
Dormire
di Licia Martella
Lindau, ottobre 2026
pp. 156
€14 (cartaceo)
A volte abbiamo semplicemente bisogno di un corpo accanto al nostro. Solo questo. Per non sentirci soli, per sentirci ancora vivi.
Questo sono io.
So con chi voglio dormire. E intendo: dormire. Faccio ogni volta una proposta chiara a cui aggiungo sempre: «Non sto cercando sesso». A questo punto incontro immancabilmente uno sguardo incredulo. Le persone interpretano in modo metaforico le mie intenzioni, perciò sono costretto ad adattarmi ai loro desideri. O alle paure. Non mi importa, se questo mi permette di fermarmi per la notte. Quando percepisco un cedimento, insisto: «Mi piacerebbe molto dormire vicino a qualcuno come te». La maggior parte delle volte alla fine dicono di sì. (p. 9)
È da questa semplice intuizione che prende avvio Dormire di Licia Martella, pubblicato da Lindau. Milano, anni Ottanta. Achille ha ventun anni, soffre di una grave insonnia e ha scoperto un rimedio singolare: dormire accanto a qualcuno. Lo dichiara con una chiarezza disarmante, come se fosse un’intolleranza al lattosio. La sua richiesta appare assurda agli altri proprio perché mette in crisi una delle nostre convinzioni più radicate: che la vicinanza fisica fra due persone debba necessariamente condurre da qualche parte. Un letto condiviso sembra dover significare desiderio, intimità erotica, relazione. Achille introduce invece una possibilità diversa, quasi scandalosa nella sua semplicità: stare accanto a qualcuno può essere già abbastanza.
E forse è proprio questo che rende il romanzo così interessante: il contatto umano è diventato qualcosa che spesso concediamo soltanto all’interno di rapporti codificati. Ci abbracciamo perché siamo innamorati, perché siamo amici, perché siamo genitori, perché abbiamo bisogno di consolare qualcuno. Più raramente ci permettiamo di dire: ho bisogno di sentire un altro essere umano vicino a me. Eppure il corpo conosce questa necessità molto prima delle nostre parole.
Achille la riconosce nella morbidezza di un corpo, nel calore che si propaga sotto le lenzuola, e soprattutto, nel ritmo del respiro di Julia, una settantenne che accoglie la sua richiesta. Quando finalmente riesce ad addormentarsi accanto a lei, non descrive una conquista erotica: descrive la sensazione di essere arrivato nel posto giusto. È una delle intuizioni più belle del libro, perché sposta il significato della vicinanza dal desiderio al conforto, dalla passione alla presenza. Julia è il centro di questa scoperta. Una donna molto più grande di Achille, ironica, indipendente, piena di vita e di ricordi, che accetta quella richiesta apparentemente folle senza cercare subito di ricondurla a una categoria conosciuta. Tra loro nasce qualcosa che il romanzo si rifiuta continuamente di definire. Non è una storia d’amore convenzionale, e proprio per questo finisce per interrogare l’amore più di molte storie che lo raccontano direttamente.
Achille arriva a dire che quello è il punto più vicino all’amore in cui sia mai stato.
Perché forse l’amore, prima ancora di essere promessa, progetto o desiderio, è anche la possibilità di sentirsi al sicuro nella presenza di un altro. Sapere che qualcuno respira a pochi centimetri da noi. Sentire il calore della sua schiena. Riconoscere un odore sul cuscino. Accorgersi che il letto non è più soltanto un luogo dove dormire, ma uno spazio condiviso nel quale il corpo finalmente smette di difendersi. Leggendo Dormire, ho pensato a quanto sia diventato difficile chiedere questo senza essere fraintesi. Dire «ho bisogno di un abbraccio» sembra già troppo. Dire «vorrei dormire accanto a qualcuno» viene quasi automaticamente interpretato come una richiesta sessuale o sentimentale. Come se il corpo non potesse desiderare semplicemente un altro corpo senza trasformare quel desiderio in qualcosa di più. Questo romanzo parla di accoglienza e solitudine e la scrittura di Martella arriva dritta al cuore, affrontando con sensibilità e senza mai banalizzarle, tematiche esistenzialistiche.
Per questo la relazione con Julia diventa progressivamente qualcosa di molto più grande della sua premessa. Lei gli offre una presenza, lui comincia a conoscerla. Alle notti si aggiungono le cene, le passeggiate, i libri, la musica, i ricordi. Achille scopre che dietro al corpo accanto al quale riesce a dormire esiste una persona che desidera conoscere. E proprio mentre cerca un rimedio alla propria insonnia, trova una relazione. Martella racconta tutto questo con una scrittura molto fisica, fatta di odori, temperature, superfici, rumori. Il corpo viene ascoltato. Il calore, il talco, il cotone delle lenzuola, il respiro diventano una lingua alternativa attraverso cui Achille comunica ciò che non riesce sempre a dire. Poi però arriva la morte ed è qui che il significato del libro si compie. Quando Julia muore, il letto che aveva rappresentato per Achille il luogo della quiete diventa il luogo della separazione. La sua presenza si trasforma improvvisamente in assenza. Il corpo che prima significava calore diventa freddo, irrimediabilmente lontano.
Mi è venuto un crampo al polpaccio, sono stato troppo a lungo bloccato sul fianco, contemplando la sua schiena, in attesa di un cambiamento. Sono sicuro che abbia appena girato il collo verso l’alto; ancora pochi secondi e ricomincerà il russare tranquillo, lo sbattere delle labbra nel sonno, il sospiro.
Tutto resta com’è. (p. 57)
Il romanzo allora smette di parlare soltanto del bisogno di dormire accanto a qualcuno e comincia a parlare del bisogno, ancora più radicale, di non essere soli. Alla fine, Achille continuerà a cercare quel calore. Continuerà a portare con sé la memoria di Julia, fino a ritrovare nel buio una sorta di rifugio fatto di profumi, lenzuola, ricordi e presenza. Il sonno è diventato la metafora di quel momento in cui possiamo finalmente lasciarci andare perché sappiamo, o immaginiamo, che qualcuno sia lì. Forse è questo che chiediamo davvero agli altri, molto più spesso di quanto ammettiamo: non che ci salvino, non che ci amino necessariamente, non che ci desiderino. Che restino e che ci siano per noi. A fine lettura ci si sente vuoti, spaesati e si hanno tante domande. Ci si sente cambiati, forse in meglio, perché più umani.
Carlotta Lini
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