• Viviamo in un’epoca in cui il tempo sembra essere diventato una risorsa sempre più preziosa. Corriamo tra impegni, notifiche, responsabilità e infinite distrazioni. Anche il momento dedicato alla lettura, che un tempo rappresentava una pausa naturale nella giornata, spesso deve trovare spazio tra mille altre attività.

    Forse anche per questo negli ultimi anni i romanzi brevi hanno conquistato nuovamente un posto importante nelle librerie e nelle abitudini dei lettori. C’è il forte desiderio di incontrare storie capaci di arrivare a noi senza richiedere settimane di immersione.

    Tuttavia, contrariamente a quanto si pensi, spesso un romanzo breve richiede una grande precisione narrativa perché ogni parola deve avere un peso ben calcolato e ogni scena deve contribuire alla costruzione di un significato più ampio. La brevità diventa una forma di intensità.

    Esiste ancora, a volte, l’idea che un libro corposo abbia automaticamente un valore maggiore rispetto a un’opera più breve. Come se il numero delle pagine potesse misurare la complessità di una storia. La letteratura, però, ci ha dimostrato più volte quanto questo non coincida con la verità. La forza di un libro infatti, non risiede nella sua estensione, ma nella capacità di lasciare una traccia. La brevità può essere una scelta estetica precisa: significa eliminare il superfluo, concentrarsi sull’essenziale e lasciare spazio al lettore perché completi la storia con la propria sensibilità o immaginazione.

    Un romanzo breve possiede spesso una caratteristica particolare: crea una vicinanza immediata con i personaggi. Non abbiamo centinaia di pagine per conoscerli lentamente, e proprio per questo, anche il minimo dettaglio può raccontare un’intera vita. Ogni elemento narrativo viene pertanto scelto con grande cura e attenzione.

    La narrativa orientale contemporanea, ad esempio, ha spesso dimostrato una straordinaria capacità di raccontare grandi emozioni attraverso storie apparentemente semplici e contenute. Romanzi come I miei giorni alla libreria Morisaki di Satoshi Yagisawa o Il magico studio fotografico di Hirasaka di Sanaka Hiiragi (entrambi pubblicati da Feltrinelli) mostrano come poche pagine possano contenere riflessioni profonde sul dolore e sulla possibilità di ricominciare.

    Il successo dei romanzi brevi racconta anche qualcosa del nostro presente. In un mondo dominato dalla velocità, molti lettori cercano libri che possano essere terminati senza trasformare la lettura in un ulteriore impegno da portare avanti. C’è una forma di fiducia nei confronti del lettore: l’autore non consegna tutto, invita a partecipare.

    Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo: abbiamo bisogno di libri capaci di farci rallentare, di regalarci un momento di pausa da noi stessi, dal nostro lavoro e in generale dalle nostre vite, perché abbiamo bisogno ogni giorno di ricordare che anche poco del nostro tempo può contenere qualcosa di unico, e per questo dobbiamo accudirlo.

    Carlotta Lini

  • L’estate ha un ritmo tutto suo. Le giornate sembrano dilatarsi, le serate si allungano e finalmente troviamo il tempo per dedicarci a quelle letture che abbiamo rimandato per mesi. C’è chi sceglie romance da leggere sotto l’ombrellone, chi cerca storie capaci di trasportarlo lontano e chi, come me, non riesce a rinunciare a un buon thriller. Perché il thriller ha qualcosa di profondamente affascinante: crea una piccola sospensione dalla realtà, ci invita a osservare ogni dettaglio, a formulare ipotesi, a dubitare di ciò che sembra evidente. È il genere perfetto per quelle giornate in cui vogliamo lasciarci trascinare da una storia senza riuscire a mettere giù il libro.

    Ma un buon thriller non deve necessariamente essere legato alla stagione in cui lo leggiamo. Le atmosfere estive possono essere un contorno piacevole, ma le grandi storie di mistero restano con noi anche quando le vacanze finiscono.

    Ecco tre titoli diversi tra loro, capaci di regalare suspense, inquietudine e qualche ora di piacevole ossessione.

