Trovo paradossale che in un’era tecnologica come quella che stiamo vivendo, le persone si sentano ancora più sole. Gli smartphone ci rendono più tristi?

Abbiamo la capacità di connetterci sempre e continuamente con chiunque e in qualsiasi angolo remoto del mondo, eppure mai come oggi ci sentiamo frustrati, insicuri, abbandonati e soli. Stare connessi ci isola. Questa è una mia riflessione personale, magari non è così, ma raccogliendo la testimonianza di tante persone di età compresa fra i 15 e i 55 anni, questo dato è emerso forte come uno schiaffo sul viso. Mi chiedo se questa solitudine sia dovuta al fatto che ci siano problemi evidenti di comunicazione o se non sia che abbiamo tutti sempre meno tempo, meno energie e solo tanto stress. Guardare passivamente uno schermo ci “costa” meno fatica che investire in una conversazione: ascoltare l’altro, capirlo, consolarlo. Davvero non abbiamo più voglia e tempo degli altri esseri umani?

Anche il contatto fisico ne risente. Ci si abbraccia meno, si sta fisicamente meno vicini. Possiamo essere venti nella stessa stanza ma se ognuno guarda il proprio schermo è come se quella stanza fosse vuota. Io credo che gli smartphone ci abbiano creato una dipendenza passiva dal desiderio altrui: non ci basta mai la singola interazione, ne vogliamo sempre di più e il fatto di averla in tempo reale ci spinge a volere attenzioni continue. Come ci siamo ridotti così? Perché abbiamo smesso di preferire l’uomo alla macchina? Io se esco con un’amica a fine incontro sento che sono più felice e serena. Se passo invece tre ore a messaggiare o a scrollare mi viene il mal di testa.

Qualche tempo fa ho letto un manuale intitolato Perché il cervello ha bisogno di amici? scritto dal neuroscienziato Ben Rein e pubblicato da Castelvecchi. In questo testo l’autore spiega come la socialità sia un bisogno biologico primario per l’uomo, essenziale per la sua sopravvivenza e salute mentale. Sicuramente la missione è puramente divulgativa ma ciò che rivela è davvero preoccupante. Che direzione stiamo prendendo? Non entro nel discorso dell’AI, anzi sì, ci entro, ma faccio veloce. L’intelligenza artificiale non è il male, anzi è un ottimo supporto nelle mani giuste. Di chi? Del designer che in meno tempo la usa come aiuto per una grafica. Dell’esperto di marketing che in meno tempo analizza dei dati. Ma non sostituiscono la professione, e soprattutto, il professionista. Lo aiutano. Ma questo è un discorso che affronterò in maniera più ampia e con più documentazione in un altro articolo. Cosa c’entra dunque l’AI con il fatto che ci sentiamo soli quando usiamo gli smartphone? C’entra nell’ottica in cui sembra che le uniche creature che vogliano interagire con noi siano quelle virtuali. E questo, a me, mette tristezza.

Carlotta Lini

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