamarci? La risposta non è soltanto nella scoperta di un padre o di un luogo misterioso. È nel viaggio che Alex compie dentro se stesso, nel tentativo di dare un nome alle proprie radici e di comprendere che, a volte, per sapere chi siamo dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione tutto ciò che credevamo di sapere. E proprio da quella prima, potente inquietudine dell’incipit nasce la forza di un romanzo che invita a proseguire, pagina dopo pagina, alla ricerca del proprio Camelot.

Carlotta Lini

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3 risposte a “Cercare il padre per ritrovare se stessi: “Hotel Camelot” di Leonardo Gliatta”

  1. Avatar massimolegnani

    mi sembra interessante, me lo segno
    ml

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    1. Avatar I need a book | The Thrill of Literature

      Molto bello! Fammi poi sapere cosa ne pensi.

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  2. Avatar gaberricci

    Se c’è scritto sopra Camelot, mi hai già comprato…

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