    “Gran galà con delitto”di Simone Tempia (Garzanti)

    Quando si pensa a un giallo spesso immaginiamo atmosfere cupe, indagini complesse e scenari pieni di tensione. Simone Tempia sceglie invece una strada diversa: quella dell’ironia, dell’intelligenza e del gioco letterario.

    Gran galà con delitto è un omaggio al giallo classico, a quei romanzi in cui un gruppo di persone riunite nello stesso luogo nasconde inevitabilmente segreti, rivalità e verità inconfessabili. Un ambiente elegante, un evento mondano e un mistero da risolvere diventano gli ingredienti di una storia che diverte il lettore senza rinunciare all’enigma.

    Il piacere della lettura sta proprio nell’equilibrio tra leggerezza e costruzione narrativa. Tempia dimostra di conoscere bene il genere e gioca con i suoi elementi più riconoscibili, trasformandoli in un racconto brillante.

    È il libro ideale per chi ama i delitti in ambientazioni raffinate, i personaggi eccentrici e quel piacere un po’ nostalgico del “chi è stato?”.

    Una lettura perfetta per una sera d’estate, magari accompagnata da qualcosa da un buon calice di vino e dalla voglia di lasciarsi sorprendere.

    Il respiro del faggio” di Fabio Rodda (Salani)

    Con Il respiro del faggio ci spostiamo verso un noir dalle atmosfere più intime e cupe.

    Qui il mistero non nasce soltanto dall’indagine, ma anche dal rapporto tra l’uomo e il luogo in cui si trova (Bologna).

    Fabio Rodda costruisce un romanzo in cui il paesaggio non è semplicemente uno sfondo, ma quasi un personaggio. Il lettore percepisce una presenza costante, qualcosa di nascosto sotto la superficie, come se ogni elemento dell’ambiente potesse custodire una verità.

    La suspense nasce dall’attesa, dalle domande che si accumulano pagina dopo pagina e dalla sensazione che dietro ciò che appare normale si nasconda qualcosa di irrisolto.

    È una lettura perfetta per chi ama i misteri con una forte componente psicologica e quei romanzi che incuriosiscono al punto di non riuscire a smettere di leggere.

    La famiglia del piano di sopra” di Lisa Jewell (Neri Pozza)

    Lisa Jewell è una delle autrici contemporanee che meglio sa raccontare le zone d’ombra delle relazioni familiari.

    In La famiglia del piano di sopra arriviamo al vero e proprio thriller: tutto nasce da una domanda apparentemente semplice: cosa può essere accaduto in una casa dove, anni prima, sono stati ritrovati dei cadaveri e un neonato ancora vivo?

    Da questo punto di partenza l’autrice costruisce un thriller psicologico in cui il passato torna lentamente a bussare alla porta dei protagonisti. La casa, con i suoi segreti e le sue stanze vuote, diventa il simbolo di una memoria che non può essere cancellata.

    Il vero punto di forza del romanzo è la capacità di Lisa Jewell di scavare nei rapporti umani. Più che il crimine in sé, ciò che inquieta è la possibilità che le persone che crediamo di conoscere possano nascondere una parte completamente diversa di sé. La narrazione alterna prospettive e tempi diversi, creando una tensione progressiva che porta il lettore a voler ricostruire ogni frammento della storia.

    È il classico romanzo che si inizia “solo per qualche pagina” e che finisce per accompagnarci fino a tarda notte.

    Tre thriller, tre modi diversi di raccontare il mistero.

    Questi tre romanzi dimostrano quanto sia ampio il mondo del thriller. Gran galà con delitto ci ricorda il piacere del mistero in maniera elegante e giocosa. Il respiro del faggio ci accompagna verso atmosfere più oscure e introspettive. La famiglia del piano di sopra ci mostra invece quanto il vero terrore possa nascondersi proprio nei luoghi che dovrebbero rappresentare sicurezza.

    Tre storie diverse, unite dalla stessa capacità: quella di catturare il lettore e trascinarlo dentro un mistero al quale vuole assolutamente trovare risposta. E quando finalmente arriviamo all’ultima pagina, resta quella piacevole sensazione di aver vissuto un piccolo viaggio oscuro, ma al sicuro tra le pagine di un libro.

