
Le impazienti
di Djaïli Amadou Amal
Solferino, luglio 2021
Traduzione di Giovanni Zucca
pp. 224
€17 (cartaceo)
Nel Nord del Camerun, tre donne si trovano a vivere destini diversi solo in apparenza, accomunati dalla stessa condanna. Ramla ha appena diciassette anni quando il padre decide per lei: dovrà interrompere gli studi e sposare un uomo di cinquant’anni. Guarda allora a sua cugina Hindou con una punta d’invidia, convinta che almeno lei sia stata più fortunata: il suo futuro marito, Moubarak, ha appena ventidue anni ed è giovane e avvenente. Ma Hindou conosce fin troppo bene l’uomo che sta per sposare e sa che, per lei, qualunque altra sorte sarebbe preferibile. Safira, invece, ha trentacinque anni e da ventidue è l’unica moglie di Alhadji Issa, l’uomo più influente della città. Il suo equilibrio, però, si spezza quando Ramla entra nella sua casa come seconda moglie e la gelosia comincia a consumarla.
Per tutte e tre, immaginare una vita diversa significa sfidare un ordine sociale che non ammette deviazioni. Ribellarsi equivale a esporsi al giudizio, alla vergogna, alla condanna della comunità. E così la sofferenza viene trasformata in una virtù da coltivare: bisogna sopportare, tacere, accettare. La pazienza diventa quasi un comandamento, pronunciato nel nome di Allah e trasmesso di generazione in generazione. Una donna virtuosa è quella che non protesta, che nasconde il dolore e continua a svolgere il proprio ruolo. Resistere significa imparare a sopportare. E la sopportazione di queste donne diventa, al tempo stesso, ciò che permette all’intero sistema di perpetuarsi.
Con una narrazione corale e incisiva, Djaïli Amadou Amal porta alla luce una realtà in cui il patriarcato non è soltanto una struttura sociale, ma una presenza quotidiana capace di determinare il corpo, le scelte e perfino i desideri delle donne. L’autrice ne mette a nudo i meccanismi, mostrando come la violenza possa diventare normalità, come la sottomissione venga presentata come virtù e come i sogni individuali siano sacrificati in nome di un dovere imposto.
Il dramma, però, non riguarda soltanto le vittime di questo sistema: riguarda anche la sua capacità di riprodursi attraverso le generazioni. Donne a cui è stato insegnato a obbedire finiscono, talvolta, per trasmettere alle proprie figlie la stessa educazione alla rinuncia. È proprio qui che il romanzo acquista la sua forza più dolorosa: nella consapevolezza che la pazienza, quando viene richiesta come risposta universale alla sofferenza, può trasformarsi in uno strumento di oppressione. Amal ci invita così a diffidare di ogni forma di pazienza imposta, soprattutto quando viene celebrata come virtù necessaria per mantenere intatto un equilibrio ingiusto. Perché dietro l’invito a sopportare ancora un po’, a non ribellarsi, a mettere da parte se stesse, può nascondersi la richiesta più pericolosa: quella di accettare come inevitabile ciò che, invece, non dovrebbe esserlo.
Le impazienti di Djaïli Amadou Amal, pagina dopo pagina, accompagna il lettore nella quotidianità di queste tre donne costrette a confrontarsi con matrimoni imposti, violenza domestica e una società che misura il loro valore attraverso l’obbedienza. Le protagoniste hanno età, caratteri e aspirazioni diverse, ma condividono una condizione comune: quella di donne alle quali è stato insegnato che il sacrificio rappresenta una virtù e che la pazienza sia l’unica risposta possibile al dolore. Il titolo originale, acquista così un significato ancora più profondo. L’impazienza non coincide con l’insofferenza o con il capriccio, ma diventa il desiderio di spezzare un circolo, di immaginare una vita diversa, di reclamare il diritto di scegliere. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio l’assenza di una contrapposizione netta tra buoni e cattivi. Anche molti uomini sono prigionieri di un sistema patriarcale che perpetua modelli ereditati da generazioni. Questo non attenua le loro responsabilità, ma rende il quadro ancora più complesso e realistico. Amal invita il lettore a riflettere su un’intera struttura sociale, non soltanto sui singoli comportamenti.
La lettura procede con un ritmo sorprendentemente rapido. I capitoli brevi e l’alternanza delle voci narrative di questo romanzo corale costruiscono una tensione costante, alimentata dall’incertezza sul destino delle protagoniste. Si continua a leggere nella speranza che qualcosa cambi, che qualcuno trovi finalmente il coraggio di interrompere il ciclo della violenza. Eppure Le impazienti non è soltanto un romanzo di denuncia. Sarebbe riduttivo definirlo così. È soprattutto un libro sulla dignità. Anche nei momenti più difficili, le protagoniste conservano una parte di sé che nessuna imposizione riesce a cancellare completamente. Nei loro pensieri, nei piccoli gesti quotidiani e nelle silenziose forme di resistenza si intravede la possibilità di un cambiamento.
Leggere questo romanzo significa anche interrogarsi sui privilegi che spesso diamo per scontati. La libertà di scegliere chi amare, quando sposarsi, come costruire il proprio futuro appare improvvisamente come una conquista fragile, mai definitiva. La scrittrice ci ricorda che i diritti non sono universali solo perché lo desideriamo: esistono ancora milioni di donne che devono lottare ogni giorno per ottenere ciò che altrove viene considerato normale, e che troppo spesso viene dato per scontato.
Dal punto di vista letterario, il grande merito dell’autrice consiste nell’aver trovato un equilibrio raro tra testimonianza e narrazione. Il romanzo informa senza assumere il tono del saggio e commuove senza cercare facili scorciatoie emotive. Ogni pagina restituisce autenticità, e proprio questa autenticità rende impossibile restare indifferenti.
Alla fine della lettura rimane una sensazione difficile da definire. Tristezza, indignazione e la consapevolezza di aver incontrato personaggi destinati a restare nella memoria perché rappresentano una realtà che continua a esistere, anche se lontano dai riflettori.
Le impazienti è uno di quei libri che dimostrano come la letteratura possa ancora essere uno strumento di conoscenza. Non ci fornisce alcuna risposta e non pretende di cambiare il mondo con una storia, ma riesce in qualcosa di altrettanto prezioso: costringe il lettore a guardare, ad ascoltare e a non voltarsi dall’altra parte.
Carlotta Lini
Rispondi