    Carlotta Lini

  • In un’epoca in cui la lettura sembra diventata un’esperienza performativa, consumata velocemente tra una notifica e l’altra, i Book Club stanno vivendo una nuova era. Non sono più soltanto piccoli gruppi di amici che si incontrano occasionalmente per discutere di romanzi, ma veri e propri luoghi di aggregazione culturale, capaci di creare comunità e restituire alla letteratura una dimensione collettiva. Forse il successo dei gruppi di lettura nasce proprio da una contraddizione del nostro tempo: siamo costantemente connessi, eppure sempre più soli.

    Leggiamo da soli, ma sentiamo il bisogno di condividere ciò che una storia ha smosso dentro di noi. Perché un libro, per quanto sia un’esperienza intima, non nasce per rimanere chiuso nella solitudine del lettore. La letteratura da sempre crea un dialogo tra chi scrive e chi legge, ma anche tra lettori diversi che, attraverso le pagine di uno stesso romanzo, scoprono punti di vista differenti. Negli ultimi anni il fenomeno dei Book Club ha attirato sempre più l’attenzione anche del mondo editoriale. Le case editrici hanno compreso che il futuro del libro non passa soltanto dalla vendita di copie, ma dalla costruzione di comunità attorno alle storie stesse.

    Durante il podcast di Neri Pozza è emerso proprio questo aspetto: alla fine di ogni puntata, quest’anno che la casa celebra i suoi ottanta anni dalla fondazione, sono stati citati alcuni gruppi di lettura che dimostrano quanto il desiderio di incontrarsi intorno ai libri sia ormai un fenomeno diffuso e trasversale. Si tratta ormai di persone che cercano un modo diverso per vivere la lettura: più partecipato, più umano, più vicino.

    Anche altre case editrici hanno iniziato a sperimentare nuove forme di coinvolgimento dei lettori. Un esempio interessante è quello di Blackie Edizioni con il progetto legato a Peyton Place, che ha trasformato il lancio editoriale in un’occasione di partecipazione e conversazione intorno al libro. Non solo promozione, dunque, ma costruzione di un’esperienza condivisa.

    Ed è forse proprio questa la parola chiave: esperienza. Il lettore contemporaneo sente l’esigenza di essere parte di qualcosa. Sono sincera, mi rendo conto che questa sia anche solo una moda, forse temporanea, ma per me lettrice forte (termine che non amo troppo) è veramente bello pensare di condividere le mie emozioni con qualcuno che stia leggendo e vivendo le mie stesse storie. Una domanda è però inevitabile: perché i Book Club stanno esplodendo proprio ora?

    Secondo me, per queste tre ragioni:

    La prima è il bisogno di respirare e prendersi una pausa. In una realtà dominata dalla velocità, dedicare un tempo preciso alla lettura significa rivendicare uno spazio personale. Condividerlo con altri significa trasformarlo in un appuntamento, qualcosa che acquista valore proprio perché viene scelto e protetto.

    La seconda è il bisogno di relazione e appartenenza. Dopo anni in cui molte esperienze sociali si sono spostate online, cresce il desiderio di incontri reali, di conversazioni senza filtri, di luoghi in cui non sia necessario apparire ma semplicemente essere se stessi, ed essere accettati per quello che si è.

    La terza è il desiderio di approfondimento. Spesso leggiamo un libro e sentiamo di aver colto qualcosa, ma ascoltare le interpretazioni degli altri ci permette di scoprire dettagli che forse da soli non avremmo visto. Ogni lettore porta con sé la propria storia, e ogni lettura diventa inevitabilmente diversa, facendo crescere la voglia di ascoltare ed essere ascoltati.

    Forse il successo dei gruppi di lettura ci ricorda qualcosa di molto antico. Prima ancora di essere un oggetto da acquistare, il libro è stato una narrazione orale condivisa: le storie sono nate per essere tramandate, ascoltate e discusse. Il Book Club contemporaneo recupera proprio questa dimensione perduta, portando la letteratura fuori dalle pagine arricchendola attraverso il confronto, ed in questa accezione cambia il nostro modo di guardare a una storia quando qualcuno ci mostra una prospettiva nuova. Ed è questo il miracolo dei gruppi di lettura: trasformare un libro in un punto d’incontro tra persone che forse, senza quella storia comune, non si sarebbero mai incontrate. In fondo, forse è proprio questo il motivo per cui oggi i Book Club stanno tornando protagonisti: perché abbiamo ancora bisogno di storie, ma forse abbiamo ancora più bisogno di persone con cui condividerle.

    Carlotta Lini

  • Negli ultimi anni mi sono accorta di cercare sempre più spesso romanzi ambientati in Oriente o scritti da autori che hanno vissuto o vivono lì (come ad esempio la sempre magnifica Laura Imai Messina, Mateusz Urbanowicz con le sue Botteghe dedicate a Tokyo, reali o immaginarie che siano, o la non-guida “Spettro Urbano” scritta a quattro mani da Damiana De Gennaro e Marta Fanasca). Non è una semplice curiosità verso un’altra cultura, né il desiderio di inseguire una moda editoriale. È qualcosa di più intenso per me. Fin da quando ero bambina ho sempre avuto un forte fascino per la cultura soprattutto giapponese (a dodici anni cercai perfino di impararlo da autodidatta). Quando apro questi libri ho la sensazione di entrare in un luogo in cui il tempo rallenta e quasi si ferma, è come se avessero la capacità di trasportarmi in un’altra dimensione. Le storie sembrano procedere lentamente, senza il bisogno di continui colpi di scena. Sono romanzi che trovano significato nei dettagli: una tazza di tè preparata con cura, il profumo dei fiori appena recisi, una libreria di quartiere, un dolce condiviso in silenzio. Piccoli gesti che diventano il modo più autentico per raccontare la solitudine, il dolore e la possibilità di ricominciare.

    Questi sono cinque romanzi orientali che, per motivi diversi, mi hanno lasciato qualcosa.

    Il magico studio fotografico di Hirasaka – Sanaka Hiiragi (Feltrinelli)

    Parlare di morte non è facile, ma se lo si fa con la dovuta sensibilità, allora può davvero diventare una lettura piacevole.

    L’idea narrativa è affascinante: uno studio fotografico dove le persone, prima di lasciare definitivamente questo mondo, possono rivivere un ultimo ricordo e scegliere l’immagine che le accompagnerà nell’eternità.

    Sembra un romanzo costruito su un espediente fantastico, ma ben presto ci si accorge che il cuore della storia è altrove. Sanaka Hiiragi riflette sul valore dei ricordi, sul peso dei rimpianti e sull’importanza dei piccoli momenti che spesso comprendiamo soltanto quando sono ormai trascorsi.

    È un libro malinconico, che invita a guardare la vita con un maggiore senso di gratitudine.

    I miei giorni alla libreria Morisaki – Satoshi Yagisawa (Feltrinelli)

    Un romanzo capace davvero di farci sentire bene, parte lentissimo e ci mette un po’ ad ingranare, ma è una lettura capace di infondere coraggio e speranza in chi ci si approccia.

    Dopo una delusione sentimentale, la protagonista si rifugia nella piccola libreria dello zio, nel quartiere di Jinbōchō, il paradiso dei libri usati di Tokyo. Qui, tra scaffali impolverati e clienti abituali, scopre lentamente una nuova versione di sé.

    Non aspettatevi una trama ricca di eventi, si può dire che non succeda quasi nulla di eclatante, ma il fascino del romanzo sta proprio nella sua semplicità. Yagisawa racconta la rinascita attraverso i libri, mostrando come la letteratura possa diventare un luogo sicuro in cui fermarsi, respirare e ritrovare la propria direzione.

    Per chi ama leggere, è impossibile non sentirsi a casa.

    Una stanza per Momoko – Chisako Wakatake (Piemme)

    Fra i romanzi che ho letto di recente, questo è probabilmente quello che affronta con maggiore sensibilità il tema della solitudine da anziani.

    Attraverso una scrittura delicata e profondamente empatica, Chisako Wakatake racconta la solitudine, il senso del dovere, l’invecchiamento e il difficile equilibrio tra ciò che desideriamo e ciò che sentiamo di dover fare.

    Momoko, ormai anziana, sente di non aver veramente vissuto, ma ora che è vedova riflette sul poco tempo che le resta e sulle scelte fatte da giovane e pian piano cerca di volersi bene nonostante le incomprensioni e le fatiche della vita.

    È una lettura che invita a rallentare, a non farsi soffocare dallo stress e ci ricorda che l’amore per se stessi è il primo passo verso la felicità.

    La serie della Pasticceria di mezzanotte – Noriko Onuma (Garzanti)

    Se dovessi scegliere una parola per descrivere questa serie, sarebbe “casa”, perché ha il potere di farmi sentire in pace.

    Ogni volume ruota attorno a una pasticceria che apre quando il resto della città si prepara a dormire. Tra dolci, clienti abituali e incontri inattesi prendono forma storie che parlano di perdita, speranza, amicizia e seconde occasioni.

    Il cibo, nella narrativa giapponese, raramente è un semplice elemento decorativo. Diventa allo stesso tempo un linguaggio affettivo e un’occasione di incontro.

    Questa serie, composta di quattro volumi, trasmette serenità ed è un luogo sicuro in cui sentirsi bene.

    L’apprendista dei fiori – Yukihisa Yamamoto (Garzanti)

    Fra tutti questi romanzi, è forse quello che più celebra la bellezza della scoperta di sè.

    L’arte della composizione floreale diventa una metafora della crescita personale. Imparare a osservare un fiore significa imparare a osservare anche se stessi, accettando che ogni stagione abbia il proprio ritmo e che non tutto possa essere controllato.

    Yamamoto costruisce una storia delicata, in cui disciplina, pazienza e sensibilità convivono senza mai trasformarsi in lezione morale. Ogni pagina restituisce il senso di un apprendimento che riguarda non solo un mestiere, ma un modo di stare al mondo.

    È uno di quei romanzi che, una volta chiusi, continuano a fiorire nella memoria del lettore.

    Quello che più mi affascina di questi libri è la loro capacità di dare importanza all’ordinario. Forse è proprio questo il motivo per cui continuo a cercare queste storie. Ogni volta che ne termino una, ho la sensazione di aver viaggiato lontano senza essermi mai allontanata davvero. E, soprattutto, di aver imparato a guardare con maggiore attenzione le piccole cose che rendono straordinaria la quotidianità.

    Carlotta Lini

  • Hotel Camelot

    di Leonardo Gliatta

    Les Flâneurs edizioni, maggio 2026

    pp. 262

    €18

    L’incipit di Hotel Camelot è forte, disturbante. Un incipit di quelli che ti conduce subito dentro un’inquietudine. Leonardo Gliatta costruisce fin dalle prime pagine una tensione raffinata, fatta di domande, ricordi e dettagli apparentemente casuali che finiscono per comporre un disegno più grande. E soprattutto introduce una parola, Camelot, capace di spalancare immediatamente una porta tra ciò che Alex crede di conoscere e ciò che, forse, ha sempre intuito senza riuscire a nominarlo.

    «Lui a un certo punto, è scomparso. È morto nella mia vita ancora prima di esserlo nella sua. Sparito. Mi torna a fare visita ogni tanto, in un sogno ricorrente di un uomo che esce dall’acqua e mi bacia sulla bocca. Poi mi sveglio e lui non esiste più. Non è il primo padre che va via, mi rendo conto, e non devo sentirmi nemmeno tanto speciale. Ma il modo in cui ogni padre se ne va, quello resta sempre» (p. 8)

    Alex è un protagonista giovane, contemporaneo, profondamente radicato nella realtà milanese e allo stesso tempo attraversato da diverse etnie. Le sue origini marocchine e portoghesi, il rapporto con la madre Hasna, il lavoro all’Euronics, gli studi universitari, l’amicizia non sempre decifrabile con il Toso e il sentimento che nasce per Viola compongono un’esistenza concreta, riconoscibile sia da chi è un ventenne ora e da chi lo è stato un tempo. Ma sotto questa quotidianità scorre un’altra storia: quella di un padre scomparso, di una memoria che non è mai completamente affidabile e di un’identità che vuole essere ricostruita.

    È qui che Gliatta mostra una delle qualità più interessanti della sua scrittura: nella sua bellissima opera affronta la ricerca del padre come una necessità esistenziale che va oltre il semplice espediente narrativo. La domanda “Chi era davvero mio padre?” finisce per trasformarsi in qualcosa di più profondo: chi sono io, se una parte della mia storia mi è stata sottratta? Quanto di noi nasce dai ricordi e quanto, invece, dalle omissioni degli altri?

    Il riferimento al mito arturiano appare centrale nel romanzo. Camelot diventa una promessa, quasi un luogo mentale prima ancora che geografico. Il mito entra nella contemporaneità senza stravolgerla e la ricerca di Alex assume così i contorni di un viaggio iniziatico, nel quale realtà e immaginazione si sfiorano continuamente. Gliatta riesce a mantenere questa ambiguità senza appesantirla, lasciando che sia il lettore a interrogarsi insieme al protagonista. Particolarmente riuscita è poi la costruzione dei personaggi. Hasna non è semplicemente la madre di Alex, così come Toso e Viola non vengono relegati al ruolo di figure funzionali alla vicenda. Ognuno porta con sé una propria zona d’ombra, un desiderio, una ferita, una verità. Gliatta concede spazio alle loro individualità e proprio per questo il romanzo acquista una dimensione corale: mentre Alex cerca suo padre, il lettore finisce per conoscere anche le mancanze e le aspirazioni di chi gli sta intorno. Questo è un elemento estremamente importante nei romanzi corali, perché spesso le voci degli altri finiscono o per creare nel lettore un disturbante senso di sovraffollamento oppure sono talmente marginali da essere unicamente stereotipo di spalla in funzione del protagonista, perdendo anima essenza e spessore. Non è questo il caso, qui l’autore ha saputo con grande maestria dare il giusto spazio e tempo a ogni voce.

    La scrittura alterna momenti di grande immediatezza a passaggi più introspettivi, senza perdere il ritmo. È una lingua capace di stare nella quotidianità e, un attimo dopo, di aprire una fenditura verso qualcosa di più simbolico. Anche i luoghi acquistano progressivamente un peso narrativo: Milano, il Portogallo, la Toscana non sono solo di cornice, sono tappe di un percorso che modifica lo sguardo del protagonista e, insieme a lui, quello del lettore.

    Il merito maggiore di Hotel Camelot sta forse proprio nel suo equilibrio pur essendo tante realtà. È romanzo di formazione, storia familiare, viaggio, mistero e riflessione sull’identità, ma non si lascia imprigionare completamente da nessuna di queste definizioni. L’autore sa alimentare la curiosità senza sacrificare la dimensione emotiva e sa parlare di radici e mancanze senza trasformare il romanzo in una semplice indagine sul passato. Una nota di merito va anche a Les Flâneurs Edizioni, che ancora una volta dimostra attenzione verso una narrativa capace di cercare strade proprie, lontana dalle formule più prevedibili. La scelta di pubblicare un testo come Hotel Camelot conferma il valore di un catalogo che guarda a voci e storie interessanti, originali, capaci di lasciare nel lettore qualcosa che vada oltre la conclusione della trama.

    La domanda che muove tutta la storia è principalmente una: cosa accade quando il passato torna a reclamarci? La risposta non è soltanto nella scoperta di un padre o di un luogo misterioso. È nel viaggio che Alex compie dentro se stesso, nel tentativo di dare un nome alle proprie radici e di comprendere che, a volte, per sapere chi siamo dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione tutto ciò che credevamo di sapere. E proprio da quella prima, potente inquietudine dell’incipit nasce la forza di un romanzo che invita a proseguire, pagina dopo pagina, alla ricerca del proprio Camelot.

    Carlotta Lini